Leggere fa bene, leggere aiuta la mente, leggere è una forma di crescita, leggere aiuta. E leggere “Il Cambiamento Possibile” di Letizia Ciancio ci fa riflettere.

Così dopo essere stata coinvolta dalla lettura del suo libro, ho provato a farmi domande: ma poi cosa poteva coinvolgere il lettore se non le risposte dell’autrice stessa? Così ho coinvolto Letizia Ciancio nelle domande.   

Io) Ho letto il Tuo libro e credo che il titolo Il Cambiamento Possibile, si possa definire un viaggio possibile. Un viaggio possibile verso un IO Possibile.

L.) Mi è accaduto un’altra volta, in occasione di una presentazione, che l’intervistatore abbia definito questo libro un viaggio… ed in effetti lo trovo coerente. Il cambiamento è un dato di fatto, non un atto di volontà, poiché la vita in quanto tale “è cambiamento”. Pertanto nel parlare di cambiamento possibile occorre riferirsi a quella porzione di cambiamento che è sotto il nostro controllo, vale a dire la “direzione” in cui andare e la “velocità”/ritmo a cui procedere. Se anche decidessimo di restare fermi, in realtà staremmo regredendo in relazione ad un contesto che avanza… per questo nell’illusione di non scegliere, di fatto scegliamo comunque. Parafrasando il il primo assioma della comunicazione (non si può non comunicare), affermerei senza esitazione che “non si può non cambiare”! È molto coerente anche l’idea del viaggio verso un IO possibile, perché è la nostra “identità” ad essere più spesso frastornata dai cambiamenti in atto e dall’impatto dell’iper-connessione a cui siamo sottoposti. Durante il processo di sviluppo, infatti, ognuno di noi ha il “compito” di costruire la propria identità (l’IO appunto) e lo fa nel contesto sociale, attraverso il continuo confronto con altri soggetti appartenenti al proprio ambito socioculturale. Nel momento in cui il perimetro del confronto si allarga al globo intero, con parametri differenti da contesto a contesto, è evidente che risulti difficile definire, in maniera chiara e soprattutto stabile, chi siamo e quanto valiamo. Ciò è tanto più vero per un adolescente, che si trova, per così dire, a guardarsi attraverso uno specchio che un giorno lo allarga e un giorno lo allunga, rendendogli difficile capire se nei fatti sia grasso o magro; ma lo è anche per un adulto, che nelle varie transizioni esistenziali deve ripetutamente riequilibrare il proprio sistema identitario in relazione agli eventi contingenti, siano essi la nascita di un figlio, una ricollocazione professionale, una separazione o semplicemente l’età che avanza… Senza scendere nei dettagli e per esigenza di sintesi, voglio comunque ricordare un pilastro dello sviluppo psichico/mentale di un individuo: per crescere e definire la propria identità occorre un “perimetro” – più stabile possibile nel delicato periodo giovanile, più flessibile in età adulta – ma comunque un perimetro. Occorrono dei “limiti”, perché senza di essi la mente si perde! Mentre la società contemporanea, definita non per nulla “liquida” da Baumann, tende a sfumare i confini, quindi a generare confusione ed ansia; ed è per questo che dobbiamo, tutti insieme, sforzarci di (ri)mettere quei “paletti” essenziali che aiutino a (ri)definire i paradigmi del confronto sociale, all’interno di una realtà globalizzata e iperconnessa. Ma per farlo occorre in prima istanza diventare molto più consapevoli dei nostri stessi processi mentali (dunque comportamentali) per poterli guidare nella direzione auspicata.

Io) Il gioco di parole mi affascina, ma la domanda è questa, cosa ti ha portata a scegliere questo percorso letterario?

L.) Come dicevo prima, per poter “guidare” il cambiamento dobbiamo avere una minima padronanza dei nostri processi emotivi e cognitivi e dunque la capacità di governare i nostri comportamenti senza farci sopraffare dall’impulsività. Osservo infatti un esteso disagio, che si traduce in ansia a vari livelli e variamente celata: ansia di visibilità e di conferme, espressa nell’invadenza della dimensione social e nella selfie-mania, specie tra i ragazzi (ma non solo!); ansia di prestazione, visibile nella tendenza a ridurre i rapporti tra generi a scambi di prestazioni, siano esse economiche o sessuali, ma anche nella tendenza alla continua valutazione individuale del rendimento scolastico e lavorativo… e via discorrendo. Il libro nasce dunque da alcune domande fondamentali – perché individualmente ci comportiamo in un modo e nel gruppo agiamo diversamente? Perché desideriamo il cambiamento ma al tempo stesso vi opponiamo resistenza? – e da un desiderio profondo: offrire a tutti un minimo di strumentazione per meglio capire i propri comportamenti e atteggiamenti; i fondamentali della psicologia sociale, come una “cassetta degli attrezzi” essenziale per affrontare con maggior “consapevolezza” la complessità contemporanea e costruire, tutti “insieme”, il mondo che vogliamo. Un mondo dove la tecnologia torni ad essere “strumento” al servizio dell’Uomo, per facilitare i processi e rendere la Vita più significativa, e non un “fine” a cui piegare lo Sviluppo Umano ribaltando il Senso stesso della Vita.

