Nel “Libro De Natura de Amore la tematica dell’Amore “humano” è tratta nei libri II e III.

L’AMORE DI NOI STESSI

Il primo tema importante della concezione antropologica che emerge dal trattato è quello dell’amore di sé, il quale si rivela come la fonte e la sorgente di tutti gli umani affetti.

Esso è sviluppato in maniera molto ampia per tutto il primo paragrafo del Libro II, che reca come titolo Origine de li affecti.

L’amore di noi stessi è innanzitutto caratterizzato come il principio dei nostri “boni e cattivi penseri” e l’origine di “ogni nostra operatione”; esso, infatti, è inseparabilmente congiunto con la nostra natura, sorgendo ed accompagnadosi con essa, da non potersene separare senza che siano distrutti entrambi i membri della relazione.

La dinamica dell’amore di noi stessi può essere illustrata attraverso il suo rapporto con la natura e si traduce primariamente come istinto di autoconservazione, presente nella specie umana.

Così si esprimeva l’Equicola:

Ha quella [la natura] datone istincto, al quale repugnare nol sapemo, di conservare noi stessi in vita, mantenerne in optimo stato di vivere.

Amore di noi stessi ne insegna declinare quanto alla vita nocer potesse.

“Amore di noi stessi ne mostra quanto fugir se deve, quel che al desiato vivere fosse contrario”.

Egli insiste sul fatto che la tendenza a seguire e soddisfare il proprio amore di sé sia per ogni uomo una tendenza primaria, innata, una legge immutabile e necessaria.

Ciascuno ama se stesso e questo amore sembra estendersi fuori di noi tanto quanto la nostra inclinazione ci spinge all’utile, all’onore o alla voluttà (che costituiscono appunto i tre fondamentali oggetti della nostra volontà) ed il vero motivo per cui amiamo gli altri è perché li riteniamo capaci di donarci ciò che cerchiamo oppure in grado di aiutarci a raggiungerlo.

È questo egoismo primario che appartiene a tutti gli uomini la causa su cui si fondano i vincoli di amicizia ed i legami sociali; è una verità cruda, dura da accettare, ma è pur sempre la verità!

La riluttanza che si può provare a dare il proprio assenso a questa analisi è ben comprensibile: è una cosa molto dura ammettere che:

Noi non amamo se non noi stessi, e che per noi mostramo amar altri.

GLI AFFETTI E LA CONCEZIONE DELL’UOMO

COME COMPOSTO DI ANIMA E CORPO

L’Equicola ricorre al paragone geometrico del cerchio per illustrare il rapporto tra gli affetti e l’amore di noi stessi:

Et perché como la forma circulare è di tutte le altre capacissima, e tutte le altre figure in sé include, così lo amor di noi stessi, tutti affecti comprende, como origine, fonte, principio e patre di quelli.

Nel momento in cui egli collega la questione dell’origine degli affetti alla concezione rinascimentale dell’uomo come composto di anima e di corpo, Equicola mostra di non essere un semplice ripetitore della concezione platonica dell’amore che Ficino aveva rielaborato e divulgato.

La concezione platonica resta sullo sfondo, come base metafisica per sostenere la spiritualità e l’immortalità dell’anima, ma è la concezione aristotelica che è richiamata dal nostro autore per sviluppare le sue argomentazioni in chiave etica.

Gli affetti appartengono alla parte irrazionale dell’anima e vanno moderati grazie all’esercizio della virtù morale, della ragione “pratica” che media tra gli estremi dell’eccesso e del difetto.

Essere virtuosi significa seguire il giusto mezzo.

Per chi vuole approfondire la concezione platonica e quella aristotelica, può consultare i miei precedenti articoli sempre sulla Rubrica Symposium di SCREPmagazine cliccando su questo link:

https://screpmagazine.com/category/symposium/

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome qui