A giugno in Sicilia, l’aria profuma d’estate. Il caldo si insinua piacevolmente, con irruenza e prepotenza e le comari aprono i loro poggi facendo entrare nelle loro case umide i primi raggi di sole. Il vociare dei picciriddi aleggia tra scampanii e mormorii e saltano e corrono allegri per le trazzere preannunciando la bella stagione che si apre timidamente come una pratolina in mezzo al campo verde. L’aria tutta profuma di sole e di fiori e di viole e di zagara e al crepuscolo è il gelsomino che padroneggia tra la prima frescura della sera. E le lucertole, quelle, si insinuano tra le crepe e godono di quel tepore che presto diverrà soffocante e insopportabile. Sotto al pioppo o a qualche platano le panchine occupate dagli sfaccendati misi “o passu i Turiddu,” ciarlano di questo e di quello e ancora della dipartita di Tizio e della malasorte di Caio e così i giorni trascorrono lenti lenti e lenti, uno dietro l’altro, nell’assolata terra dei mori. E proprio qui, nella Sicilia araba di oltre mille anni fa, tra gli effluvi di zagara, Liuzza Catera era solita affacciarsi alle sei del pomeriggio, quando il sole cominciava a calare e, tra un tombolo e un chiacchierino buttava un’occhiata ai passanti che a frotte uscivano come a ristorarsi dalla lunga e fredda stagione invernale. Liuzza Catera era bella. Alta e longilinea, con capelli lunghi e corvini che ogni mattina li intrecciava pazientemente. Fianchi stretti, teneva un portamento da gran signora. Non usciva mai di casa, se non per andare la domenica a messa con il padre, la madre e i tre fratelli e a nanna a capizzu a tutti. A Liuzza Catera la nonna aveva regalato il suo corredo. Un corredo degno di un reale con i monogrammi in tutti i tovagliati e così i pretendenti erano assai, ma nuddu all’altezza della famiglia Catera, latifondisti da generazioni. Liuzza Catera, oltre al tombolo e al chiacchierino, curava i suoi gerani nel suo balcone e un giorno, come fu e come nun fu, Liuzza Catera buttò l’occhio su un moretto che ogni giorno passava di là per prendere l’acqua alla gebbia. Era alto, ‘mpostato, sguardo penetrante ca sulu a taliallu faceva girari i traveggoli, due baffi neri e folti incorniciavano il viso. E un occhio oggi e un occhio domani, i due finirono per innamorarsi, come c’era da aspettarsi, contro la volontà di tutti. Volete mettere una signorina dalle alte pretese possa ammischiarsi con un arabo, senza sapiri i unni veni e a cu apparteni? Giammai?! Fuitina fu. Scandalo pi tuttu u paisi. Per mesi e mesi tra la gente u chiacchiericcio nun mancò, ma poi…si sa…tutto passa e passò tra pettegolezzi pure il matrimonio riparatore. Una mattina però, la giovane sposina trovò nei causi do maritu, nu pizzinu scritto in arabo. Nun poteva stari, doveva sapere cosa c’era scritto, doveva decifrare il pizzino. Colta da cieca gelosia, stoica, come solo le donne siciliane sanno provare, se lo fece tradurre e, udite udite, il giovane moretto teneva nel suo paese moglie e tre figli. Liuzza Catera non ci vide più e di notte a notte, artatamente, mentre il marito morettino dormiva sonni tranquilli, senza se e senza ma, con un colpo cuttu e netto, gli mozzò il capo. Se non sei mio, non sarai di nessuno. Non contenta, macabramente svuotò la testa e mise all’interno dei germogli di basirico’. Ogni mattina, era sua premura innaffiare la pianta, anche con le lacrime che le uscivano copiose di rabbia e delusione e umiliazione. I vicini di casa, che di sicuro nun si facevano i fatti propri, vedendo quella pianta dal profumo intenso, crescere verde e rigogliosa come non mai, decisero di realizzare vasi con le fattezze di faccia di moro ad attestare una storia tormentata, inquieta, tribolata, ma testimoni che nell’amore deve vincere sempre la lealtà e la sincerità. Mai a provare a ingannare. E come cantava Virgilio…Crudele amore, che cosa gli animi mortali non spingi a fare! Oggi le teste di moro, belle e superbe esaltano con la loro alterigia i balconi delle case. Colorate, smaltate, di diverse forge e dimensioni appaiono in bella mostra, in coppia, ad accompagnare la nostra fantasia e a pensare che quei bei volti, dai lineamenti decisi, simboleggiano un amore oltraggioso, infame, ingannato, rubato, ferito.

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