Un uomo uccise un suo ex amico per vendetta. Lo aveva umiliato e da quel giorno non smise mai di pensare all’onta subita, aspettando con ansia il momento in cui avrebbe dato placato il suo odio dandogli la giusta punizione. Per giorni non mangiò né dormì, l’ossessione lo stava lentamente consumando dentro, facendolo scivolare negli abissi della follia. Un nodo alla gola gli impediva di respirare ed ogni volta che pensava a quell’uomo sentiva che lo stomaco gli si contorceva. Digrignava i denti, tendeva i muscoli delle braccia e gonfiava il petto, pronto a fondarsi sulla sua preda.

Infine riuscì nel suo intento. Lo aspettò sotto casa, lo colpì in testa e lo portò in un luogo appartato dove terminò la sua opera.

Con quel gesto l’uomo pensò di aver finalmente placato la sua sete di vendetta e che sarebbe stato libero dall’odio e dall’ossessione che gli avevano annientato l’esistenza. Invece si rese presto conto che nulla era cambiato, la sua mente tornava sempre al ricordo di quell’evento che aveva generato l’offesa, il modo alla gola era rimasto così come la sensazione che una mano invisibile gli stesse stringendo le budella quando pensava a quell’uomo.

Decise così di andare sulla sua tomba e di distruggerla, esprimendo così per l’ennesima volta l’odio feroce che provava per lui. Sperava, con questo gesto, di essersi liberato definitivamente tuttavia si rese conto ben presto che ciò che lo tormentava era ancora lì, dentro di lui, una bestia feroce che aveva ancora sete di sangue.

Fu così che l’uomo decise di dissotterrare il corpo di colui che aveva ucciso, in modo da martoriarne il cadavere. Ne fece scempio, infierì per ore su quel corpo inerme, ma anche questo gesto non servì a liberarlo dall’ossessione.

Incendiò la sua casa, distrusse la sua auto, uccise il suo cane. Fu tutto inutile. Pensò che l’unico modo per placare del tutto il suo desiderio di vendetta fosse quello di eliminare ogni traccia dell’esistenza nel mondo del suo nemico. Doveva far sì che sparisse ogni persona a lui cara, ogni parente, familiare o amico di quell’uomo, così che non rimanesse al mondo un solo individuo che conservasse memoria o un sentimento positivo per colui che era oggetto del suo pensiero demoniaco. Cancellando le tracce del suo passaggio in questo mondo, sarebbe stato come se egli non fosse mai esistito. La vendetta perfetta, l’unico mezzo per liberarsi totalmente da quel pensiero ossessivo e ritornare a vivere.

Passarono gli anni, l’uomo aveva compiuto i suoi propositi. Uccise centinaia di persone, attraversando il paese in lungo e in largo. Diede anche fuoco all’ufficio dell’anagrafe dove venivano conservati i certificati di nascita e di morte di colui che aveva odiato in modo così profondo. Voleva che sparisse totalmente, che di lui non venisse conservato neanche il nome, come se non fosse mai esistito.

Fu tutto inutile. La sete di vendetta non si placò e ad essa si aggiunse, ora che era stanco, anziano e solo, anche un crescente senso di colpa per aver coinvolto tante persone innocenti nei suoi propositi di vendetta.

Terminò i suoi giorni afflitto da un tormento ancora maggiore, gli occhi iniettati di sangue osservavano l’abisso in cui era sprofondato e le ombre che popolano la sua mente folle e malata.

I fantasmi del passato vennero a fargli visita nel momento in cui esalò l’ultimo respiro e lui utilizzò le sue ultime forze per urlare a squarciagola: “non voglio morire! Maledetti diavoli, non voglio morire!”

Credo che questa fiaba nera renda bene l’idea circa l’inutilità della vendetta.

Tutti abbiamo sperimentato il desiderio di vendicarci di qualcuno, in modo da rivalersi nei confronti di colui che ci ha arrecato un’offesa, ha oltraggiato il nostro onore o ferito i nostri sentimenti.

