Da ragazzina mi capitava spesso di sentire la parola “fujitina“.

Parola la quale significava che, due ragazzi osteggiati dalle famiglie per svariati motivi, affinchè potessero vivere il loro amore, andavano via da casa insieme.

Molte volte si rifugiavano da amici o parenti che erano consenzienti e che li ospitavano solo per una notte.

Bastava passare la notte insieme e tutto si compiva con la perdita dell’illibatezza.

Ragion per cui doveva per forza esserci un matrimonio riparatore.

Solo dopo aver superato veri o finti rancori, magari con la nascita del primo figlio, i familiari ricucivano il tessuto sociale interrotto, riappacificandosi con la coppia.

In molti posti rurali era “un’usanza nascosta” tra quelle povere genti che tenevano all’onore, ma non potevano permettersi un matrimonio con festa…

S’accordavano, quindi, di nascosto dalle orecchie indiscrete del paese e, con la complicità di tanti parroci, organizzavano ogni cosa con finti matrimoni all’alba.

Chi poteva, dava un rinfresco in casa; chi no, ne faceva anche a meno.

L’importante era il sacramento.

C’è un libro che porta alla memoria una storia apparentemente dimenticata dal tempo, ma che ha portato alla modifica del Codice Penale sui temi del delitto d’onore e del matrimonio riparatore.

Il libro di cui parlo ha per titolo “Niente ci fu” di Beatrice Monroy.

La cosiddetta “fuitina” è una fuga d’amore, ma anche un rapimento con stupro, che si trasforma in matrimonio per un’usanza che era molto diffusa al Sud principalmente in Calabria e in Sicilia.

I due ragazzi “fuggono insieme“, più o meno consensualmente, quando la loro relazione è osteggiata dalle famiglie o solo perché lo vuole la tradizione.

A cose fatte, le famiglie accettano o impongono il matrimonio per rimediare alla “vergogna” della figlia non più illibata.

Per senso d’onore il giovane farà la sua parte, conducendo la ragazza all’altare.

Il 26 dicembre del 1965 una giovane, di nome Franca, si contrappose a questo sistema di uomini e leggi.

Appena diciassettenne, Franca Viola, dopo avere rifiutato le avances di un innamorato, viene rapita mentre si trova nella sua casa di Alcamo.

Filippo Melodia, rampollo della famiglia mafiosa, la tiene segregata e la violenta per una settimana intera.

L’epilogo sarebbe stato il matrimonio riparatore, previsto dalla legge italiana come “riparo” in caso di violenza sessuale.

Il padre di Franca, invece, finge di accettare un accordo per liberare la figlia, ma avvisa i Carabinieri e fa arrestare l’uomo.

Franca Viola non volle in alcun modo acconsentire alle nozze previste, creando un precedente seguito da molte donne.

È così che diventa un’icona del movimento femminista italiano.

La legge che tutelava l’autore della violenza, pur avendo innescato un rovente dibattito politico e indignato l’opinione pubblica, sarà modificata solo nel 1981, con la cancellazione del matrimonio riparatore in caso di violenza sessuale .

“Niente ci fu” è un modo di dire delle madri siciliane, quando i figli si fanno male.

Si fa ricorso a questa espressione per minimizzare.

In generale, se si tratta di qualcosa di serio, è l’autocensura che caratterizza una certa cultura femminile del Sud.

Dopo il “can can mediatico” sviluppatosi attorno alla vicenda, Franca Viola è uscita di scena, avvolta nel silenzio.

Lei ha cercato di dare voce a tante altre donne vittime di violenza, diventate ormai testimoni di casi analoghi.

La violenza sulle donne, in questi casi, assume connotati specifici perché condizionata da un “comandamento” che è l’omertà.

Angela Amendola

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