di Marco Bellocchio con Pier Francesco Favino, Maria Fernando Candido, Luigi Lo Cascio

Sicilia, anni Ottanta. E’ in atto una guerra tra le cosche mafiose: da una parte ci sono i Corleonesi, capitanati da Totò Riina, dall’altra le vecchie famiglie. Tommaso Buscetta il capo di Cosa Nostra , rifugiato in Brasile, viene scoperto e riconsegnato allo Stato; il giudice Giovanni Falcone vuole da lui una testimonianza cruciale contro tutto il sistema criminale.

Con quindici minuti di applausi all’ultimo Festival di Cannes, il film di Marco Bellocchio ha smosso positivamente la critica e anche il pubblico fin dall’esordio; un impianto narrativo solido e ben strutturato con un cast eccellente su cui sicuramente primeggia il bravissimo Pier Francesco Favino, ma non con una notevole interpretazione anche del sempre convincente Luigi Lo Cascio
Forti i richiami al cinema di genere che ha fatto Storia: da Il Padrino di Coppola (per la scena iniziale della famiglia riunita per la festa) , all’atmosfera classica e un po’ da Tragedia che aleggia un po’ per tutto il film, riflessa nello sguardo di Favino/ Buscetta che osserva fuori dalla finestra il figlio Benedetto, suo vero punto debole, preoccupazione e presagio di cocente fallimento.

Il “traditore” del titolo ha in realtà una doppia valenza: è sì il tradimento di un sistema, quello di Cosa Nostra, ma anche il tradimento di una prospettata, o vogliamo dire promessa, possibilità di riscatto e di uscita da una prigione esistenziale, uscita che in realtà non avverrà mai: il carcere, il controllo e la successiva  “libertà” vigilata sono una mera continuazione di uno stato sociale permanente e immutabile in sostanza.
In mezzo sta il compromesso e il sogno delle case all’americana, la premonizione di Giovanni Falcone di una fine imminente, il disincanto di uno Stato che in realtà non ripara e non offre una seconda possibilità.
Qui non c’è neppure la classica storia di ascesa e caduta del boss poiché Il film inizia già dalla cattura di Buscetta, dalla caduta e dalla riorganizzazione (o almeno il tentativo di impostarla),  e Bellocchio racconta quel “teatro psicologico” che è il crimine organizzato, i suoi riti e l’assetto tribale, le dinamiche sociali interne.

Il messaggio finale del Film non è certamente positivo: il Male è radicato e lo Stato è uno Stato assente che Bellocchio mette come dinanzi ad uno specchio , con un po’ di feroce sarcasmo, come aveva fatto, anche se in modo diverso, nel malinconico e drammatico Buongiorno notte , esso stesso claustrofobica sinfonia di una morte annunciata.

Sandra Orlando

 

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