É una reazione abbastanza naturale, sembra che l’essere umano sia predisposto a provare questi sentimenti.

Dentro l’animo dell’individuo che cova sentimenti di vendetta si cela la convinzione che vendicandosi, ovvero facendo sì che l’oggetto del suo odio soffra come sta soffrendo lui a causa del raggiro subito, dell’offesa o della ferita, si sentirà meglio. È come se agisse un principio equilibratore volto a distribuire dolori e patimenti tra vendicatore e vittima della sua ira, coinvolgendo talvolta anche chi non c’entra niente ma finisce per essere travolto dalla furia vendicativa.

In realtà è un’illusione credere che troveremo soddisfazione tramite la vendetta. Essa non ripara un bel niente, il torto subito rimane e l’aver punito l’artefice dell’offerta non fa sentire meglio.

Anzi, il più delle volte si sta peggio.

Ci si sente vuoti, come se si fosse morti dentro. Restiamo ancorati a quel pensiero ossessivo come se nella nostra vita non ci fosse più nessuna gioia né soddisfazione che possa guarire quella ferita dell’anima.

La vendetta è una bestia feroce, bramosa di sangue, insaziabile. Se la nutri crescerà, divenendo sempre più folle e violenta.

Puoi illuderti di ammansirla ma la verità è che non andrà via fin quando non ti deciderai ad abbandonare i tuoi propositi di vendetta. Solo così potrai ritrovare la pace nel tuo cuore.

Lasciando andare.

Ma come?

Uno dei modi potrebbe essere quello di rendersi conto dell’irrazionalità di questo desiderio.

Fermarsi, respirare, calmare la mente e rendersi conto che la sete di vendetta ha alterato la nostra percezione dei fatti.

Mentre siamo preda della bestia feroce che coviamo dentro, alimentiamo un modo di pensare distorto, che spesso altera parzialmente la realtà.

Tendiamo a fantasticare, ricostruiamo i fatti nella nostra testa con dovizia di dettagli che in realtà non si sono mai verificati.

Ci sembra di ricordare un sorriso sprezzante, un tono di voce offensivo, un gesto aggressivo o una frase ingiuriosa.

Probabilmente si tratta di finzioni, stratagemmi della nostra mente per alimentare quella convinzione di avere ragione, che la vendetta è giusta, così che la bestia feroce possa essere nutrita.

Senza accorgercene stiamo alterando i nostri ricordi, fissandoci su eventi che in realtà non si sono mai verificati.

Perché è questo il potere del sentimento oscuro della vendetta.

Capace di dominare la nostra vita.

Un consigliere fraudolento, meschino e feroce, che dobbiamo allontanare dalla nostra vita prima possibile per donarci serenità e pace.

Arsenio Siani

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Arsenio Siani
Mi chiamo Arsenio Siani, sono un counselor, scrittore e docente di corsi di scrittura creativa. La passione per le pratiche di trasformazione ed evoluzione interiore mi ha condotto a frequentare una scuola di counseling. Parallelamente il mio percorso ha visto un’evoluzione e una crescita interiore grazie alla scrittura, dapprima erano pensieri sparpagliati e confusi riversati su fogli di carta, poi la mia mente e la mia anima hanno cominciato a concepire storie, racconti di vita partoriti da sogni, desideri, rimpianti e speranze. Un ascolto dei miei sentimenti e delle mie emozioni che mi ha portato a scrivere cinque romanzi in meno di tre anni e innumerevoli racconti. Nel 2016 ho accettato anche la sfida di diventare docente per corsi di scrittura creativa presso l’Università popolare di Siena, dove vivo da 12 anni. Nel 2017 ho iniziato la mia collaborazione con “Accademia” curando due rubriche per la rivista “Screpmagazine”, una dedicata al benessere psicologico e l’altra alla violenza sulle donne. Proprio da quest’ultima esperienza nasce una mia nuova pubblicazione, “Quello che le donne non dicono”, in cui vengono raccolti gli articoli, rielaborati per l’occasione, comparsi sulla rubrica, per Titani editori, pubblicato nel marzo 2018.

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