Io) I tuoi prossimi incontri hanno una valenza sociale molto forte : Internet o Infernet – Educazione 4.0 – Mens Sana in Corpore Sano … tre argomenti che in questi nostri tempi così social hanno molto da raccontare?

L.)Ho scelto questi tre argomenti perché rappresentano a mio avviso le tre dimensioni da cui osservare il centro della questione, vale a dire il buon governo della complessità che noi stessi abbiamo generato, ma che evidentemente ci sta sfuggendo di mano… Si tratta dunque più che di temi diversi, di prospettive diverse: da un lato l’impatto del web sui vari aspetti della vita (costruzione identitaria, capacità cognitive/valutative, capacità relazionali/affettive), dall’altro la necessità di ridefinire criteri e paradigmi educativi in un contesto sempre più precario e radicalmente mutato dal web e dalla tecnologia; infine l’idea di valorizzare lo sport come IL veicolo probabilmente più efficace oggi, per trovare un equilibrio tra virtuale e analogico, tra tecnologia e biologia. Quando un Sistema infatti diventa via via più complesso, per evitare che imploda e che la molteplicità di opzioni e riconfigurazioni possibili scivolino nel relativismo più totale, occorre mantenere dei “limiti invarianti”, dei paletti stabili che facciano da punti di riferimento per definire a grandi linee quel perimetro di cui parlavo prima. Tradotto in termini pratici, all’aumentata “complessità” nell’analisi (che non significa analisi “complicata” ma analisi che tiene conto delle molteplici interazioni tra fattori, nel generare il risultato finale) deve corrispondere una speculare “semplicita” nelle soluzioni. Lo sport si offre come strumento accattivante e di facile applicazione, basato su pochi principi essenziali e universali: impegno, costanza, dedizione e pazienza per raggiungere “l’obbiettivo” desiderato; lavoro di squadra, dunque generosità, empatia e collaborazione per arrivare “desiderato”lontano.

Io) In questi giorni si sono accavallate notizie di violenze, brutalmente finite male: vedi la Piccola Angelique, o la sentenza di Pamplona – che ha riconosciuto solo l’abuso e non la violenza sessuale per lo stupro di una 18enne da parte di un branco di 5 persone… credi che anche le leggi vadano modificate? O sono i giudici che forse hanno uno sguardo diverso in certi frangenti?

L.) In realtà occorrono entrambe e in sintonia tra loro: una legge infatti, per lungimirante che sia, poco potrà se ad interpretarla e applicarla sarà un giudice la cui mente è infarcita di stereotipi secolari; allo stesso modo anche il giudice più visionario potrebbe non risultare efficace ove la legge permetta variazioni interpretative troppo ampie o non abbia, a valle, gli strumenti per la sua messa a reddito. La questione della violenza sulle donne è una questiona assai complessa e richiede un vero e proprio lavoro di squadra, un approccio “sistemico” che investa in primo luogo sulla “prevenzione”, sviluppando una cultura della differenza più matura da un lato e una miglior capacità di regolazione emotiva dall’altro. È complesso da realizzare, perché porta sulla scena tutti i livelli di governo: scuola, famiglia, forze dell’ordine, magistratura, strutture sanitarie, centri di recupero… ma non è complicato! Il problema non sono le soluzioni “tecniche”, ma la “volontà politica”, l’intenzione profonda e autentica di debellare una volta per tutte un fenomeno incivile, lavorando “tutti insieme” coerentemente rispetto all’obiettivo comune. Troppo spesso viceversa, vuoi per incapacità nel gestire la complessità, vuoi per strumentalizzazione di temi che, comunque sia, danno visibilità, la prospettiva resta “lineare” e implode nella ricerca del “colpevole”, del capro espiatorio cui attribuire tutto il disastro; perché aver attribuito le presunte “giuste” cause all’effetto, tranquillizza e posiziona. Peccato però che, ad un’accresciuta consapevolezza collettiva del problema, non corrisponda una consistente riduzione dello stesso. Sarebbe dunque il caso di porsi nuove domande, giacché, di tutta evidenza, quelle poste fin ora non hanno generato risposte efficaci… E soprattutto, butto lì un tema troppo vasto per aprirlo qui ma che va menzionato, m’interrogherei sul ruolo (positivo e negativo) dei Media nell’influenzare le vicende e dunque sull’importanza di coinvolgere anche questi nel confezionamento di una strategia condivisa. Non possiamo dimenticare che la comunicazione “descrive” la realtà tanto quanto la genera: è infatti il modo in cui la raccontiamo a permetterne il pensiero, ed è il modo in cui la pensiamo che produce atteggiamenti e genera comportamenti. La televisione e il web influenzano fortemente il nostro modo d’interpretare gli eventi e vanno dunque orientati a fin di bene non solo a fini commerciali, anche perché ciò che “tira” non sempre corrisponde a ciò che crea Valore… Rendere visibile ovunque la violenza, soffermarsi morbosamente su dettagli inutili e radenti il voyeurismo, non serve quasi mai a stimolare riflessioni profonde nel merito… ma, generando disagio psichico, produce più spesso un effetto “difensivo” che si traduce in assuefazione e desensibilizzazione alla violenza stessa, quando non sdogana potenziali effetti imitativi. Insomma, tornando ai riferimenti concreti cui facevi cenno e fermo restando che la violenza sui minori è l’atto più atroce che si possa commettere (e come tale va punito senza incertezze confusive), dobbiamo tutti impegnarci a monte, sviluppando più sensibilità e attenzione, dedicando più tempo ai figli e alle relazioni di fiducia, perché si possa immaginare un futuro più roseo.

