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La porta del cuore

Quale immagine evoca nella nostra mente la parola chiusura?
La prima cosa che mi viene incontro tra i pensieri è un luogo stretto, angusto, dove l’aria è irrespirabile.
Un luogo dove non ci sono aperture, appunto chiuso, non ci sono vie di fuga.
Un luogo senza neppure uno spiraglio di luce che filtra. Un muro invalicabile.
Sarà capitato a tutti un momento nel corso del cammino della nostra vita in cui ci siamo fermati perché avevamo capito che bisognava non tergiversare più.
L’eventualità di chiudere iniziava ad essere una certezza e una necessità.
Tante volte ci avevamo provato, ma senza buoni risultati perché dubbiosi e tormentati, ci sentivamo con la mente da una parte e il cuore dall’altra.
Ci sarebbe stato tempo per analizzare incongruenze, contraddizioni, perplessità, affondando il dito nella piaga, ma era come se un lampo avesse di colpo illuminato il nostro cielo interiore, come se da lì a poco, un violento temporale si sarebbe abbattuto sulla nostra esistenza.
Le speranze che vacillavano e la chiara consapevolezza che da quel momento in poi tutto avrebbe potuto essere messo in discussione, non era una condizione accolta con indifferenza.
Ma è sempre il cuore a gestire le situazioni complicate.
Sa bene quando deve prendere tempo, quando deve concedere una tregua alla ragione, tenendola a bada.
Quando si chiude, ci sono cose che rimangono dietro quella porta.
E mai nulla sarà più come prima.
Si riparte da soli, con un bagaglio di ferite e delusioni.
È vero, altresì, che le chiusure non sono tutte uguali.
Quelle porte sbattute in faccia, fortemente serrate, a volte, lasciano la tentazione di voltarsi e sbirciare, se esiste una possibilità anche remota di mantenere la porta socchiusa.
Ma tutto dipende sempre dal cuore.

Piera Messinese

Sì ringrazia Giuseppe Torcasio per il materiale fotografico.

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