Il mondo segreto della Geisha.

Dopo avere letto “Memorie di una geisha” il romanzo d’esordio dello scrittore statunitense Arthur Golden che fa una descrizione delicata ed elegante del mondo di queste dame affascinanti e misteriose, mi sono un po’ incuriosita e documentata sulla figura della geisha.

La parola “geisha” in giapponese significa “persona versata nelle arti”.
L’esercizio della professione di geisha richiede in realtà anni di severa preparazione per poter esser educate all’apprendimento di numerose nobili arti giapponesi, tra le quali assumono particolare importanza il canto, le danze tradizionali, i complessi rituali della cerimonia del tè e lo shamisen, uno strumento musicale a tre corde.
Le ragazze vengono accuratamente selezionate e solo chi ne ha grandi capacità e ferrea volontà può intraprendere il duro apprendistato. Per un periodo di cinque anni, dall’età di quindici ai vent’anni, le giovani vivono nelle Okiya, apposite case-scuola in cui le apprendiste, che prendono il nome di maiko, imparano l’esercizio di arti secolari per poter finalmente, dopo fatiche e sacrifici, coronare il sogno di diventare una geiko, una vera e propria geisha.

Le geisha sono dunque intrattenitrici professioniste, dotate di spiccata intelligenza, educazione, cultura e talento.
Pur essendo ancora viva e radicata all’interno della società giapponese, la secolare tradizione della geisha si sta ai giorni nostri lentamente perdendo.

Si ritiene che in tutto il Giappone rimangano ormai non più di un migliaio di geisha, la maggior parte delle quali vive ed esercita la professione a Kyoto.

La geisha è come un frutto prezioso: la si toglie dalla vita reale quando è ancora ragazzina.

La sua conversazione, sempre attenta e elegante, il colletto del kimono deve essere scostato sul retro in modo da lasciare scoperta la nuca, perché esibire l’attaccatura dei capelli è molto seducente e suggerisce in modo discreto un varco che conduce nell’intimo del corpo.

Innumerevoli sono i particolari, gli atteggiamenti, le posture, i gesti che contraddistinguono la geisha, che deve esprimere emblematicamente in sé quell’insieme di sfumature che noi occidentali definiamo col termine “grazia”.

L’iki è il suo stile di comportamento, la quintessenza della seduzione.


Una geisha apprezzata guadagna parecchio, anche se solo una parte della tariffa va alla donna. L’onorario è secondo la fama e la bravura (la bellezza è un elemento secondario).

Sebbene guadagnino molto, spendono moltissimo e non sono affatto ricche. E’ per questo che, generalmente, le geisha hanno un mecenate.

Le geisha sono addestrate per tenere compagnia agli uomini e fornire loro piacere. Ciò non implica necessariamente una qualche attività sessuale.

Una geisha, nel corso della sua carriera, non ha più di 3-4 partner sessuali, chiamati “danna” (”sposi”).

Sebbene essi paghino, si tratta di una vera relazione. La si può considerare come un’amante. Ovviamente può continuare a intrattenere altri uomini, ma non sessualmente.

Anche se può sembrare un ruolo servile, le geisha sono trattate con rispetto dai clienti, ricevendo regali, denaro e favori.

Tradizionalmente, le geisha erano il barometro dello stile: la gente guardava a loro per conoscere le ultime tendenze.

Ad esempio, furono loro le prima a indossare abiti occidentali. Anche lo shamisen non era uno strumento tradizionale giapponese: le geisha lo fecero diventare qualcosa di nostalgico.

Nel corso del tempo, hanno però assunto una posizione diametralmente opposta, sono diventate cioè le depositarie della tradizione.

Ora sono considerate tesori nazionali. Le geisha sono portatrici di cultura. Senza di loro, forse, alcune cose sarebbero andate perdute o non si sarebbero evolute nel tempo.

Oggi in Giappone vi sono non più di un migliaio di geisha e si ritiene che questa figura scomparirà nei prossimi due decenni.

La geisha è al centro dell’immaginario occidentale da oltre un secolo.

Alle sue origini, la geisha era l’esponente di spicco della cultura alternativa, confidente degli uomini più importanti del paese, parte essenziale per il funzionamento della nazione. Nonostante tutto questo, gli occidentali pensano spesso alla geisha come a una prostituta.

Che le geisha venissero pagate anche per prestazioni amorose è vero e può essere chiamata prostituzione, ma non significa che ella fosse una prostituta. E’ prostituzione anche quando una segretaria si concede al capufficio in cambio di qualche favore, ma ella non è sicuramente una prostituta.

Assecondare richieste di tipo sessuale è l’eccezione, non la regola.

Le geisha non esistono per questo scopo.

E’ vero che la sessualità in Giappone è vista in modo diverso, ma ciò non significa che non vi sia differenza tra una geisha e una prostituta. Visto che questa figura è nata per “soddisfare l’uomo”, verrebbe da pensarlo, ma non è così.

Non c’è niente di positivo nella prostituzione, che si tratti di Giappone o meno. Essere geisha non comprendeva l’insegnamento delle arti amatorie; anzi, dovendo arrivare vergini al mizu age, era loro prescritto di stare il più lontano possibile da qualsiasi contatto di tipo sessuale.

Era un modo diverso di essere donna. La geisha era la donna per eccellenza, un gioiello, una cosa rara da ammirare e apprezzare.

In conclusione la geisha ricorda l’etera, la donna veramente libera nella Grecia del periodo attico, diversa dalla prostituta (pornai), che poteva uscire senza proibizioni, partecipare con gli uomini ai vari banchetti, e se veniva mantenute da un uomo potente poteva godere anche di una certa importanza e prestigio.

La le donne di buona famiglia erano escluse dalla vita pubblica, erano le etère, ossia le cortigiane di lusso, a conquistarsi posizioni di primo piano nelle relazioni sociali e a favorire, con la propria cultura e intelligenza, l’ascesa politica dei propri amanti.

Angela Amendola

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