Io) Tu hai in un tuo libro, Essere padre, essere madre, parlato di come entrambi i genitori si siano creati un ruolo durante l’arco di generazioni e generazioni, cosa ti ha portato a scrivere questo racconto?

L.) Anche in questo caso, le motivazioni di fondo sono le stesse, ovvero alcune domande e il tentativo di fornire strumenti utili ai genitori, per orientarsi tra le mille opzioni possibili e i molteplici agenti d’influenza che interferiscono con i processi educativi. Mi sono dunque domandata innanzitutto da dove provenissero i nostri comportamenti come madri e come padri, quanta parte fosse geneticamente predeterminata e quanta risultato di una secolare stratificazione culturale, pur consapevole nella sostanziale inutilità di tale distinzione, dal momento che ambiente, cervello e comportamenti si influenzano reciprocamente in una dinamica che è circolare. E’ ovvio dunque che il cervello, nei secoli, abbia costruito e rafforzato quei circuiti nervosi che si sono dimostrati vincenti nel lungo periodo da una prospettiva evoluzionistica… e che a loro volta tali circuiti abbiano reso automatici processi mentali e comportamenti che, da risposte all’ambiente, si sono tradotte in sequenze genetiche… Ma ho voluto procedere in modo sistemico, con una prospettiva cioè multidimensionale, osservando il cambiamento della genitorialità nel corso dei secoli da una triplice lente: antropologica, storica e psicologica. Attraverso la prospettiva simbolico-archeomitologica, rileggendo i grafismi preistorici, i miti antichi, le religioni e le favole, ho ricostruito le tracce di un racconto collettivo che grazie alla forza dei simboli permettesse di leggere  l’evoluzione dei “significati” legati alle dimensioni paterna e materna; da una prospettiva storica, ho raccontato di come gli eventi principali (guerre, rivoluzioni etc.) abbiano influenzato la costruzione dei “ruoli sociali”del padre e della madre nei secoli; infine tramite la prospettiva psicologica, ho ripercorso l’evoluzione delle teorie dello sviluppo alla ricerca della diversità nelle “funzioni” che i genitori, come individualità specifiche e come coppia, rivestono nella costruzione mentale (=psichica) del bambino. Ma la cosa più importante, è che – a differenza di quanto ho potuto reperire nella vasta bibliografia a cui ho attinto, ho voluto mantenere caparbiamente assieme le due polarità genitoriali, perché di poli opposti e complementari si tratta, cercando di spiegare il padre attraverso la madre, la madre attraverso il padre, con l’obiettivo di far ritrovare ad ognuno dei componenti la propria specificità ma anche la loro forza come “coppia genitoriale”. Trovo infatti che il problema più “urgente” oggi, sul lato delle famiglie, sia conquistare la dimensione “co-genitoriale, cioè l’alleanza” tra genitori… che non si riduce alla collaborazione (chi fa cosa nella coppia) ma si traduce in solidarietà e “lavoro di squadra”. Perché sono davvero convinta che, volendo fare in fretta è sicuramente meglio fare da soli, ma volendo andare lontano e costruire Valore, occorre procedere “insieme”. Sicché oggi la vera sfida, in generale, è proprio la parola “insieme”, la capacità di “danzare la complessità”, di tenere assieme gli opposti, valorizzando le differenze dal punto di vista dell’insieme… ancor più in una realtà globalizzata.

