Quando ho ritrovato quel libro, non l’ho visto subito. Era nascosto dietro altri volumi, come un ricordo che aveva scelto di restare in silenzio finché non fossi stata pronta a riascoltarlo. L’ho tirato fuori quasi per caso, e la copertina, rovinata dal tempo, ha lasciato cadere una piccola nuvola di polvere. In quell’istante, prima ancora di leggerne il titolo, ho sentito un brivido familiare: era lui. Uno dei libri del 1984, i libri comprati nel nostro viaggio di nozze. Quel libro lo avevamo comprato su una bancarella romana senza sapere che, un giorno, sarebbe diventato una chiave per riaprire un’intera stagione della nostra vita. L’ho tenuto tra le mani come si tiene un oggetto fragile, ma non era il libro a essere fragile: ero io, attraversata da un’emozione che non sapevo di aver conservato così intatta. La carta ruvida sotto le dita mi ha riportata indietro con una forza dolce e inesorabile, come una corrente che ti trascina senza farti male. Ed ecco Roma. Roma fine settembre 1984, luminosa, rumorosa, indifferente e accogliente allo stesso tempo. Roma che ci guardava camminare mano nella mano, due giovani che si erano promesso tutto senza sapere ancora cosa significasse davvero. Ricordo la bancarella sul lungotevere: un piccolo caos di copertine colorate, odore di carta vecchia e sole caldo che si rifletteva sull’acqua. Il venditore parlava troppo, gesticolava ancora di più, e noi ridevamo. Ridevamo con quella leggerezza che all’epoca era normale avere, una risata che sembrava sciogliere l’aria. “Questo ha una storia,” avevi detto prendendo in mano quel libro. Io ti avevo guardato, senza capire se parlavi del romanzo o di noi. Forse parlavi di entrambi. Lo avevamo comprato così, tra una battuta e un sorriso, e lo avevamo infilato nella valigia insieme ai biglietti del Colosseo, alle cartoline mai spedite, ai ricordi. Ricordo perfettamente la sera in cui lo avevo sfogliato per la prima volta in albergo: seduta sul letto, con le gambe incrociate, quella luce dorata che entrava dalla finestra. Mi guardavi leggere e pensavo che, se il tempo si fosse fermato in quell’istante, io non avrei avuto nulla da chiedere di più. Ritrovarlo oggi è stato come aprire una porta che credevo chiusa da tempo. Le pagine, ingiallite ma ancora vive, sembravano custodire non solo la storia scritta dall’autore, ma anche la nostra. Ogni riga era un passo indietro, ogni parola un frammento di ciò che eravamo. Mi sono seduta nuovamente come allora, il libro sulle ginocchia, e ho lasciato che i ricordi scorressero senza opporre resistenza. Ho rivisto noi due camminare senza fretta tra le strade di Roma, il tuo braccio che cercava il mio, il tuo sguardo che si accendeva davanti a ogni cosa nuova. Ho rivisto la tua mano che sfiorava le copertine dei libri, come se potessi sentirne l’anima. Ho rivisto la nostra giovinezza, così piena di futuro da sembrare inesauribile. E allora ho capito perché quel libro era tornato. Non per nostalgia. Non per malinconia. Ma per ricordarmi che certe emozioni non scoloriscono, che certi momenti restano vivi anche quando crediamo di averli dimenticati. È bastato un libro, un oggetto semplice, per riportarmi a tutto ciò che eravamo e che, in fondo, siamo ancora. L’ho richiuso con delicatezza, come si chiude una lettera d’amore. E ho sorriso.
Passioni di palazzo è uno di quei libri che non si limitano a raccontare la storia: la mettono in scena.
Leggendolo, ho avuto spesso la sensazione di assistere a un grande dramma teatrale, dove i protagonisti non sono solo re, condottieri e signori, ma anche le loro debolezze, i loro desideri, le loro passioni e ossessioni.
Lo scrittore Antonio Perria non punta a un’analisi accademica: vuole farci entrare nei palazzi, farci ascoltare i sussurri dietro le porte chiuse, mostrarci come il potere sia sempre stato un intreccio di ambizione e fragilità umana.
È un libro che si legge con piacere, soprattutto se ami la storia raccontata come un romanzo, senza rinunciare alla veridicità dei fatti.
Il libro è diviso in tre grandi sezioni, ognuna dedicata a una casata: Angiò .Perria racconta l’ascesa e il declino degli Angioini, una dinastia che ha segnato profondamente il Mezzogiorno.
La narrazione mette in luce la loro visione del potere le lotte interne, le passioni che spesso hanno influenzato decisioni politiche cruciali .Gli Angiò emergono come una famiglia sospesa tra grandezza e fragilità, sempre in bilico tra ambizione e instabilità.
I Malatesta sono descritti come una casata tormentata, dominata da personalità forti e spesso autodistruttive.
Perria si concentra su:rivalità familiari, amori tumultuosi, tradimenti, la continua ricerca di legittimazione .
È forse la parte più “romanzesca”, dove la passione diventa davvero motore della storia.
I Visconti sono presentati come i veri “architetti del potere”.
La narrazione mette in evidenza:la loro abilità politica ,l’uso strategico dei matrimoni,la spietatezza con cui difendevano il dominio su Milano.
Qui la passione non è solo emotiva: è sete di controllo, volontà di costruire un potere duraturo e centralizzato. Nonostante sia un saggio, si legge come un intreccio di storie familiari.
Sembra di camminare nei corridoi dei palazzi, tra arazzi, misteri e passioni.
Angela Amendola






