La creazione dell’uomo

 Gen 2,4b-9; 19

4bQuando il Signore Dio fece la terra e il cielo, 5nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata – perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra 6e nessuno lavorava il suolo e faceva salire dalla terra l’acqua dei canali per irrigare tutto il suolo – ; 7allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.

8Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. 9Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male.

 19Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome.

“La particella di Dio: se l’universo è la risposta, qual è la domanda?”

Titolo del celebre libro scritto nel 1993 da Leon Lederman meglio noto per il neologismo coniato dall’autore ed ivi citato e descritto in riferimento al bosone di Higgs e che ci aiuta peraltro a capire come mai dobbiamo essere bene educati verso il nostro Mondo e il suo Ambiente (uno dei temi di cui mi ero proposto di parlare dopo il mio Editoriale “Cammina, cammina… di qualche WE fa).

Lederman infatti ebbe a dire: “Proprio non riusciamo a immaginare il Creatore che armeggia con 20 manopole per selezionare 20 parametri e creare l’universo come noi lo conosciamo” facendo riferimento al cosiddetto “Modello Standard”, una “sorta di scatola di montaggio del mondo subatomico” composto da sei quark, sei leptoni, cinque bosoni più quello di Higgs, e dalle forze fisiche dell’interazione nucleare forte, debole e dell’elettromagnetismo.

Morto all’età di 96 anni, Leon Lederman, premio Nobel nel 1993, coniò il nome “particella di Dio” per indicare quella come la particella che “dà una massa a tutte le altre”, una sorta di “catalizzatore, un alito vitale”.

Probabilmente tutti sanno che c’è ma davvero pochi sanno esattamente che cos’è: il bosone di Higgs é stato rilevato per la prima volta nel 2012 con gli esperimenti condotti all’LHC (il Large Hadron Collider) del Cern, e finalmente spiega, almeno in parte, come mai tutte le cose nell’universo abbiano una loro massa.

L’universo, infatti, con la scoperta del bosone sembrava essere diventato un luogo più stabile perché l’ultima particella elementare era stata finalmente trovata.

In realtà è diventato ancora più instabile, perché il bosone di Higgs, che dopo più di 48 anni di ricerche è sì finito nella rete dei fisici del Cern ma ha lasciato impronte diverse dalle attese.

È passato infatti quasi mezzo secolo da quando Peter Higgs, schivo fisico 35enne dell’Università di Edimburgo, armato solo di carta e penna, nel 1964 lanciò una clamorosa idea che spiegava perché l’universo è un luogo pieno di stelle e pianeti, di chimica e fisica, e non una “zuppa informe”, fatta di particelle che fuggono impazzite all’infinito senza incontrarsi mai.

Senza quel minuscolo frammento di materia teorizzato dal fisico scozzese in appena tre settimane dell’anno 1964, tutte le particelle elementari dell’universo sarebbero infatti state prive di una propria massa.

La massa è sorgente di forza di gravità e senza la forza di gravità, descritta da Newton, non c’è attrazione fra gli atomi, le molecole, le stelle, i pianeti e gli esseri viventi.

Il bosone di Higgs è quindi una “sorta di colla” che tiene insieme l’universo, un catalizzatore di materia.

Ecco il motivo per cui si è guadagnato il soprannome di “particella di Dio“, con un termine poco amato dai fisici e giudicato dallo stesso Higgs “inutilmente offensivo nei confronti dei credenti“, ma ormai diventato irreversibilmente popolare.

Una tappa storica – quindi – nella comprensione della natura come affermato da Fabiola Gianotti, la scienziata italiana che ha guidato l’esperimento Atlas, uno dei due enormi rivelatori sotterranei incaricati di identificare le impronte del bosone.

La scoperta del bosone di Higgs ha completato il quadro delle 17 particelle-messaggero che compongono la materia come a noi nota.

L’ultimo pezzo mancante però invece di chiudere una “storia infinita”, ha aperto un nuovo capitolo: la caccia ai dettagli ancora ambigui dell’impronta del bosone di Higgs e la ricerca di quella parte dell’universo composta da materia oscura ed energia oscura.

Ingredienti a noi del tutto ignoti, ma che pure rappresentano il 96% del contenuto dell’intero Universo.

