Epicuro e la ricetta per la felicità.

Sono tempi duri per i Greci: essi non sono più cittadini di polis evolute, fieri della loro cultura e gelosi della loro autonomia politica. I periodi in cui trascorrevano le giornate a discutere animatamente nelle piazze e nei mercati di quali decisioni prendere per la loro città nelle assemblee politiche cominciano ad essere solo un ricordo doloroso che pian piano va sbiadendo. Anche dopo la morte di Alessandro Magno, la Grecia resta soggiogata.  E dopo i Macedoni arriveranno i Romani. È il periodo che gli studiosi definiscono “età ellenistica”.

Un trauma per i Greci: da uomini liberi, da cittadini attivi, diventano sudditi, che devono sottomettersi, in modo incondizionato, ad un’autorità centrale, lontana, straniera e avida di tributi. Tutto è perduto …. Che fare? Che senso ha ancora vivere? E morire è una soluzione? È la fine degli affanni o il precipitare definitivo nell’abisso del non senso.

La vita fa paura. La morte fa paura. L’anima è nel caos, il corpo è stanco, lo smarrimento fiacca lo spirito e la carne …

Ad Atene, però, arriva qualcuno che non si arrende, che ha trovato una via da percorrere per ritrovare la serenità e provare ad essere ancora felici, perché la vita comunque deve andare avanti: Epicuro. Egli aggiunge nuova linfa alla fonte di ciò che ha reso unica nel mondo la cultura greca: la filosofia. Epicuro, interpretando in modo originale ed innovativo il pensiero dei suoi predecessori, elabora una via filosofica di salvezza per gli individui.

La filosofia viene proposta come medicina che è in grado di guarire gli affanni dell’anima e i dolori del corpo, ritrovando serenità ed equilibrio interiore. Fare filosofia diventa un vero e proprio percorso terapeutico che guarisce le ferite che la vita ha inferto alle persone.

Il “Giardino”, così era chiamata la scuola epicurea, diventa un polo attrattivo per molti uomini e donne che accettano incondizionatamente gli insegnamenti di Epicuro e trovano nella sua amicizia e nelle sue parole lo scopo della loro vita.

Il filosofo doveva avere un carisma fuori dal comune perché tutti coloro che ne divennero seguaci non solo lo presero come modello, ma iniziarono a divinizzarlo in vita e il precetto fondamentale della scuola divenne: “comportati sempre come se Epicuro ti vedesse”.

A differenza di molti presunti santoni dei nostri tempi che hanno ingannato e rovinato la vita a molte persone e che nella maggior parte dei casi si sono rivelati impostori senza scrupoli, Epicuro fu un vero maestro di vita, un esempio di estrema coerenza tra ciò che diceva e ciò che viveva in prima persona. E la ragione della sua divinizzazione ce la fornisce il grande poeta latino Lucrezio che nel De Rerum Natura canterà la filosofia epicurea in versi immortali: Epicuro è il fondatore della vera sapienza e va annoverato tra le divinità perché ha liberato gli uomini dai lacci soffocanti della paura del soprannaturale e della morte.

Epicuro parla della sua filosofia come di un farmaco che esercitava il suo potere di guarigione in quattro direzioni (la celebre teoria del tetrafarmaco): 1) non bisogna avere paura degli dei; 2) non bisogna avere paura della morte; 3) non bisogna avere paura del dolore; 4) la felicità è facilmente raggiungibile.

Ecco la ricetta per liberare la mente e il corpo da ogni affanno! Per molti Greci la crisi delle loro polis doveva essere vissuta come castigo divino; molto spesso anche oggi le persone pensano a Dio come un giudice severo che tutti osserva e giudica, pronto a punire gli errori. Una religiosità vissuta con le categorie del giudizio, della vendetta, della colpa è solo fonte di turbamento e non di consolazione. Epicuro insegna in primo luogo a liberarsi da ciò: in verità noi non sappiamo niente della divinità perché la sua conoscenza va oltre i limiti dell’esperienza e noi possiamo conoscere con certezza solo ciò che sperimentiamo in modo diretto. Ma ammettiamo pure, per ipotesi, che gli dei esistano: essi non potrebbero mai essere capricciosi e vendicativi perché avrebbero dei difetti e, dunque, non sarebbero veri dei. Ha ragione Aristotele: la divinità non può provare desideri, non si occupa delle faccende umane. Quindi: vivete sereni perché il timore degli dei è solo una superstizione; tutto ciò che accade dipende solo da noi e le catastrofi naturali (maremoti, terremoti, ecc.) non sono una punizione divina, ma dipendono dalle stesse leggi naturali dell’universo.

E la morte? È la paura più radicata dentro di noi. Eppure può svanire se si segue questo semplice ragionamento: se siamo vivi, la morte non c’è e, quando ci sarà la morte, noi non ci saremo più (e quindi non proveremo più niente). La morte esclude la vita e viceversa. Una volta morti, saremo morti e quindi non potremo provare più dolore. Da vivi, pensiamo a vivere. Da morti, ormai semplicemente, non ci saremo più.

E il dolore? Se è intenso, è breve, oppure condurrà alla morte e quindi non si proverà più niente. Se è lieve, è sopportabile e quindi non lamentiamoci.

E la felicità? È raggiungibile da tutti, basta intenderci su cosa sia la vera felicità per l’uomo. Essere felici significa soddisfare i piaceri dell’anima e del corpo. La ricerca del piacere è una via praticabile se ci si sa accontentare di poco: avere un tetto sulla testa, vestiti e cibo ogni giorno, e poter godere dell’amicizia di persone sincere con cui condividere la vita.

Così viveva Epicuro, così vivevano i suoi discepoli: si accontentavano del necessario, erano liberi dalle superstizioni e dalle angosce, coltivavano la vera amicizia e la pratica della virtù.

Una ricetta semplice, onesta ed autentica.

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