Oggi sono andato al mare. Era solo un modo per poter guardare lontano, senza “cose attorno” che inquinano e intossicano l’esistenza.

C’era vento, molto. Anche freddo ma io sono rimasto sulla spiaggia a guardare lontano mentre gocce di pioggia si mischiavano ad alcune lacrime.

E ho guardato lontano, nel silenzio, col rumore del vento.

Solo vento, schiuma e lontano, il nulla.

Il senso del «nulla vicino ed anche lontano» accompagna come un’ombra non solo questo attimo di pensiero, ma l’intero tragitto della mia vita.

Radice prima dell’angoscia di questi miei anni, il nulla mi turba anche, o forse soprattutto, per il suo carattere ambiguo.

Platone osservava che pensare il nulla, parlare del nulla, essere “un nulla”, significa pensare qualcosa, parlare di qualcosa ed essere comunque qualcosa, in pratica come se “il nemico che si ha di fronte si sdoppiasse”, ingannandoci circa la sua vera identità.

Questa nozione mi rende ancora più triste perché avverto tale ambiguità ben più nel profondo di quanto possa sembrare, cosa che mi spinge a indagare «le condizioni che possano rendere possibile una via d’uscita da questo nulla».

Anche perché – Platone docet – l’uomo e ogni altro ente «sarebbero da sempre e per sempre esenti dal nulla».

Quella su cui rifletto non è una dissertazione filosofica, non utilizza neppure il linguaggio dei filosofi. Ma se è vero quel che affermano eminenti filosofi, è evidente che noi tutti, ogni qualvolta ci troviamo a contatto con noi stessi e con il nostro pensiero, filosofiamo e “creiamo filosofia dal e del nulla”.

Allora quello che faccio adesso in riva ad un mare agitato, è dunque solo filosofia, solo parole dal nulla, anzi del Nulla.

Ma per definire la mia “emozione – triste – del Nulla” direi che Nulla è tutto ciò che non sono!

Una entità svuotata di tutto, di ogni sua caratterizzazione, un buco vuoto del tutto.

Non è sicuramente facile definire o stabilire cosa effettivamente io sia e neanche facile immaginare se realmente esisto ma essendo qui ora non potrei essere un Nulla. Tutti i termini che mi vengono in mente per provare a mettere insieme una mia definizione, appaiono immediatamente dei controsensi, risultando del tutto inadeguati.

Ma rimane impensabile “guardarmi” per via diretta e trovare qualcosa di diverso dal Nulla, guardarsi e riconoscere “qualcosa” che non sia Nulla.

Come si potrebbe definire o spiegare questo qualcosa che non è, questo non-qualcosa?

Con un elenco di occasioni mancate? Di “scherzi tragici della natura”? Con una elencazione di desideri irraggiungibili?

Non credo sia corretto immaginare di far coincidere tutto con uno stato o una condizione della realtà o un elenco di caratteristiche… ci troveremmo immediatamente al cospetto di un paradosso insanabile ed irrisolvibile.

Non è neppure facile immaginare che il poco raziocinio rimasto riesca a venirmi in aiuto; quali caratteristiche poi?

Qualcuno, non ricordo chi, una volta disse: “Un vero Nulla non esiste e non può assolutamente esistere. Se si dice che il “nulla” “esiste”, deve necessariamente essere “qualcosa”, altrimenti non esisterebbe! Soltanto quello che è qualcosa, può esistere…”.
Credo che sia corretto.

Credo tutto sia solo riconducibile ad una limitazione umana: l’impossibilità d’immaginare per tempo e in modo completo cosa diventare con senno di prima ed esperienza di poi, consapevoli che ciò che è immaginato inevitabilmente è pur sempre qualcosa, e non può quindi essere ‘il Nulla’ che cerchiamo fatta salva la sua riuscita finale.

Si può provare a partire da un altro punto. Camus, nel suo “Il mito di Sisifo”, scriveva che la vita in sé non ha alcun senso. Nel suo pensiero, la vita assume il significato di un palcoscenico sulle cui tavole l’unica rappresentazione che si tiene è quella dell’assurdo, che riveste anche il ruolo di attore principale. L’uomo, muovendosi su questo palcoscenico, inconsciamente partecipa alla rappresentazione del dramma umano, senza che ne abbia piena coscienza. La via di fuga dal Nulla si concretizza allora in due modi alternativi: la fede logica o la cristiana speranza. Per un credente il Tutto è rappresentato dalla speranza in un qualcosa di là da venire. Per un ateo, invece, non resterebbe che quell’unica scelta razionale che avrebbe senso, che esalterebbe la sua piena libertà, cioè quella di sottrarsi con conseguenza logica alla vita dell’assurdo, dal Nulla, come una sua labile scia.

Allora la vita è Nulla comunque?

Talvolta accade, infatti, che si avverta una strana sensazione di vuoto, di essere circondati dal non senso, di far parte integrante del non senso. Un dolore profondo che pervade il tuo essere. Non vi sono cause apparenti. Non si riesce a risalire a problemi scatenanti questa particolare e dolorosa condizione: una meteora che annichilisce e fiacca le energie e la voglia di fare.

Di che potrebbe trattarsi?

Chimica del cervello?

Che tristezza!

No, non credo sia solo questo.

Forse, nell’intimo di ciascuno di noi alberga proprio questa subdola e vacua “entità”, che, inconsapevolmente e soffusamente, è percepita e con cui si entra in contatto. Non si è in condizione di descriverla con chiarezza ma produce alterazioni della sfera percettiva e del sentimento. E pur non essendo corretto immaginare che si avverta il Nulla in maniera ‘diretta’, è innegabile che se ne percepiscono, talvolta anche chiaramente, le manifestazioni laceranti prodotte nell’anima.

Come adesso per me, di fronte a questo mare.

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Pino De Nicola
Mi chiamo Giuseppe De Nicola (per gli amici "Pino") e sono un ingegnere. Nella mia vita, lavorativa e non, ho avuto molte esperienze e tutte mi hanno convinto di due cose semplici: “da soli non si va da nessuna parte” e “non aspettare che gli altri facciano per te… anzi”. Proprio da queste convinzioni nasce (anche e non solo) “SCREPmagazine”, un luogo virtuale in cui ci si ritrova per stare insieme e per condividere passioni, di qualsiasi genere ma tutte legate sempre e comunque dal “filo rosso” del rispetto, della collaborazione, della cultura, del "mettersi in gioco" e del talento…

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