Per tornare a casa, devo percorrere un lungo viale alberato rimasto verde per lungo tempo in questo autunno, forse per il protrarsi di temperature miti. Da un paio di settimane, invece, in modo rapido le foglie verdi sono diventate gialle ed hanno iniziato a cadere.

Giorni fa, percorrendolo, mentre guidavo l’auto, osservavo l’armoniosa danza delle foglie che, staccatesi dal ramo, raggiungevano terra dopo aver volteggiato nell’aria. Ad un tratto, una folata di vento ha fatto cadere dagli alberi molte foglie e ne ha sollevato altre da terra, in pochi attimi una nuvola di foglie ha avvolto l’auto e mi ha fatto pensare ad una foglia di carpine che diede al filosofo Jules Lequier (1814 – 1862) lo spunto per interessanti e profonde riflessioni.

Jules Lequier è un filosofo francese poco conosciuto, ebbe una vita piuttosto difficile e piena di insuccessi che si concluse tragicamente, probabilmente con un suicidio. In vita non pubblicò nulla, solo nel 1865, dopo la sua morte, il brano a cui farò riferimento fu riportato in un’opera dal titolo Ricerca di una prima verità. Nonostante non fosse molto conosciuto in vita, le opere postume lo collocano come precursore di importanti filosofie francesi, soprattutto l’esistenzialismo.

Il problema di cui si occupa Lequier riguarda l’esistenza di due modi di pensare: c’è chi pensa che tutto ciò che accade sia necessario e quindi l’uomo non è libero di agire, altri invece pensano che l’uomo abbia il libero arbitrio e quindi ciò che accade è una scelta libera.

Lequier ricorda un momento dell’infanzia:<<Un giorno, nel giardino di mio padre, sul punto di cogliere una foglia di carpine, mi meravigliai, ad un tratto, di sentirmi padrone assoluto di questa azione, per insignificante che fosse.>> Appena, però, mette la mano sul ramo sente un fruscio, è un uccello che spaventato vola via ma viene subito afferrato e ucciso da uno sparviero.

Il giovane si sente in colpa, pensa di essere la causa della morte dell’uccellino e che la primitiva sensazione di libertà venga cancellata dalla concatenazione degli avvenimenti successivi. Si nega così la libertà: tutto si è svolto secondo una successione consequenziale e necessaria. L’uomo è quindi spettatore della sua stessa esistenza, è solo una parte di materia e obbedisce alle leggi necessarie che governano tutto l’universo.

Qualche tempo dopo, il filosofo si trovò in una situazione analoga a quella descritta: ai piedi di un albero stava per staccare una foglia, aspettandosi di veder comparire un uccello come la volta precedente.

 Pensò, però, che avrebbe compiuto ugualmente il gesto, indipendentemente dalle conseguenze poiché non si sentiva più spettatore ma attore della sua esistenza, aveva conquistato il senso della libertà, conquista che era avvenuta nel tempo, interrogando il suo intimo e riflettendo sul fatto che se la necessità governa tutto non esiste la possibilità di correggere un errore, non esistono più bene e male.

Bene e male sono infatti legati al libero arbitrio.

Si coglie, in questo cambiamento di prospettiva, un primato della coscienza ed un rifiuto dello scientismo positivistico dominante in quegli anni, scientismo che aveva la pretesa di risolvere tutti i problemi del mondo e dell’uomo. Per Lequier, invece, la scienza risolve problemi, migliora la vita ma non dà risposte alle domande più importanti che l’uomo si pone e che riguardano la propria interiorità.

Lequier ancora:<<Se io sono un essere libero, sono un essere responsabile […] Dinanzi a chi sono responsabile? Dinanzi a me stesso o di fronte ad un altro essere? […] Tutto mi dice che c’è un’altra persona che ha in sé la ragione del proprio essere e dinanzi alla quale io sono responsabile>>.

 L’uomo è libero e la sua libertà sta nella possibilità di scegliere, l’ultima possibilità è l’essere divino, Dio. Basterebbe, forse, kantianamente obbedire alla propria coscienza per essere liberi e responsabili delle nostre scelte e delle nostre azioni.

La foglia di carpine spinse Lequier ad occuparsi di filosofia da una particolare prospettiva. Le foglie gialle che continuano a cadere e a volteggiare spinte dal vento, obbediscono a leggi fisiche ma suscitano meraviglia, la loro danza nell’aria è come quella leggerezza che talvolta colora la nostra vita e la rende piacevole, degna di essere vissuta.

Gabriella Colistra

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