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La notte prima degli esami

La notte prima degli esami

Il ventilatore sul soffitto della stanza girava lento, come se volesse risparmiare fiato anche lui, in quell’afa di giugno. Reggio Calabria illuminava lo stretto di Messina con mille lampadine tremolanti, e il riflesso dei lampioni danzava sull’acqua in minuscoli tremiti dorati. Dal balcone della sua camera, Elena aveva passato l’ultima mezz’ora a contare i traghetti: un rituale per allontanare la tentazione di riaprire il manuale di filosofia che era sul comodino, pieno di orecchie e sottolineature a matita.

Erano le 23:47 quando il suo telefono vibrò. Un messaggio vocale di Giulia:
«Oh, raga, non riesco neanche a respirare. Se domani mi capitano Leopardi e la Seconda Guerra Mondiale nello stesso tema, prometto che mi iscrivo a un eremo tibetano. Giuro.»

Elena sorrise, registrò una risposta breve «Lasciane uno anche per me, così meditazione per due» e appoggiò il telefono a faccia in giù, per non cadere nella spirale di altri vocali isterici. Si alzò, scivolò in cucina in punta di piedi e pescò dal freezer un gelato alla liquirizia che sapeva non l’avrebbe mai finito; ogni cucchiaino era accompagnato dal gusto dolce-amaro dell’ansia che le serrava lo stomaco.

Mentre attraversava il corridoio, sfiorò le foto appese alle pareti: viaggi di famiglia, le gite a Roma con la classe, il primo concerto in cui aveva perso la voce. Ogni immagine le restituiva un’eco di risate e canzoni stonate. Domani, pensò, quei muri avrebbero testimoniato un ultimo scatto prima del salto definitivo nel mondo degli “adulti”. Una parte di lei desiderava fermare il tempo proprio lì, con il cucchiaino sospeso a mezz’aria.

Sull’altra sponda della città, Marco sedeva alla scrivania inondata di fogli. Aveva il cappuccio della maglietta tirato su, come se potesse proteggere i suoi neuroni da un blackout imminente. Il padre bussò piano, si avvicinò lasciando sul tavolo una tazza fumante: caffè e scorza d’arancia, la sua ricetta segreta per le “missioni impossibili”.
«Ne hai fatta di strada dal primo dettato con le “q” scambiate per “c”» sorrise papà, posando la mano sulla spalla del figlio. Marco fece un cenno un mezzo sorriso tirato e infilò l’auricolare. Dalla playlist partì “Notte prima degli esami” di Venditti. Un cliché, sì, ma il ritornello aveva il potere di allentare il nodo in gola: “Notte di lacrime e preghiere, la matematica non sarà mai il mio mestiere…”.

Di fronte a quella stessa canzone, due anni prima, lui ed Elena si erano promessi di sedersi vicini al compito di italiano, così da potersi passare una gomma profumata al mango: un codice segreto che significava “ce la stai facendo, respira”. Domani il destino avrebbe messo in atto quella piccola cabala.

Alle 00:12 Elena decise di uscire. Infilò le scarpe da ginnastica, prese il portachiavi tintinnante di ciondoli e scese le scale due a due, silenziosa come un gatto. Sul lungomare, l’odore di salsedine era un lenitivo naturale. C’era un gruppo di ragazzi che strimpellava chitarre, le note scivolavano verso l’acqua e si perdevano tra i gabbiani notturni. Elena si sedette sul muretto, a debita distanza. Chiuse gli occhi, lasciando che le vibrazioni della musica smussassero le schegge di panico.

«Bella serata, eh?» La voce arrivò da dietro. Era Pietro, compagno di classe con cui aveva scambiato si e no dieci parole in cinque anni. Portava un libro di greco stretto al petto come un rosario.
«Sei qui per ripetere o per spaventare le onde?» chiese lei.
Lui rise piano. «Ho pensato che, se Ulisse ha affrontato i mostri marini, io posso gestire un commissario esterno.»

Sedettero affiancati a guardare la scia fosforescente di una medusa. Pietro parlò dei suoi piani per l’università a Bologna, del timore di non trovare amici, del desiderio di imparare a cucinare da solo. Elena confessò di voler prendere un treno per Madrid e seguire un corso di fotografia, lontano dai confini che le stavano diventando stretti. Si resero conto di non essere così diversi: due pedine sulla stessa scacchiera che aspettavano la mossa decisiva.

Intanto, nella sua camera, Giulia compilava liste di titoli possibili per il tema: “Il rapporto uomo-natura”, “La fragilità della democrazia”, “Tecnologia e solitudini”. Ogni opzione era seguita da frecce e appunti, come se potesse programmare l’imprevisto. Alla fine, scarabocchiò al centro del foglio: NON SI PUÒ CONTROLLARE TUTTO. Sorrise di sé stessa, spense la lampada e si sdraiò sul pavimento fresco. Da lì, il soffitto le sembrava una pagina bianca tutta da scrivere.

01:04. Le strade si svuotavano. Pietro accompagnò Elena fino al portone, poi scomparve in bicicletta, lasciando dietro di sé un suono di campanello che sembrava un arrivederci. Elena salì in camera, si lavò il viso e si avvolse in un plaid leggero. Scelse un quaderno pulito e iniziò a disegnare i contorni di un futuro immaginario: una tenda canadese in Islanda, un festival di cortometraggi, un cane lupo di nome Atlas. Ogni tratto di matita le ricordava che ci sarebbe stato un “dopo” comunque fossero andati quegli esami.