Io) Può il Web aiutare la società a cambiare la mentalità nei riguardi dei diversi?

L.) Certamente, il web può tutto, volendo! Il punto è che può tutto sia in un verso che nell’altro… ma, un po’ come una macchina da corsa, va saputa guidare e, soprattutto va usata fin dove serve in base a precisi obiettivi. Che senso avrebbe ad esempio usare un’auto da Formula Uno per andare in ufficio, se escludiamo esibizionismo narcisitico, bisogno esagerato di conferme o altri elementi non proprio “sani”? Nessuno! Allo stesso modo non ha alcun senso utilizzare gli strumenti digitali sempre, ovunque e a qualsiasi età, perdendo completamente di vista l’obiettivo reale e idealizzando uno strumento che, in quanto tale, non genererà alcun risultato se lasciato in balia di sé stesso, anzi… Il web è un bacino potenzialmente sconfinato di informazioni, una fonte inesauribile di dati che solo pochi anni fa avrebbero richiesto anni e anni di ricerche, e questo è straordinario, ancor più perché è il risultato di quella “condivisione” di cui parlavo prima, cioè di un’idea assolutamente positiva del vivere sociale, che fonda su questo concetto (la condivisione) il proprio progresso. Inoltre elimina le barriere di accesso e rende potenzialmente democratica l’acquisizione di conoscenza da parte di chiunque. Il problema dunque si sposta dall’accesso alle informazioni alla “capacità di scegliere” tra le tante informazioni, quelle più adatte al caso e più attendibili. In pratica, se prima l’apprendimento era basato sulla capacità di accumulare conoscenze, oggi questa capacità va ridefinita secondo un altro paradigma, cioè la capacità di saper selezionare ciò che serve, quindi a monte la capacità di “definire gli obbiettivi” per i quali ci occorre possedere quella data conoscenza. Si tratta dunque di evolvere ad un livello superiore di conoscenza, basata non tanto su capacità tecniche (che a tendere saranno sostituite dall’intelligenza artificiale), quanto più su capacità “creative”, ossia sulla capacità, squisitamente ed esclusivamente umana, di “dare senso” alla Vita intorno a noi. Paradossalmente quindi, per governare il web e usarlo a fin di bene, non è tanto una competenza tecnica che andrebbe richiesta, ma una più profonda capacità di interrogarsi “tutti”, di volta in volta, sul “perchè” lo utilizziamo, come e quando. In pratica dobbiamo raffinare lo “sguardo” più che il tatto, per così dire; la capacità di “visione”, prima della programmazione, perché senza una visione collettiva, il web rappresenta un oceano in tempesta. Tornando perciò alla tua domanda, sicuramente il web potrebbe (condizionale ipotetico) fare molto nell’influenzare la mentalità su questo tema, perché in un “clic” può fare entrare nel mondo dell’altro, scoprendone cultura e storia, rendendolo più simile a noi nella comune e universale ricerca della felicità… Tuttavia, al netto di un uso eventualmente distorto, esiste anche un limite oltre il quale cercare di conoscere tutto e tutti “a prescindere”, genera più confusione che consapevolezza… un po’ come la differenza tra un pasto sano e nutriente, in relazione al nostro specifico fabbisogno di energia, e un’abbuffata bulimica! Ciò che dobbiamo dunque (ri)apprendere è la cara vecchia “via di mezzo”, ovvero quel “quanto basta” sufficiente al nostro progetto, come singoli e come gruppi. E, se ci pensi bene, è la conquista più semplice ma più difficile insieme, perché si tratta di trovare un “equilibrio”, e per definizione l’equilibrio è dinamico, cioè impone una continua ricerca dello stesso; per questo si dice che i sistemi complessi si muovono al margine del caos, nell’oscillazione costante tra dinamiche opposte, alla ricerca tanto di equilibrio quanto di cambiamento…

La nostra intervista finisce qui, ringrazio Letizia Ciancio per la sua gentilezza e sopratutto per la sua disponibilità. Le sue parole credo che ci possano dare modo di riflettere, e, sopratutto speriamo di avervi fatto riflettere che un IO Possibile, lo possono trovare tutti.

Fioralba Focardi

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Fioralba Focardi
Sono Fioralba Focardi, sono scrittrice, editor e organizzatrice di eventi. Ho all’attivo tre libri miei pubblicati e quindici come editor per vari autori. La mia passione di scrivere si accompagna alla letture dei brani, che faccio spesso in pubblico con musica e a volte danza. Credo nella forza della parola, cerco sempre di usarla per costruire, sono convinta che parlando e spiegando si possano colmare le distanze. Ho realizzato una mostra fotografica Trasposizione, con fotografie del Fotografo Andrea Luca Luongo e poesie scritte sulle sue immagini.

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