“Nessuno lascia casa se sta bene a casa sua”…

Anni fa, la foto di Aylan Curdi, il bambino di tre anni morto su una spiaggia in Turchia, ha fatto commuovere migliaia di persone sedute tranquille sul divano di casa.

Qualche giorno dopo Capodanno, i media hanno parlato del primo clandestino morto del 2020.

Tra i vari commenti sui social, sotto al post Facebook di un giornalista, si è fatto notare quello di una “signora milanese” che ha freddamente dichiarato
Ha pensato di farsi rimborsare il biglietto?“.

Un commento che non è passato inosservato ed è stato segnalato.

Ma la donna ha poi detto, che voleva essere solo una battuta sarcastica per innescare una riflessione sui veri responsabili della morte del bambino, coloro che non hanno sorvegliato bene in aeroporto e quelli che hanno “detto” al bambino di andarsi a nascondersi lì.

Ma non si può dire nulla di sarcastico, davanti ad una morte e solo se si pensasse a come è avvenuta la morte del piccolo.

Quel bimbo lo hanno trovato morto a Parigi all’interno del carrello d’atterraggio di un Boeing 777 che proveniva dalla Costa d’Avorio. Aveva 10 anni. Era morto congelato.

Da solo, senza nome, senza una storia, su un aereo in volo verso l’Europa.
Si era imbarcato di nascosto in cerca di una vita migliore, ammazzato dal freddo che, a 10.000 metri d’altitudine, arriva a -50 gradi.

Quelli come lui si chiamano “clandestini”.

E lui proprio da clandestino è morto, in silenzio e lontano dai genitori.
Ora provate ad immaginare solo per un attimo, cosa deve aver vissuto un ragazzo di appena dieci anni che decide di imbarcarsi su un volo, ma in quel modo, in un carrello d’aereo.
E immaginate, se al suo posto ci fosse stato vostro figlio, oppure un figlio di un parente o di un amico.

Come alcuni hanno scritto su FB, uno in meno nelle strade, uno in meno a disturbare le nostre vite, uno in meno a rubare il nostro lavoro e le nostre tradizioni, recite natalizie comprese.

Beh certo anche questa é una “opinione” ma di fatto è morto un bambino che avrebbe dovuto giocare, sognare, non morire.
Lui che sognava l’Europa, alla fine c’è arrivato, ma non la vedrà mai, aveva già gli occhi chiusi per sempre.

E – ripeto – aveva solo 10 anni.

Un bambino che avrebbe voluto la Francia come il suo nuovo Paese, partito spinto forse dalla famiglia o per una scommessa tra bambini, non lo sapremo mai.

Questo è il dramma di un popolo, non solo di una famiglia del Ghana e della storia della Regina Abla Pokou, che donò suo figlio agli spiriti del fiume per salvare gli altri e ottenere dal fiume Comoè di essere attraversato.

Secondo la leggenda, la Regina Abla Pokou e il suo popolo furono bloccati dal pericoloso fiume Comoé che funge da barriera naturale tra la Costa d’Oro e la Costa d’Avorio.

Le piogge lo avevano fatto riempire, rendendo impossibile la traversata. Con gli inseguitori a pochi chilometri da loro, bisognava trovare una soluzione. Disperata, Abla Pokou domandò al mago cosa chiedeva il genio del fiume per lasciarli passare. L’anziano le rispose “Regina Pokou, il fiume è molto irritato, e si tranquillizzerà solo dopo che gli avremmo dato quello che abbiamo di più caro. Subito dopo, le donne proposero i loro gioielli in oro e in avorio. Gli uomini diedero il loro bestiame. Ma il mago rispose che quello che avevano di caro, erano i loro figli. Nessuno era disposto a sacrificare il proprio figlio. Abla Pokou capì che solo il sacrificio del suo unico figlio avrebbe soddisfatto il genio del fiume. Guardò il suo bambino un’ultima volta e lo gettò nel fiume. Le acque si calmarono e lasciarono passare la tribù.

La Regina anche oggi continua a sacrificare i suoi figli in nome di quella libertà, di quella speranza che ha perso per sempre il bambino del carrello.

Il bambino che volava è ora un Angelo.

Angela Amendola 

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