Innumerevoli sono le sfumature con le quali osservare un ritratto, innumerevoli per quante sfaccettature di ‘utilizzo’ ha il genere.

Il ritratto è tra i filoni più ammirati
della pratica creativa di ogni tempo
e lo si ritrova in qualsiasi ambito:
dal figurativo al letterario.
Ha la capacità istintiva di creare empatia con il ‘lettore’
attraverso un
vis a vis che spinge verso
le sfere della profondità umana,

verso il desiderio di immortalità.

Nell’arte figurativa, la rappresentazioe del volto maschile o femminile che sia, ha affrontato periodi di passaggio tra realismo estremo, idealizzazione, stilizzazione, deformazione.

Jan Luc Nancy sottolinea che è lo sguardo a trarsportarci nella dimensione intima del ritratto, per quanto mi riguarda è impossibile non rimanere catturati dagli occhi della Ragazza con l’orecchino di perla di Vermeer, aggiungo che insieme agli occhi sono le posture dei personaggi e lo scopo primario, l’obbiettivo a monte del ritratto, il messaggio, che costituiscono il fascino dell’opera d’arte.

Ma quando è iniziata la pratica del ritrato? Se seguiamo la definizione etimologica della parola «Opera d’arte o fotografia che ritrae, cioè rappresenta, la figura o la fisionomia di una persona » (diz. Treccani), arriviamo alla Grecia del V/VI sec. A.C quando, attraverso il naturalismo, s’intende passare un messaggio di bellezza ideale. Certo… anche epoche più antiche come la preistorica, la protostorica e l’egizia hanno lasciato immagini che possiamo definire ‘ritratto intenzionale‘, come quello dei bambini, nel quale vi è l’intenzione ma non l’aderenza al vero. Concetto che per estensione possiamo espandere alle ‘deformazioni’ astratte, concettuali o espressioniste di un’epoca molto più vicina alla nostra.

La grande stagione del ritratto moderno si afferma prepotente nel XVI secolo, tuttavia è subito allo scadere del Medioevo – che pure ha avuto esempi di notevole interesse come il San Ludovico di Tolosa di Simone Martini o certi personaggi del ciclo giottesto nella Cappella degli Scrovegni a Padova o in quello del Buongoverno di Ambrogio Lorenzetti a Siena – quando la riscoperta dell’antico del primo Rinascimento si evolve verso la continua riscoperta in senso naturalistico e classico. E’ allora che si attua la grande svolta con artisti-icone e nomi indimenticabili.

Il Quattrocento e il Cinquecento ci hanno lasciato
ritratti nei quali si fondono elementi simbolici o idealizzati
con fattezze umane aderenti alla realtà, e nomi quali Piero della Francesca,
Antonello da Messina, Botticelli, Raffaello, Leonardo,
D
ürer, Tiziano, Giorgione, i fiamminghi e i veneziani.
E poi il
Manierismo, con Michelangelo capostipite,
seguito a ruota da Pontormo,
Bronzino e
dalla pratica dell’autoritratto come la bellissima
Allegoria della Pittura
nella quale
Artemisia Gentilischi,
(ormai siamo nel Seicento)
si immortala con in mano tavolozza e pennello.

Il Barocco propone l’opulenza, la ricchezza con personaggi intrisi di simboli di potere, così come l’epoca Rococò.

Nel Neoclassicismo si cerca di ritornare alla radice dell’arte classica antica.

Col Romanticismo gli artisti si lasciano trasportare dal sentimento e dall’espressione di emozioni forti mentre gli impressionisti catturano le domestiche intimità dei loro personaggi.

In epoca contemporanea con un nuovo movimento in versione anti-classicista e anti-naturalista, vengono proposti volti ‘deformati’ nei contorni, nei colori, nelle espressioni a simboleggiare voleri di potenti emozioni.

A questo punto una domanda mi sorge spontanea:

e le epoche successive a noi?

Non ho una risposta naturalmente,

tuttavia chissà quali sorprese porteranno.

Lucia Simona Pacchierotti

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