L’ultimo guaito di un innocente

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La scorsa notte si sono fatte le ore piccole, e questo non accadeva da tempo immemore.

A causa di un turbinio di pensieri, che con ferocia ha invaso la dimensione della mia serenità, non ho affatto goduto della complicità di Morfeo.

Mi sono interrogata parecchio … l’ho fatto a lungo e con molta serietà.

Ho ragionato sui concetti di rispetto, di compassione, di empatia.

Ho domandato a me stessa se fossi sempre stata impeccabile nel corso della mia vita o se, piuttosto, avessi commesso delle gravi negligenze nei confronti degli altri.

Sono arrivata alla conclusione di aver sbagliato in più di una circostanza e di essere stata malamente guidata da quei limiti umani che ci caratterizzano per natura.

Non sono infallibile e credo che nessuno lo sia.

Ma la malvagità, Signori miei… quella è ben altro affare.

Ho tentato di sviscerare, dai meandri della mia consapevolezza, una spiegazione del termine “cattiveria” che risultasse comunemente accettabile, che chiarisse le motivazioni ultime che fanno optare per delle soluzioni deplorevoli.

Penso che la malvagità sia indotta da una degenerazione dell’anima, da uno scompenso invalidante che interessa la spiritualità dell’individuo.

È certamente determinata dall’incapacità di far viaggiare, sul binario del bene supremo, le personali condotte e le loro conseguenti ripercussioni.

Perché, se dalle suddette ripercussioni si imparasse a non ricadere in errore, sarebbe possibile rientrare in una dimensione di moralità che si rivelerebbe salvifica.

Il malvagio no… il malvagio non impara!

Il malvagio si iberna all’interno della sua bolgia oscura.

Ed è così che, per esempio, in una tranquilla giornata primaverile, il malvagio sperimenta la macabra esperienza dell’assassinio.

E lo fa con naturallezza, con il gelido impeto di chi pare abbia venduto l’anima al peggiore dei mali.

Lo fa perché, probabilmente, la sofferenza lo diverte, essendo egli stesso sommerso dal peso insopportabile della sua indole vile.

D’altronde, agire ai danni di un indifeso, rappresenta da sempre la classica condotta di chi reca in sé un fortissimo sentimento di frustrazione.

Alcamo, la mia amata città, è stata suo malgrado testimone di un delitto atroce.

Un pensionato di settanta anni, alla guida della sua autovettura, ha appositamente effettuato una manovra strategica, con l’obiettivo di porre fine alla vita di Nina, un’indifesa cagnolina di quattro anni.

E, purtroppo, è riuscito nel suo macabro intento.

Da giorni, oramai, qualunque piattaforma è invasa dalle riprese effettuate dalle telecamere di sorveglianza.

Gli ultimi guaiti dispetati di Nina, gli altri cagnolini che accorrono per tentare di salvarla, l’automobile dell’assassino che si allontana con indifferenza…

Tutto è perfettamente documentato dalle immagini.

Ma questa non è la fotografia della mia Alcamo, non lo è affatto.

Alcamo brulica di anime nobili, di gente che ha fondato delle meravigliose associazioni per la tutela degli animali, di brave persone che si dedicano al bene e alla tutela dei più deboli.

La città di Alcamo si dissocia dal deplorevole gesto e lo fa con grinta, con determinazione e a gran voce.

Nonostante il profondissimo sentimento di indignazione, credo fermamente che non si debba essere mossi da vendetta.

La vendetta rende l’essere umano infinitamente piccolo e lo relega ai margini di una retrocessione ancestrale che ben poco ha a che fare con il concetto di società civile.

Che ciascuno di noi possa avvertire, di contro, uno smisurato appetito di giustizia.

La giustizia, ahimè, sovente non si fa strada nell’immediato, tergiversa al cospetto di tempi lunghissimi e spesso soccombe definitivamente ed in maniera irreversibile.

È per questo che subentrano il disincanto, la rabbia, la mancanza di fiducia nel sistema legislativo.

Tuttavia è possibile cercare giustizia a partire dalle condotte individuali, da un processo di sensibilizzazione che invada letteralmente le coscienze, dall’evasione dalla prigionia dell’omertà e dell’indifferenza.

Facciamo in modo che il decesso di un povero innocente non sia stato vano.

Ad ogni modo, l’essere umano ha bisogno di tempo, anzi, di un’infinità di tempo a sua disposizione per ascendere verso una dimensione che lo affianchi al divino e che gli consenta di accostare se stesso al perdono.

In molti casi, ciò non si verifica nemmeno.

Ma Nina sì…

Ninna era un essere superiore.

Nina ha già perdonato.

Maria Cristina Adragna

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Siciliana, nasco a Palermo e risiedo ad Alcamo. Nel 2002 conseguo la Maturità Classica e nel 2007 mi laureo in Psicologia presso l'Università di Palermo. Lavoro per diverso tempo presso centri per minori a rischio in qualità di componente dell'equipe psicopedagogica e sperimento l'insegnamento presso istituti di formazione per operatori di comunità. Da sempre mi dedico alla scrittura, imprescindibile esigenza di tutta una vita. Nel 2018 pubblico la mia prima raccolta di liriche dal titolo "Aliti inversi" e nel 2019 offro un contributo all'interno del volume "Donna sacra di Sicilia", con una poesia dal titolo "La Baronessa di Carini" e un articolo, scritti interamente in lingua siciliana. Amo anche la recitazione. Mi piace definire la poesia come "summa imprescindibile ed inscindibile di vissuti significativi e di emozioni graffianti, scaturente da un processo di attenta ricerca e di introspezione". Sono Socia di Accademia Edizioni ed Eventi e Blogger di SCREPmagazine.

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