Al mondo d’oggi tutti parlano di empatia, un termine bellissimo, evocatore di concetti vasti legati alla sfera emozionale in quanto è una capacità umana tra le migliori ma è anche uno termini tra i più usati ed abusati nel linguaggio comune. Spesso confuso con simpatia… tuttavia non hanno lo stesso significato.

Etimologicamente il termine vuol dire «Capacità di porsi nella situazione di un’altra persona o, più esattamente, di comprendere immediatamente i processi psichici dell’altro» (diz. Treccani).

‘Comprendere’ e mettersi nei panni
dell’altro sapendo che non è te
ma che puoi sentirlo come te stesso..

Nel nostro cervello sono attivi una miriade di neuroni che ‘aiutano e regolano‘ questo processo che non è solo emozionale e psichico ma è anche neurologico.

E’ merito di un neurofisiologo italiano aver scoperto una particolare specie di neuroni che permettono di ’empatizzare’. Giacomo Rizzolatti e la sua equipe della quale facevano parte Luciano Fadiga, Vittorio Gallese, Leonardo Fogassi, iniziò negli anni Ottanta, presso l’Università degli Studi di Parma, a studiare seguendo un modello etologico, la vita reale, quotidiana dei macachi, focalizzandosi su quelle aree cerebrali che governano i movimenti.

Era il 1992 quando ‘casualmente‘ l’equipe osservò che nel cervello dei primati si attivavano dei neuroni ‘speciali‘ non solo nel momento preciso in cui un movimento veniva attuato ma anche in quei frangenti in cui il primate ‘vedeva’ compiere quel movimento, vennero denominati neuroni specchio facenti parte del repertorio di neuroni del sistema motorio.

Qualche anno dopo si capì che essi sono presenti anche nel vasto patrimonio neuronale del cervello umano e non solo nelle aree motorie ma anche in quelle emozionali.

Fu una scoperta scientifica che dette l’avvio, non ancora concluso, ad una rivistazione in chiave neuroscientifica di molte realtà cognitive ed emozionali oltre che a quelle linguistiche e motorie e ad una revisione di conoscenze su particolari deficit o disturbi tipo l’autismo o l’alzaimer. Un scoperta usata per «spiegare empatia, apprendimento, linguaggio» (N. Nosengo, L’Espresso, 14.02.2014). Una ricerca che dura da quasi un trentennio e che ha portato a Rizzolatti numerosi riconoscimenti, tra cui il Brain Prinze 2014 e il Lombardia è ricerca 2017

Nei suoi numerosi scritti ed interviste,
Rizzolatti sostiene che «quando sentiamo un’emozione,
la trasmettiamo anche agli altri.
E’ un meccanismo innato»
cioè già alla nascita il bambino possiede
«una piccola quantità di neuroni specchio
e sono quelli che permettono il rapporto
madre-bambino immediato
»
ma è anche un meccanismo che nel crescere,
viene affinato e reso più sofisticato.

In questa maniera il sistema dei neuroni specchio diviene un «meccanismo globale di comprensione dell’altro, di comprensione dell’altro come te stesso».

Quando una persona prova una determinata emozione,
essa si riflette nella sua mimica facciale,
nello ‘spettatore’ che osserva
si attivano gli stessi neuroni nella medesima area cerebrale,
regalandogli la capacità empatica necessaria,
volente o nolente,
a vivere uno stato emotivo altrui.

Tuttavia, il «vantaggio biologico» di avere un meccanismo così semplice nella sua complessità, che permette di sentirci «vicino agli altri e ci fa capire gli altri come se fossimo noi stessi» è a rischio, in quanto può essere modificato o alterato dall’educazione o dalla società e quando avviene tale alterazione «il bambino non sente più empatia» e recuperarla nel tempo diviene difficile, non impossibile ma difficile perché la società in generale tende alla divisione tra un io e un tu, tra bianco e nero, ecc… senza considerare che ognuno di noi è integrazione di parti è coesistenza del tutto.

C’è chi non ha gradito l’intrusione della neuroscienza nella sfera emozionale di competenza più psicologica e c’è anche chi sostiene che «i neuroni specchio diventeranno per la psicologia ciò che il DNA è stato per biologia» (Vilyanur S. Ramachadran), i quali potrebbero essere un file rouge, un trade unions essenziale per aiutare l’essere umano a sviluppare quella capacità innata: l’empatia, da considerare la base, lo zoccolo duro, della coesistenza pacifica nel quotidiano vivere di ognuno che come effetto farfalla potrebbe condurre alla realizzazione della visione di inclusività e sostenibilità planetaria, affinché il genere umano diventasse consapevole che ‘sentire l’altro come sé stesso’ è il primo gradino per la pace.

Lucia Simona Pacchierotti

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