La fuga di Nina

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Tratto da “Nina ‘a brigantessa”

 

 

Cammino come un fantasma, aleggiando per le stanze vuote e silenziose, in cerca di me stesso ma non mi trovo, come non trovo Nina! Anche questo giorno passerà, ne sono certo ma non so in che modo. Ogni cosa con la luce, riprende il suo posto, ogni cosa tornerà a brillare, anche la polvere assumerà un ruolo, ma io non ho un posto e non sono neanche polvere. Rigiro i momenti nella mia mente, ricercando un Giacomo di un’altra vita. Quella che non avrò più senza la mia donna accanto. Sento la servitù iniziare a scodellare in cucina, qualcuno mi porge del caffè, lo ingoio senza gustarlo, solo per abitudine. Lo stomaco si è chiuso e il mio cuore, sembra una casa diroccata. Sono stanco , ma di una stanchezza che non so spiegare, vorrei spaccare tutto ma non ne ho la forza. E poi, spaccando tutto, cosa risolverei? Rassegnato, affondo il mio corpo sulla poltrona preferita di Nina, accendo la pipa e guardo attraverso i vetri della finestra davanti a me. La barba è lunga e ispida, lo sguardo segnato da rughe profonde. Resto così per un tempo incalcolabile, senza pensare a niente. Mi sento inutile e vuoto come un sacco,  buttato in un angolo polveroso. Immobile, in silenzio, mentre fuori dalla porta di questa stanza, c’è un mondo che continua a vivere.

Appoggio i gomiti sulle ginocchia, con la schiena curva e le gambe aperte, poso la pipa sul tavolino accanto a me e prendo la testa fra le mani; resto così, finchè non sento un gran bruciore alle spalle. Se solo provo ad immaginare il mio futuro senza Nina, vedo solo il nero dell’incertezza e della solitudine. Vorrei solo morire!

L’aria di Tortona è mite ed è scesa lentamente la sera e Nina non è tornata a casa. Un altro giorno è trascorso senza avere alcuna notizia ma ancora l’aspetto. So però che dovrò parlare al resto della famiglia della sua assenza. Dovrò dire che se n’è andata e mai, forse mai tornerà.

Preso dai miei pensieri, non mi accorgo subito della presenza di Venera. Mia cognata è ferma davanti alla porta aperta e mi fissa in silenzio, aspetta risposte prima ancora di aver formulato domande che in realtà, è superfluo fare ma poi, visto che io continui a tacere, finalmente, chiede: “Giacomo, che fine ha fatto mia sorella?”

“Vorrei saperlo anch’io. So solo che è andata via, m i ha lasciato una lettera, se vuoi leggerla è là, sul tavolino. Io l’ho letta tante volte cercando risposte che non trovo, provaci tu, io non capisco. Sembrava felice, con noi, in questa casa.”

La mia voce è ridotta ad un filo e debolmente, alzo la mano per indicare il tavolino dove la lettera di Nina, giace, dolente. Venera si avvicina al tavolino, agguanta con decisione quel pezzetto di carta, apparentemente insulso ma con dentro, il destino di tutti. Riconosce la grafia di Nina e legge avidamente con gli occhi che, ad ogni parola letta, si spalancano sempre di più. Nina ha lasciato tutto e tutti. Non pare vero e invece, è così! Ha lasciato me in compagnia di un dolore che non tace. Un dolore che urla e si contorce e scava ferite immense, profonde, solchi lunghi e sottili che come fiumiciattoli apparentemente innocui, invadono il mio corpo e la mia anima e la consumano. Avvinghiato in un ballo frenetico, senza riposo, senza sosta, senza respiro.

Il respiro tace… un dolore che arriva subdolo e lancinante e mi si scaglia contro ed io, senza difese resto lì, spettatore immobile della mia stessa vita. Con questo dolore piantato nel cuore come un pugnale, senza scampo, senza speranza.

Questo dolore è feroce come un cane rabbioso che mi ringhia contro, mentre la bava cola dalle fauci spalancate, pronto a lanciare il morso che mi ucciderà. Questo dolore,questo dolore solo mio, questo dolore che sarà compagno eterno, compagno fedele per sempre!

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