Il 2019 sta per concludersi e si può affermare che sia stato davvero un anno cinematografico ricco di ottime pellicole.

Scorrendo tra i titoli usciti quest  anno, appare subito chiaro come il marchio distintivo sia stato “il film da Festival”: qualità alta e successo non relegato alla sola produzione statunitense.

La maggior parte delle pellicole di maggior risonanza hanno ottenuto alti consensi dalla critica, seguiti dai maggiori riconoscimenti nei Festival più prestigiosi.

Se da una parte questo fa riflettere sullo sviluppo di un pubblico sempre più esigente da un punto di vista tecnico, d’altra parte sottolinea un trend in discesa della corrispondenza tra le grandi case di distribuzione e il box office.

Sarà dovuto alla mancanza di nuove idee (sempre più richiesta la novità nel soggetto) e ad una ripetitività di stories proposte dai grandi blockbusters, ma quest anno si è respirata tra le grandi majors  una pesante stasi di temi e personaggi proposti che ha lasciato il suo strascico importante sia nei consensi alla conclusione del ciclo sugli Avengers (l’ultimo capitolo record di incassi ma di qualità inferiore al precedente) sia nelle produzioni di casa Pixar/Disney.

Al contrario, ciò che ha attirato il pubblico è stata soprattutto la dinamica familiare e sentimentale, con una ricercatezza in situazioni e rapporti spinti anche al limite, relazioni fallimentari e sentimenti messi in discussione , paradossi esistenziali e situazioni socio-ambientali di vita spesso caotiche, surreali e senza direzione.

La ricerca dell’eccezionalità non si è rivolta soltanto verso l’effetto speciale o la dimensione fantastica, ma, ben radicata su una concreta realtà, ha cercato e scavato al suo interno, a volte prendendone le distanze altre affondando nei meandri più oscuri dell’animo umano, assorbendo contrasti e disordine, urgenze e problematiche esistenziali, identificandovisi e utilizzando la pellicola quale strumento di indagine e analisi di una società al collasso relazionale.

Partiamo con il citare Storia di un matrimonio di  Noah Baumbach  con Scarlett Johansonn; racconto agre e quotidiano della fine di un matrimonio, dell’odio e dell’astio che si generano e della trasformazione di un sentimento in realtà eterno. Bravi gli interpreti di una pellicola intensa e trascinante. Anderson crea un film personale ma collettivo, che riflette soprattutto sul divorzio e su come possa non essere tutto ovvio nell’affrontarlo.

La mafia non è più quella di una volta di Franco Maresco; presentato a Venezia, il documentario è uno sguardo beffardo che gioca sulla finzione e sulle bugie. Narra della Paura e della debolezza di un uomo spaventato da ogni cosa. Omaggio a Falcone e Borsellino, la pellicola è un efficace grido di protesta.

Ne L’ufficiale e la spia di Roman Polanski siamo nella Parigi di fine ’800 magnificamente dipinta da Polanski con una maniacale precisione. Si narra di un’indagine, ma si racconta anche di un insidioso seme antisemita che getta le sue basi in un fertile terreno. Un uomo incolpato senza aver commesso nulla affronta un doloroso processo solo contro tutti.

Dolor y Gloria di Pedro Almodovar: da un grande regista come Almodovar era davvero difficile aspettarsi qualcosa di più di quanto avesse già creato. Eppure con questo film è riuscito a costruire un nuovo piccolo capolavoro. Presentato a Cannes 2019, Dolor y Gloria lascia dietro di sé una traccia importante. Un magistrale Banderas (premiato come miglior attore) consegna forse la sua migliore interpretazione e, tra autocitazionismo, racconto personale e biografico, veste un dolore che è visivo, fisicamente riprodotto in maniera eccellente. Tra droga, riflessioni sul passato e sull’amore, il film scuote l’animo.

