Nel precedente articolo ho tratteggiato un breve profilo biografico e culturale di Kant, scrivendo che la sua filosofia viene definita “criticismo”.

Partendo da questa definizione, devo subito chiarire che il nostro modo di usare in italiano il verbo “criticare” ci porta decisamente fuori strada rispetto al significato kantiano.

Per noi, infatti, nel linguaggio ordinario “criticare” ha un significato per lo più negativo: “criticare” diventa sinonimo di “parlare male” di qualcuno o di qualcosa.

Anche quando si parla di “critica letteraria”, “critica cinematografica”, a primo impatto ci viene spontaneo pensare di più ad un’operazione di distruzione che di costruzione.

I critici sono questi famigerati esperti che scrivono recensioni in un linguaggio complicatissimo e che spesso fanno a pezzi quel film che avevamo appena visto e che ci era magari anche piaciuto tanto, per cui seminano dentro di noi il dubbio che forse non ci capiamo niente di arte, musica, cinema o letteratura …

Niente di più lontano dal significato che il sostantivo “critica” e il verbo “criticare” hanno nella filosofia di Kant.

Ai miei studenti propongo sempre di sostituire il termine “critica” con il termine “analisi”.

Il criticismo si propone, infatti, di analizzare i limiti, i fondamenti e le condizioni che rendono possibile la nostra conoscenza.
Perché c’è bisogno di questa preliminare indagine critica?

Kant è erede sia della tradizione razionalista (Cartesio si era per primo posto il problema del metodo su cui fondare e legittimare la validità del sapere scientifico moderno) sia di quella empirista (Il Saggio sull’intelligenza umana di Locke anticipa in parte il programma della Critica della Ragion Pura), le due grandi correnti filosofiche moderne che, pur nella irriducibilità dei rispettivi assunti di fondo, entrambe pongono al centro dell’indagine filosofica il problema della conoscenza, figlio della rivoluzione scientifica.

Kant è un convinto ammiratore di Newton, il grande scienziato con il quale si chiude idealmente la Rivoluzione scientifica moderna.

Ai suoi tempi, la fisica ha raggiunto e consolidato dei risultati considerevoli, che sono ampiamente condivisi all’interno della comunità scientifica internazionale.

Lo stesso discorso non si può fare per la metafisica, che Kant ha studiato approfonditamente all’università, seguendo la tradizione razionalista di impostazione leibniziana.

È sempre stato affascinato dal tentativo umano di rispondere ai grandi interrogativi sull’esistenza di Dio, sull’origine dell’universo, sull’immortalità dell’anima.

La metafisica ha, però, raggiunto dei risultati spesso contraddittori tra loro e non si riscontra quell’accordo intersoggettivo tra gli studiosi, che invece contraddistingue il sapere scientifico.

Da una rapida panoramica delle principali concezioni metafisiche, emergono, infatti concezioni che concepiscono Dio o trascendente o immanente, l’universo finito o infinito, ecc.

Ha ragione Cartesio che afferma l’esistenza di un mondo concepito come una gigantesca macchina meccanica, nel quale solo gli uomini possiedono delle anime immateriali-menti pensanti che “pilotano” il corpo?

Oppure ha ragione Spinoza che identifica Dio con la natura, di cui non siamo altro che gocce in un infinito mare?

O, ancora, ha ragione Leibniz che ritiene che la materia sia solo l’aspetto esteriore di una realtà energetico-spirituale (la famigerata “monade”, odiata da tutti gli studenti …)?

Kant osserva con un certo rammarico che la metafisica è ancora un campo di lotte senza fine.
A questo punto, un lettore potrebbe osservare che la partita finisce qui: scienza 1, metafisica 0.

E, invece, c’è un però!

Una questione deve aver fatto arrovellare moltissimo la mente del grande filosofo presidiano, tanto da fargli confessare che la lettura delle opere del filosofo scozzese David Hume lo ha “svegliato dal sonno dogmatico”.

Ma al tempo stesso non lo ho fatto più dormire per un bel po’.

Per molti aspetti il criticismo è la risposta ai problemi sollevati dallo scetticismo humiano, che non va ad intaccare solo le certezze metafisiche, ma va a corrodere implacabile le fondamenta stesse dell’edificio del sapere scientifico.

La filosofia di Hume sembra mostrare che la tesi secondo cui ogni nostra conoscenza parte dall’esperienza – ipotesi cardine dell’empirismo – in realtà finisce per distruggere la validità stessa del metodo sperimentale.

Perché?

Argomenta Hume: le leggi scientifiche si fondano sulla legge di causa ed effetto.

La scienza misura, quantifica i rapporti causali che si riscontrano in natura. Hume non nega tutto ciò, ma sostiene che le leggi scientifiche non sono valide per sempre, non possiedono un valore logicamente universale, perché la casualità che si osserva attraverso l’esperienza non esprime un legame logicamente necessario.

Solo la matematica esprime dei legami necessari, ma i numeri sono qualcosa di astratto, inventato dagli uomini.

In natura, sperimento solo una successione di fenomeni contigui, che si svolgono un dopo l’altro, ma niente più.

L’affermazione “domani il sole sorgerà” in realtà non è niente di più che una profezia, perché a rigore, il fatto che fino ad oggi abbiamo sperimentato il sorgere del sole, non ci garantisce la certezza assoluta che sorgerà anche domani.

Ma allora, cosa sono le leggi scientifiche?

Niente altro che raffinate previsioni altamente probabili per orientarci nel mondo.
Ma se ha ragione Hume, allora anche la scienza, come la metafisica non sta messa molto bene …

Eppure i grandi progressi nel campo scientifico smentiscono lo scetticismo di Hume.

