Il ciclone Harry ha devastato il Sud. Case distrutte, attività paralizzate, famiglie in ginocchio, ferrovie e strade lungo le coste divelte.
Eppure, mentre la gente spala il fango, il resto del Paese… guarda altro.
I telegiornali hanno dedicato pochi minuti al cataclisma ,solo qualche servizio frettoloso addirittura sbagliando nomi dei luoghi, e poi via, subito su altri temi più “vendibili”. Come se un pezzo d’Italia non stesse vivendo un disastro vero. È impressionante notare come, in certi casi, i media riescano a trasformare tragedie enormi in notizie di seconda fascia.
Se lo stesso ciclone avesse colpito una grande città del Nord, o la solita Campania avremmo avuto: dirette continue, inviati ovunque , special in prima serata e dibattiti infiniti. Invece, per il Sud, il copione è sempre lo stesso: pochi secondi, qualche immagine, un titolo generico e via.
Come se la sofferenza meridionale valesse meno. Come se il dolore avesse una geografia.
In Calabria la politica non si è vista.
I telegiornali non hanno insistito.
È facile parlare di “unità nazionale” quando non c’è nulla da perdere.
È molto meno facile dimostrarla quando un territorio chiede aiuto e nessuno si presenta.
Il Sud è stato lasciato solo due volte: dallo Stato e dalla narrazione mediatica.
Il Sud non fa notizia.
Il Sud non fa audience.
Non porta ascolti, non genera dibattiti.
E quindi viene messo da parte.
Ma un Paese che ignora una parte di sé quando soffre non è un Paese unito.
È un Paese che sceglie chi merita attenzione e chi può essere lasciato in silenzio. Ma a noi non servono passerelle, non servono false promesse.
Serve riconoscere che un’emergenza è un’emergenza ovunque accada.
Serve raccontarla, mostrarla, darle spazio.
Serve rispetto per noi cittadini. Perché quando un ciclone colpisce il Sud e nessuno lo racconta, non è solo un problema di informazione. È un problema di dignità.