C’era una volta a Hollywood di Quentin Tarantino. Tarantino, Di Caprio, Pitt: questo il sottotitolo del nuovo capitolo cinematografico del regista cult di Pulp Fiction. Il film è un viaggio tra cinema e realtà, tra finzione e verità, dove l’attore getta una maschera e la sua controfigura la indossa. Sullo sfondo, l’America degli anni settanta tra icone e status symbol, un killer omicida, ritmi serrati e colori sgargianti che stonano con un forte senso di straniamento. Quello che conta è che “nulla è come sembra”. Può piacere o meno la pellicola di Tarantino ma rappresenta sicuramente un passo verso una concezione nuova di grande intrattenimento che si fonde con un’assenza di divismo fine a se stesso.

Joker di Todd Philips; come non citare il già cult di Philips in un anno in cui la Maschera l’ha fatta da padrone. Il trucco sul volto di Joaquin Phoenix riassume l’idea della follia e della disperazione che si nascondono dietro un rossetto sbavato. L’orrore della solitudine, della malattia mentale e la perdita dell’equilibrio sono magistralmente indossate da un attore che ha completamente prestato il suo corpo ad un personaggio disturbante, eccessivo, negativo e inquietante. La pellicola di Philips è potente e tecnicamente efficiente e resta sicuramente tra le migliori dell’anno.

The irishman di Martin Scorsese; epopea conclusiva del ciclo “Mean streets”, The Irishman è un nostalgico canto del cigno di un Cinema che forse non c’è più. Un accorato addio ad un mondo che ha segnato un po’ tanto cinema degli anni tra 70 e 90 e che pullula di gangsters , personaggi discutibili, “famiglie acquisite”, discriminazione; un Universo a sé che può definirsi solo come “scorsesiano”. L’irlandese Frank Sheeran (un malinconico ed eccellente De Niro) parte dal basso, fà carriera appoggiato dal Boss Russell Bufalino (un ritrovato Joe Pesci) fino ad occupare un posto di prestigio e a collaborare con il famoso sindacalista Jimmi Hoffa (Al Pacino straordinario). Un tris d’assi che fa a gara per bravura ed intensità interpretativa, al servizio di una storia che si inerpica tra cronaca, politica nazionale ed internazionale, amicizia e un adulterato senso della famiglia.

Il Traditore di Marco Bellocchio. Il film con uno straordinario Favino è un altro esempio di cinema italiano di effetto ma anche qualitativamente superiore. Il racconto del tradimento di Buscetta a ciò che ha servito per anni è una analoga discesa agli inferi dell’isolamento e di una fuga che non da possibilità di salvezza o redenzione. Tanti i premi ottenuti in vari festival ma niente nomination agli Oscar.

Martin Eden di Pietro Marcello: tra le pellicole italiane citiamo anche questo piccolo film di Pietro Marcello che ha davvero lasciato la sua impronta. Prima di tutto per la bellissima interpretazione di un Luca Marinelli sempre più bravo (premiato a Venezia con la Coppa Volpi) , ma anche per la freschezza e l’originalità di costruzione del film stesso, per le immagini vive e reali e per l’uso di poetiche citazioni. Questo Jack London napoletano, cresciuto nei vicoli più poveri della città, si trova catapultato nell’universo della bella Elena e, tra conflitti di classe e spunti ideologici, vivrà un’avventura che ha anche un’importante valenza storica ;attraverso immagini di repertorio, forti sono i rimandi ad importanti episodi della Storia del ‘900 fra le due guerre.

Chiudiamo la nostra lista con Parasite di Bong JoonHo, sicuramente il Film manifesto del 2019; accattivante sia per la sua storia al limite del surreale che per una costruzione tecnica ineccepibile, la pellicola coreana ha raccolto consensi unanimi ed è un illustre esempio di un Cinema autoriale che sa essere anche di forte impatto collettivo. Una famiglia povera si intrufola nell’esistenza di una ricca e vive alle sue spalle, succhiandone l’anima. Palma d’oro all’ultimo Festival di Cannes  (e sicuro futuro Premio Oscar come film straniero), Parasite è uno sguardo doloroso sull’alienazione moderna, sul vittimismo parassitario che si veste di opportunismo e di una inarrestabile degradazione sociale urbana. 

Sandra Orlando.

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