Il Cristo crocifisso,

scandalo  per i Giudei…follia per i Gentili.

                                                San Paolo

Come è avvenuto altre volte negli ultimi anni, si è posta, all’inizio di questo anno scolastico, la domanda se togliere o lasciare il Crocifisso presente nelle aule delle nostre scuole.

Curiosamente, a dare inizio alla polemica è stato proprio il ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti il quale, parlando della scuola, ha detto che per la laicità della stessa preferirebbe una cartina del mondo con dei richiami alla Costituzione.

La Costituzione italiana, all’art. 7, recita:<<Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi…>>.

I Patti Lateranensi sono accordi stipulati nel 1929 tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica. Più tardi, esattamente nel 1984, per correggere alcuni aspetti che contrastavano con i principi della Costituzione promulgata nel 1948, ci fu una revisione dei Patti che restituì uno Stato laico e pluralista e una Chiesa privata di alcuni privilegi (per es. l’essere la sola religione dello Stato) ma con ampi spazi di libertà.

Il principio della laicità dello Stato può portare ad una netta separazione tra Stato e Chiesa, così è in Francia; in Italia, invece, la laicità si esprime con una sorta di protezione nei confronti della pratica religiosa e cercando di non creare discriminazioni tra le diverse confessioni. Accanto ai diritti riconosciuti alle confessioni religiose troviamo anche il diritto di proclamarsi ateo senza che questo comporti alcun vincolo o ostacolo. Il principio del rispetto reciproco e le tutele al diritto di ognuno di manifestare le proprie idee dovrebbero garantire l’equilibrio sociale e le libertà di tutti.

Questo, espresso molto sinteticamente, è il contesto in cui ci muoviamo. Torniamo al Crocifisso nelle aule.

Esso, appeso alle mie spalle sul muro della classe in cui mi trovavo, non mi ha impedito di parlare ai miei alunni di C. Marx, comunista e rivoluzionario; non mi ha impedito di leggere F. Nietzsche, immoralista e dissacratore, annunciatore della morte di Dio; non mi ha fermato quando raccontavo la vicenda tragica di G. Bruno, eretico impenitente, arso vivo sul rogo della Santa Inquisizione. Le ore di storia scorrevano intense e laboriose mentre sfilavano le crociate, ancora l’Inquisizione, le sanguinosissime guerre di religione, la caccia alle streghe, i roghi degli eretici e tanto altro.

L’ho fatto perché potevo, la Costituzione garantisce la libertà dell’insegnamento e la mia coscienza me lo imponeva.

Così penso che faccia la maggior parte degli insegnanti, sia credenti che atei.

Questo avviene perché quella croce sul muro non è altro che un simbolo. La parola simbolo viene dal greco symbάlein e significa “mettere assieme”. Il simbolo, scrivono gli esperti, è di per sé insignificante perché il simbolo mostra, fa apparire ma non parla.

Diventa significante quando si usano le parole per raccontarlo.

Se proviamo a raccontare il crocifisso, cosa potremmo dire e cosa mette insieme?

Per alcuni rimanderà alla religione in cui crede, per altri non avrà alcun significato, per altri, ancora, rimanderà ad un mondo reale e immaginario in cui vedrà la Chiesa davanti a cui passa ogni giorno, la Chiesa del suo paese con la croce sul campanile, si riconoscerà in una storia, in una comunità, in un sistema di valori condivisi, in ricorrenze varie durante l’anno, insomma, il simbolo “crocifisso” dischiude un mondo e cose, personali e popolari, che possono dare senso e significato ad una vita.

Anche il filosofo B. Croce, che non si allontanò mai da un radicale immanentismo, scrisse un saggio in cui diceva che gli italiani hanno così tanto legato la vita civile alla religione cristiana e questo incontro ha favorito “sostanziali avanzamenti nel pensiero e nella vita” che non possiamo non dirci cristiani, citando il titolo del suo saggio.

Certo, quando scriveva Croce, in Italia erano di numero esiguo le comunità appartenenti ad altre religioni, oggi sono presenti molte più persone che professano un credo diverso da quello cristiano e in classe qualcuno potrebbe manifestare curiosità o perplessità nei confronti del crocifisso. Credo che ogni insegnante saprebbe trovare le parole giuste per spiegare e saprebbe agire in modo corretto per mediare, sapendo che la nostra Costituzione, all’art. 8, garantisce uguale libertà per ogni confessione religiosa.

Può, però, capitare che nasca un contrasto che deve essere risolto in altro modo.

Nel 2005, il TAR del Lazio, rispondendo ad un ricorso, si è pronunciato per la permanenza in classe del Crocifisso dicendo che esso è simbolo costitutivo di una particolare storia culturale e di una identità nazionale.

Nel 2011, la Grande Camera della Corte europea per i diritti dell’uomo ha ritenuto, rispondendo ad un ricorso, che l’esposizione del crocifisso non può essere considerato indottrinamento e quindi non comporta violazione dei diritti umani.

Come si può notare, il tema del crocifisso in classe fa emergere posizioni diverse, talvolta distanti.

Parole definitive possono dire le leggi e le regole che ne derivano ma tanto possono fare il buon senso e la buona volontà.

Parlare dei problemi, affrontarli e confrontarsi per cercare soluzioni è la via migliore da seguire, buttare la polvere sotto il tappeto significa solo rimandare il problema, scontrarsi ideologicamente significa produrre inutili lacerazioni.

Concludendo, ritengo sterili le polemiche che si consumano ogni tanto sul Crocifisso in classe, considero ininfluente per la vita della scuola che ci sia o non ci sia.

E’ certo, però, che lo preferisco appeso al muro piuttosto che brandito ed usato per fini politici.

Gabriella Colistra

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