Che fare?

Kant partirà da questi interrogativi e giungerà ad una soluzione geniale, che egli stesso definisce una “rivoluzione copernicana”.

Lo scopriremo nel prossimo articolo.
Sapere aude!

Emiliano  Cheloni

3 Commenti

  1. Kant dice che la dottrina razionale del sovrasensibile (la metafisica) “era chiamata regina di tutte le scienze”.
    Tutta la filosofia teoretica come dottrina sulla realtà, per Wolff, cioè la metafisica, ottenuta con procedimenti puramente razionali (“scienza speculativa razionale” la definisce Kant coerentemente al razionalismo di Wolff); tralasciando la metafisica generale o ontologia, la metafisica in Wolff riguardava o l’anima (psicologia razionale) o il mondo (cosmologia razionale) o Dio (teologia razionale).
    Il dualismo (res cogitans e res extensa) e il monismo, fra il panteismo e l’ateismo e il teismo, fra il meccanicismo e il finalismo sono i due poli fra i quali oscillavano i filosofi prekantiani; ecco perché Kant definisce la metafisica “il campo di battaglie di queste lotte senza fine”.
    Eppure anche noi oggi, come da sempre tutti gli uomini, sentiamo la necessità di andare al di là di ciò che appare, alla metafisica, cioè, tende la nostra ragione, come sentiamo la necessità di nutrire il nostro corpo.
    Ora, conosciamo le varie correnti dell’empirismo e del razionalismo: Cartesio (la pura idea chiara e distinta),
    Spinoza (coincidenza tra l’ordo idearum e l’ordo rerum), Malebranche (un’immediata visione di Dio), Leibniz (l’armonia prestabilita)…si potrebbe dire che questi atteggiamenti sono dogmatici, cioè si pretende di penetrare il reale con la sola ragione, senza premettere un’analisi o critica della ragione; Wolff spinse questo razionalismo sino allo spasimo, in estremismo.
    L’empirismo, invece, vuole stare a contatto con la realtà, analizzando il nostro conoscere nei suoi processi e nei suoi limiti, partendo dalle sensazioni come fatti soggettivi; spingendosi fatalmente, così, al distacco dalle cose.
    Per Locke, infatti, la sostanza conosciuta da noi è una somma di proprietà; per Berkeley la sostanza materiale è puro contenuto della percezione; per Hume, infine, ogni sostanza è un fascio di fenomeni o fisici o psichici, svalutando, così, ogni scienza.
    Ed ecco come l’empirismo approda allo scetticismo, dissolvendo ogni acquisizione scientifica.

    • Dr. Michele, è davvero bravo!
      E le sue analisi sono corrette e pertinenti.
      Complimenti!.

      I suoi commenti per me stanno diventando un graditissimo appuntamento fisso.
      Al prossimo commento

      Con stima
      Emiliano

  2. E’ vero: siamo nella “civiltà della critica”, proprio perché si ha confronto sistematico tra intenzione e realizzazione (Branca, 1970). Lo sviluppo tecnologico, infatti, avviene grazie a tale criticità.
    Ci fu, pure, carenza di spirito critico, come fu denunciato, definendolo “eclisse della ragione” (Horkheimer, 1947).
    In verità, opponendosi al senso comune e contraddicendosi in teoria o praticamente, la storia n’è testimone.
    Oggi, però, ritengo innalzata l’asticella di “decenza-pudore”, o limite della comune tolleranza, per le pubbliche offese alla razionalità.
    Quando qualcuno manifesta in modo rissoso per la pace o contesta, fumando, l’inquinamento non ci si stupisce più di tanto, rivelando, così, l’incoerenza umana di sempre.
    Le ragioni speciose, invece, gli pseudo valori e teorie spericolate, ancora oggi utilizzate per campagne su mezze verità, legittimare abusi o nobilitare tornaconti… ciò è inedito storicamente. Si vedano, per esempio,
    le immagini pubblicitarie pur scippate da un registro serio: il gruppo multirazziale, il cimitero di guerra, il neonato fresco di parto…
    Il vasto movimento di destituzione della ragione è favorito, ora, dal processo di liberalizzazione, dalla comunicazione di massa e dalla diminuita tolleranza della sopraffazione fisica nella competizione sociale.
    Ed allora come è concepibile la stessa possibilità di una civiltà della critica che si caratterizzi per una concomitante crisi della ragione?
    Chi o che cosa ci può salvare?
    Il pensiero funziona a due livelli, pur intrecciati, che costituiscono due distinte modalità di espressione della razionalità.
    La ragione tecnico-strumentale e funzionale (calcolante e quantificante), che mette a punto e sceglie i filtri
    della realtà, è utile negli approcci scientifici.
    Si attiva scegliendo i mezzi utili a certi fini, ma non serve all’uomo che si interroga sui significati e sul valore degli scopi.
    Insomma, tutte le volte che scientificamente vogliamo sapere “come” agire, essa ci soccorre; ma quando ci chiediamo il “perché” delle nostre azioni, allora, per quest’ordine di problemi, occorre la ragione valutante.
    Quest’ultima, infatti, coglie i significati ultimi, soppesa i beni e i fini di maggior valore, supporta le evidenze etiche, ci guida nel rischio quotidiano delle opzioni personali e sociali.
    Nella società tecnologica, invece, anche per problemi non risolvibili in sede tecnico-scientifica si ricorre al pensiero funzionale (logica ankastica): su questo si punta tutto o quasi, in questo si ripone una fiducia religiosa.
    La logica classica, quale igiene della mente e quella deontica, utilizzata nel mondo del diritto, sono soppiantate dall’unica – per essi, evidente e salvifica – logica ankastica.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome qui