Marco, invece, aprì la finestra; il brusio lontano del traffico era quasi melodico. Rilesse un appunto su Montale: “L’osso di seppia è il simbolo di un desiderio di fuga che resta inchiodato alla riva.” Chiuse il libro di colpo. Fuga, sì, ma verso cosa? Aveva sempre pensato di iscriversi a Ingegneria per non deludere la famiglia. Quella notte, per la prima volta, si concesse di sognare Architettura navale, una passione nutrita di schizzi fatti sul retro dei quaderni.

02:27. Il cielo virava al blu cobalto. Giulia si alzò, aprì la finestra e chiese alla notte un segno. Ricevette la risposta di una stella cadente che tagliò l’orizzonte in due. Fece un desiderio banale: “Che domani non dimentichi l’introduzione sul Romanticismo.” Poi si corresse: «No, che domani riesca a sentirmi all’altezza di me stessa, qualsiasi cosa arrivi.» Sentirlo ad alta voce ebbe l’effetto di un talismano.

Nel frattempo, nella casa accanto, la nonna di Elena si svegliò per bere un bicchiere d’acqua. Vide la luce filtrare dalla stanza della nipote e bussò piano. Entrò con cautela, trovandola immersa nei disegni.
«Ci sono due tipi di paura,» sussurrò la nonna, sedendosi accanto a lei, «quella che ti paralizza e quella che ti sveglia. Scegli la seconda.»
Elena annuì. La nonna le baciò la fronte e, prima di andarsene, lasciò sul comodino un vecchio braccialetto di corallo: «Per ricordarti che il mare ti assomiglia, tanto quieto in superficie, quanto vivo in profondità.»

03:10. La città addormentata emetteva il suono bianco dei frigoriferi e dei cani lontani. Marco spense il computer, scelse una penna blu e scrisse a mano un’ultima formula di fisica sul quaderno,  non perché servisse davvero, ma perché la calligrafia gli ricordava che il sapere resta, anche quando Google non c’è. Poi infilò tutto nello zaino, sistemò la sedia e si sdraiò sul letto senza togliersi la maglietta.

Giulia ricevette l’ennesimo notturno ping dal gruppo “Maturandi Disperati”: meme, gif, promesse di fuga in Australia. Nessuno prese sonno, ma tutti si sentivano meno soli. Alle 03:42 comparve un messaggio di Elena: «Ragazzi, ultimo check: portate acqua, caramelle e un sogno in tasca. Il resto lo improvvisiamo.»

04:07. Sul lungomare, il primo pescatore gettò la rete. Il cielo schiariva, tingendosi d’arancio. L’alba profumava di pane appena sfornato. Pietro  decise che mezz’ora l ‘avrebbe dedicata a respirare l’aurora, immaginando le luci di Bologna e il fiume Reno che lo avrebbe accolto a settembre.

Elena chiuse gli occhi per un micro-sonno di venti minuti, stretta al braccialetto di corallo. Sognò un’aula piena di finestre che davano su un mare in tempesta; lei scriveva su un banco di sabbia bagnata, ma le parole non venivano cancellate dalle onde. Al risveglio, si sentì curiosamente pronta.

Marco udì il canto di un gallo, segnale ancestrale che la notte era finita. Si alzò, allacciò le scarpe, vide un post-it giallo: “Chiedi informazioni a Genova”. Lo prese con sé, piegandolo e infilandolo nel portafogli, dove custodiva vecchi biglietti di concerti.

06:15. Tre suonerie diverse ruppero il silenzio di tre case, sincronizzate come un coro: Elena, Marco, Giulia. Si lavarono i denti, si guardarono allo specchio e notarono un riflesso di maturità: non nell’età, ma nella decisione di affrontare la propria versione più autentica.

Pietro arrivò per primo, poggiando la bici al muro. Marco sfoderò la gomma profumata al mango e la porse a Elena. Lei la schiacciò tra le dita, inspirando quell’aroma dolce, promemoria di un patto antico.

Il bidello  spalancò il portone. Giulia si avviò per prima, il passo leggero di chi ha deciso di non trattenere più il respiro. Elena e Marco la seguirono, sfiorando le pareti di pietra che custodivano decenni di appunti a matita e segreti scolastici.

Dentro, l’aula era fresca, i banchi brillavano di cera. Un fascio di sole filtrava tra le tende e disegnava una striscia dorata sul pavimento. Elena si sedette, posò lo zaino, poi appoggiò sul banco il braccialetto di corallo. Marco scartò una caramella alla menta e gliene offrì metà. Giulia aprì il dizionario italiano-inglese e, sull’ultima pagina, scrisse in stampatello: “OGGI IMPARO CHI SONO”.

Il commissario distribuì le tracce. Il brusio calò. Il silenzio divenne palpabile, quasi sacro. Elena girò il foglio e le sfuggì un sorriso. Impugnò la penna, pensò alla notte appena trascorsa, ai pescherecci, al braccialetto, alla gomma al mango, a Pietro nell’alba e al post-it giallo nascosto nel portafogli di Marco.

E cominciò a scrivere.

Angela Amendola

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