L’amore nella Roma antica era all’insegna della libertà.
L’amore tra due uomini non era riprovevole.

I romani, esattamente come i greci, non conoscevano il concetto di “omosessualità”, né tanto meno questo termine: per loro, la virilità non si manifestava solo nel rapporto con le donne, ma ogni qual volta, in un rapporto sessuale, l’uomo assumeva un ruolo attivo, anche con un altro uomo.

Il che non significa però che i romani approvassero qualunque rapporto tra uomini: non lo approvavano loro e non lo approvavano neppure i greci. Mentre però i greci ammettevano solo le relazioni pederastiche, vale a dire quelle tra un uomo adulto e un ragazzo libero, che grazie alla frequentazione con un cittadino imparava a condividere i valori della polis, i romani invece non ammettevano rapporti di questo genere.

A Roma i giovani maschi venivano educati al mestiere di cittadino dai genitori: il padre, in primo luogo che li conduceva con sé quando partecipava alle riunioni politiche, così che ne apprendessero i meccanismi e le regole.

La madre,  invece, coltivava in loro la consapevolezza della grandezza di Roma e l’orgoglio per la loro appartenenza civica.

Inoltre, agli occhi dei romani, essere partner passivi in un rapporto sentimentale o sessuale era segno di debolezza, di mancanza di virilità. L’uomo romano, insomma, poteva amare qualcuno del suo sesso, ma solo come amante “attivo”, mai come amato “passivo”…e questo risolveva parte del problema!

Come risolvere l’altra parte dello stesso problema?

Come trovare un “amato passivo”?

La soluzione era a “portata di mano“: gli schiavi.

Anche a questo serviva la schiavitù.

Naturalmente quelli  propri perché quelli degli altri bisognava rispettarli, come qualsiasi proprietà altrui …

… ma con i propri …

Antonella Ariosto

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