La foto del “Fruttolo” sta facendo discutere gli italiani

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Da donna e madre

una riflessione sul caso Poggi

e l’episodio del Fruttolo

Ci sono notizie che non si leggono soltanto. Si sentono. Ti entrano dentro, ti scuotono, ti fanno male. Il caso di Chiara Poggi è una di quelle. Non è solo una storia di cronaca nera.

È la storia di una giovane ragazza che a diciotto anni dal suo tragico omicidio, continua a scuotere le coscienze. Non solo per le ferite ancora aperte nella sua famiglia, ma per ciò che questo caso rappresenta: un dolore che non ha avuto giustizia piena, una memoria che rischia di essere travolta dal rumore mediatico.

L’ultimo episodio, la foto virale del Fruttolo, ha riacceso indignazione e domande. Perché porta davvero a fare polemica la foto virale dell’avvocato Lovati, difensore di Andrea Sempio, con il vasetto del Fruttolo in mano e che mi ha lasciata senza parole. Un’immagine che ironizza su un dettaglio legato alla morte di Chiara.

Un dettaglio che, per chi ha vissuto quel dolore, non è banale. Lo stesso yogurt trovato nella spazzatura della villetta Poggi, è un gesto che va oltre la provocazione. È uno schiaffo alla dignità.È un frammento di verità, un pezzo di una storia tragica.

E vederlo usato con leggerezza, magari per fare scalpore o provocare, è un colpo basso.
Non importa se sia reale o un fotomontaggio. Il solo fatto che esista, che venga condivisa, è una mancanza di rispetto. Non solo verso Chiara, ma verso ogni madre che ha perso un figlio.

Diciotto anni sono passati.

Ma per una mamma, il tempo non guarisce. Il dolore resta, cambia forma, ma non svanisce. E pensare alla mamma di Chiara, che ha dovuto affrontare non solo il lutto, ma anche anni di processi, dubbi, riaperture e ora persino ironie mediatiche con meme, provo rabbia.

Perché la giustizia sembra ancora lontana. Perché il dolore viene trattato come spettacolo. Perché la memoria di Chiara viene calpestata da chi cerca visibilità. E sento il bisogno di dire che la dignità di Chiara va difesa, ogni giorno anche da chi non l’ha mai conosciuta.
Viviamo in un mondo che urla.

Che commenta tutto.

Che giudica anche il dolore.

Ma forse, in certi momenti, dovremmo solo tacere.

Tacere con rispetto. Perché il dolore non si discute, si accompagna. E la giustizia non si cerca nei meme, ma nella verità. Chiara era una figlia. Una ragazza di ventisei anni, con sogni, affetti, una vita davanti.

Come mamma, provo rabbia.

Perché la giustizia sembra ancora lontana. Perché il dolore viene trattato come spettacolo. Perché la memoria di una figlia viene calpestata da chi cerca visibilità o vuole fare sarcasmo. In un mondo che urla, che commenta, che giudica, forse dovremmo imparare a fare una cosa semplice e potente: tacere con rispetto.

Perché il dolore non si discute, si accompagna.

E la giustizia non si cerca nei meme, ma nella verità. Chiara merita verità. La sua famiglia merita pace. E noi, come madri, come donne, come esseri umani, abbiamo il dovere di custodire la sua memoria con rispetto, non con leggerezza.

Angela Amendola

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