Molti testimoni affermano che tre le mura di Castel Capuano, vaghi lo spirito inquieto di Giuditta Guastamacchia, donna bellissima quanto crudele che fu decapitata dopo essere stata incriminata di un delitto.

Giuditta Guastamacchia era una giovane vedova, con un figlio avuto dal primo marito che, per aver frodato, fu giustiziato sulla forca.
Il padre di Giuditta, non potendo mantenere né lei, né il nipote, decise di chiuderla nel Convento di Sant’Antonio alla Vicaria, dal quale uscì solo nel 1794.

Giuditta, dal sangue caldo e peccaminoso, aveva, fin da dieci anni prima, iniziato una tresca amorosa con un prete, Don Stefano d’Aniello, che di religioso aveva veramente poco. Per nascondere il loro illecito rapporto, il prete, che si spacciava per suo zio, quando Giuditta uscita dal convento, andò a vivere a casa sua, le fece sposare un suo nipote di appena 16 anni.

Tra i due, non ci fu mai veramente un’unione.

Il loro era solo un matrimonio di copertura e Giuditta, rimase sempre a disposizione del prete. Stanco della situazione, il giovane decise di tornare a vivere nel suo paese con l’intenzione di denunciare i due adulteri.

Giuditta chiese al padre di aiutarla a mettere fine alla vita del marito, facendogli credere che il giovane l’avesse derubata e più volte malmenata. Fecero tornare il povero malcapitato a Napoli con la scusa di una rappacificazione e una sera, con la complicità di altri due sventurati, ammaliati dalle grazie della perfida Giuditta, strangolarono l’ingenuo ragazzotto di campagna.

Ma la sanguinaria assassina, voleva che il cadavere non fosse né trovato, né riconosciuto.

Con l’aiuto di uno dei complici, che di professione era chirurgo, lo fece a pezzi e diede ad ognuno parte del corpo macellato, per farlo disperdere, nel bosco, nella campagna e nel mare. Uno dei complici, il barbiere, fu però fermato dalla guardia reale che nel controllo di routine, gli trovarono in un sacco, il macabro bottino. Questi, dopo un estenuante interrogatorio, confessò il crimine e i suoi complici.

Era il 19 Aprile del 1800.

Giuditta, più di tutti, fu quella punita maggiormente. Dopo l’impiccagione, testa e mani le furono amputate e messe in mostra sulle mura della Vicaria dietro i graticci di ferro, secondo quanto prevedeva la Legge per quel genere di delitto.

I teschi di Giuditta Guastamacchia, del padre, del barbiere e del medico chirurgo, sono stati oggetto di analisi per gli studiosi di fisiognomica criminale e sono attualmente conrservati nel museo anatomico di Napoli.

Simona Bagnato 

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Simona Bagnato
Nata e vissuta in Calabria, sono diplomata al Conservatorio in chitarra classica e laureata in Giurisprudenza. Ho scelto di abbracciare l'arte e la didattica musicale. Insegnante nei licei musicali, ho partecipato a numerose rassegne nazionali di musica classica, in alcuni casi classificandomi al primo posto. Compositrice e scrittrice, sono da sempre attivamente impegnata in difesa di diritti umani e civili. Ho militato in Amnesty International ed oggi in Arcigay sezione di “Lamezia-Catanzaro-Vibo”. Ho abbracciato con entusiasmo il progetto “SCREPmagazine” già dai suoi primi albori. Mi piace l'essenza delle cose e condividerla.

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