E’ un mattino d’estate.

Devo fare la spesa e io odio fare la spesa, per di più da sola.

Trovare parcheggio per l’enorme macchina che mi ritrovo è già un’impresa non da poco, ma sapete, appena presa la patente si ha quella sensazione di indipendenza e forza che poche cose ti danno al mondo; soprattutto se giri con un macchinone, beh pagato dal papà, questo lo sottoscrivo per onestà intellettuale.

Quella sensazione da Beverly Hills in vacanza mi accompagna ancora mentre guido, la musica alta in radio, gli occhiali da sole appiccicati al naso, nonostante siano passati un po’ di anni dal superamento del test di guida.

Prendo tutto quello che serve, o almeno che penso mi serva, e mi apposto  velocemente per la fila alla cassa; ribadisco, io detesto fare la spesa.

Ho indosso un vestitino rosso a fiori, fuori ci sono 35 gradi all’ombra e io soffro il caldo anche in primavera, figurarsi ad estate inoltrata.

Penso che comunque ho fatto una cavolata, ma di quelle abissali, madornali, quando devo abbassarmi per prendere le cose dal carrello e sistemarli lungo il carrello della cassa.

Beh, comunque è andata, un po’ di attenzione, ed è andata (ma appuntatevelo in maiuscolo sull’agenda o sulle note del telefono: INDOSSARE UN VESTITO PER FARE LA SPESA E’ POCO, MA SUL SERIO POCO PRATICO).

Il ragazzo alla cassa è giovane e, considerato che compro lì da anni, ormai un viso famigliare, come il mio credo sia per lui.

Gli chiedo il favore di poter lasciare lì le bottiglie d’acqua, avrei riposto la spesa nel cofano e sarei tornata per l’acqua entro pochissimo.

Lui risponde gentile, come sempre e mi regala un sorriso.

All’uscita, mentre trasporto, o meglio dire trascino con molto fatica ma resilienza, la spesa più pesante che abbia mai fatto, sotto il sole cocente di mezzogiorno faccio un breve ma triste incontro.

Una donna sui trenta portati male, forse, o i quaranta bene; insomma, almeno dieci anni più grande di me.

Ha la sua busta della spesa ai piedi e sta lì ferma e immobile, è in corso una chiamata.

La sento dire: beh ora scendo a piedi!

Parlava con il suo uomo, credo, ma non so specificare se fosse il marito o il compagno.

Lui era in ritardo, un ritardo importante. E lei stava lì, col caldo soffocante, non un filo di vento, immobile e arrabbiata.

Riposo la roba in macchina e rientro per l’acqua, passo nuovamente davanti a lei, non si era mossa.

La sua minaccia di andar via a piedi era più una messa in scena. Era imbronciata, come una bambina.

Per qualche istante ho provato il desiderio o forse l’istinto di chiederle:

tutto bene? Dove devi arrivare? Ti accompagno io…

Non l’ho fatto; non so bene dire il perché.

La fretta, gli impegni, la vita insomma.

E mentre acceleravo la immaginavo ancora lì, delusa e triste, arrabbiata contro il suo amore o forse contro l’indipendenza che le era stata negata…

e provavo pena per lei.

Mi chiedevo se avesse la patente ma in casa ci fosse solo un’automobile, se per caso il ritardo di lui fosse davvero giustificato; in ogni caso, speravo solo che facesse presto.

Ilaria Piscioneri

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