Siamo quasi alla fine del 2019.

Un altro anno sta per aggiungersi agli altri.

Per molti è tempo di bilanci.

Le domande che spesso vengono associate al termine bilancio riguardano questioni economiche, fattori di crescita aziendale, produttiva.

Bilancio si può accostare anche ad ambiti più personali, intimi e domandarsi «sono migliorato come essere umano rispetto all’anno precedente, rispetto all’inizio di questo anno? Sono più saggio/a? Sono più adulto/a?».

Di recente mi è capitato di leggere un saggio di Janusz Korczak (Janusz Korczak è il suo pseudonimo letterario; Henryk Goldszmit il vero nome anagrafico) dal titolo “Come amare il bambino”, che contiene riflessioni quanto mai attuali sul significato profondo di essere adulti che non è sinonimo scontato dell’avanzare dell’età anagrafica, anzi spesso tra le due condizioni ci sono solo dei rapporti superficiali.

Janusz Korczak nato Henryk Goldszmit (Varsavia 1878 – Treblinka 1942), fu pediatra, soldato, filosofo, scrittore, sociologo e soprattutto educatore ma è una figura poco conosciuta nel nostro Paesi; i suoi scritti sono stati tradotti dal polacco in italiano solo a partire dagli anni novanta del secolo scorso.

Egli fu uomo sensibile, empatico, innovatore una guida per molti. Apparentemente ‘sfigato‘ perché deceduto nel campo di sterminio di Treblinka nell’agosto del 1942, in verità un uomo che fece della propria missione la sua gioia più profonda.

Un uomo che conosceva bene sé stesso.

Solo per questo degno di ogni ammirazione e rivalutazione.

Janusz era figlio di un avvocato, nipote di un medico, pronipote di un vetraio. Famiglia ebrea. Nacque ricco morì povero in un campo di sterminio. Studiò medicina, si specializzò in pediatria a Parigi e Berlino, conobbe Pestalozzi, svolse attività di medico dell’esercito polacco e poi di pediatra ma l’attività che lo rese famoso in vita ed anche oggi a distanza di quasi un secolo, è stata quella svolta nell’orfanotrofio da lui stesso fondato: la Casa degli orfani o dei bambini.

Situata a Varsavia, fondata nel 1912 e portata avanti con sedi diverse insieme alla fedele amica/collaboratrice Stefania Wilczyńska (prima sede via Krochmalna 92 – ultima tappa il Ghetto ebraico) fino alla morte.

Gli scritti più famosi di Korczak sono “Come amare il bambino” (1914-1918), “Diario dal Ghetto“, “Il diritto del bambino al rispetto“.

Il primo, dal quale poi scaturisce I diritti del bambino, è un saggio dedicato sia agli educatori sia ai genitori,  in cui i temi trattati sono vari: gravidanza, puericultura, primi anni di vita, ecc…

E’ una visione olistica la sua: «infinito è il numero dei problemi psicologici e delle conseguenze che stanno al confine tra soma e psiche», in pratica mente e corpo sono un tutt’uno.

Egli ‘insegna’ a prendersi cura del bambino da ogni angolazione «l’adulto dovrebbe cessare di vedere/ considerare l’infanzia come un semplice momento di passaggio per diventare grandi ma la valuti come un momento della vita importante» e considerare che «il bambino pensa con il sentimento, non con l’intelletto».

Ritornando al tema dell’adultità, leggere Come amare il bambino è uno strumento potente di riflessione per il mondo adulto su come prendersi cura anche del proprio bambino interiore (e qui mi riallaccio ad un bellissimo articolo di questo blog https://screpmagazine.com/la-vulnerabilita-del-nostro-bambino-interiore/), come diventare “genitori di noi stessi” per curare ‘la ferita dei non amati’, per citare Peter Schellembaum, e poter accedere al mondo degli adulti.

La sola cosa che avrebbe come conseguenza la consapevolezza di sé ed impedirebbe al passato di agire in automatico nel, e sul, presente «un minuto ferito comincerà a sanguinare, un minuto assassinato tornerà e ossessionerà le vostre notti».

La scrittura di  Korczak è semplice e potente al momento stesso, sintomo di una mente brillante e propensa alla ricerca delle profondità della vita, mossa dal bisogno di aiutare il prossimo a vivere più in sintonia. Benché egli fosse amaramente consapevole dei tempi terribili nei quali viveva, non cessò di provare a far germogliare i semi della speranza dei piccoli orfani de quali si prendeva cura.

Dedicò ogni energia ai bambini, alla loro comprensione ed educazione, convinto di poter trasmettere strumenti validi affinché fossero in grado di sviluppare sia il fisico sia l’intelletto.

Decise di non avere figli propri e considerò ogni orfano della Casa dei bambini come un figlio di sangue, non li abbandonò mai, benché avesse avuto la possibilità di ottenere il lasciapassare per fuggire dal ghetto e rifugiarsi all’estero.

Proprio con loro si diresse verso la morte nell’agosto del 1942 quando i nazisti razziarono il ghetto, li fecero salire su carri bestiame e li condussero a Treblinka.

Tutto il sistema educativo contemporaneo aspira a che il bambino stia comodo. Di conseguenza, passo dopo passo, si adopera a farlo assopire, soffocare, a distruggere tutto ciò che in lui è volontà e libertà, fermezza d’animo, forza dei desideri e degli obiettivi.

«Dite:
è faticoso frequentare i bambini.
Avete ragione.
Poi aggiungete:
perché bisogna mettersi
al loro livello,
abbassarsi, inclinarsi, curvarsi,
farsi piccoli.
Ora avete torto.
Non è questo che più stanca.
E’ piuttosto il fatto di essere
obbligati ad innalzarsi
fino all’altezza
dei loro sentimenti.
Tirarsi, allungarsi,
alzarsi sulla
punta dei piedi.
Per non ferirli.»

Lucia Simona Pacchierotti

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Lucia Simona Pacchierotti
Sono nata a Siena dove mi sono laureata in Storia dell'Arte e dove lavoro in un museo cittadino. L'arte, la musica, il cinema, la letteratura, sono le mie passioni insieme a quella per la psicologia e per tutto ciò che genera emozioni. La scrittura è da sempre legata al mio lavoro anche se solo negli ultimi tempi mi sto dedicando ad essa. Coi miei racconti brevi e le mie poesie, ho ricevuto alcune mansioni d'onore e riconoscimenti a vari concorsi anche internazionali. Questo anche grazie ad un corso di Scrittura Creativa tenuto da Arsenio Siani, collaboratore di SCREPmagazine, grazie al quale io stessa sono diventata blogger di questo magazine.

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