Di queste particelle-messaggero fanno parte i componenti elementari della luce chiamati fotoni, e i gluoni, vera colla che unisce fra loro i mattoni della materia, come i quark nel nucleo dell’atomo.

Ma tutti questi componenti della materia sono inanimati ovvero privi di massa: è il bosone di Higgs che li costringe a interagire tra loro e ad aggregarsi.

Per catturare l’impronta del bosone di Higgs c’è voluto l’acceleratore di particelle più potente del mondo, il Large Hadron Collider, un tunnel sotterraneo lungo 27 chilometri, che lambisce il lago di Ginevra e le pendici del Giura, che ha iniziato a scagliare protoni furiosamente l’uno contro l’altro nel 2008, dopo 20 anni di costruzione e 10 miliardi di spesa.

Una lunga attesa dovuta in buona parte alla necessità di costruire questo vero e proprio gioiello della tecnologia, col quale l’Europa ha nettamente scavalcato gli Stati Uniti e a cui l’Italia partecipa con ben 3mila dei circa 10mila scienziati attraverso l’Istituto nazionale di fisica nucleare.

Tre dei quattro esperimenti che studiano i frammenti di particelle generati dalle collisioni fra i protoni sono infatti guidati da fisici italiani.

Fabiola Gianotti in particolare è responsabile di Atlas, un gigante da 7mila tonnellate e 48 metri capace di individuare il passaggio di particelle di dimensioni infinitesime.

Questo rivelatore, insieme al gemello Cms, ha dato la caccia alle impronte lasciate dal bosone di Higgs.

L’ultima particella mancante viene prodotta nelle collisioni ad alta energia, ma poi decade in un tempo brevissimo, impossibile perfino da misurare, trasformandosi in altre particelle che invece gli strumenti sono in grado di rilevare.

Ed è stato proprio nei prodotti di decadimento del bosone di Higgs che gli scienziati si sono ritrovati dei dati inattesi.

Gli Sherlock Holmes del Cern si sono accorti che il ricercato non ha esattamente le caratteristiche previste ma, anzi, le particelle ricercate potrebbero essere più di una.

Quella particella tanto ricercata potrebbe in realtà essere costituita da un insieme di qualche cos’altro tenuto insieme da una forza di cui al momento si conosce poco o nulla.

A sostenere questa ipotesi sono quattro fisici teorici italiani: Elena Vigiani (dip. di fisica dell’Università di Pisa e dell’Infn), Alessandro Strumia (Cern), Francesco Sannino (University of Southern Denmark) e Andrea Tesi (Enrico Fermi Institute di Chicago): quattro giovani scienziati italiani che lavorano in luoghi diversi del pianeta, ma che insieme sono giunti ad un unico risultato.

Secondo i quattro ricercatori le particelle che si uniscono a formare il bosone di Higgs sono fermioni (una famiglia di particelle che comprende quark, neutrini ed elettroni) e scalari (particelle di massa nulla: sarebbero pura energia cinetica).

In pratica, al momento è come essere tornati indietro, al 1964.

Per la caccia alle scalari, infatti, è necessario un acceleratore più potente dell’LHC, ma se dovessero essere scoperte, affermano gli scienziati, si potrebbe dare una soluzione a problemi cosmologici che oggi appaiono fuori dalla nostra portata come, per esempio la scomparsa dell’antimateria dal nostro Universo e la natura della materia oscura dei buchi neri su cui la ricerca scientifica ha di recente fatto passi avanti con la “visualizzazione” delle onde gravitazionali, “catturate” a Settembre 2017 (prima cattura delle onde gravitazionali da parte dei rivelatori Ligo e Virgo) anche grazie ad un’altra scienziata italiana, Marica Branchesi.

Il concetto di “onda gravitazionale” venne introdotto nella relatività generale da Albert Einstein per descrivere la struttura quadridimensionale dell’universo: lunghezza, larghezza, profondità e tempo…ma questa è tutta un’altra storia…

mentre tutti continuano a cercare Dio nella grandezza del Suo Universo partendo dalla perfezione dell’infinitesimamente piccolo, come peraltro noi stessi siamo in questo Universo. 

 

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