Festa del nubilato esagerata o ricorrenza dedicata alle donne ?

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L’8 marzo: la notte in cui molte città diventano un enorme addio al nubilato… anche se nessuno si sposa.

L’8 marzo è una data importante, certo. Ma c’è un fenomeno sociologico che meriterebbe studi universitari, documentari su Netflix e forse anche un paio di conferenze: la trasformazione delle donne in versione “modalità festa estrema”.
Una metamorfosi che avviene puntualmente ogni anno, come le maree o i saldi di fine stagione.
La giornata parte bene.
Messaggi nei gruppi WhatsApp:
“Ragazze, stasera tranquille eh”.
“Mi raccomando, niente esagerazioni”.
“Domani lavoro”.
Sì, certo.
Come no.
Le stesse frasi che si dicono prima di un Capodanno che finirà inevitabilmente con qualcuno che canta sul tavolo.
Alle 19:00 scatta l’aperitivo.
Un bicchiere di vino, due chiacchiere, qualche tartina.
Poi arriva il secondo bicchiere.
Poi il terzo.
Poi il momento in cui una dice:
“Ragazze, prendiamo un giro di shot, tanto è la festa della donna”.
E da lì in poi, la serata prende una piega che neanche un romanzo di Stephen King.
Prima di uscire dal locale, c’è sempre un pit stop in bagno.
Ritocchi al trucco, selfie allo specchio, frasi motivazionali tipo:
“Siamo stupende”.
“Siamo fortissime”.
“Siamo… un po’ alticce”.
Ma non importa: la sicurezza in sé stesse è alle stelle, e questo è sempre un bene.
L’equilibrio sui tacchi, invece, è in sciopero.
Arrivate in discoteca, la musica parte e loro si trasformano.
Non sono più colleghe, mamme, studentesse, professioniste.
Sono divinità del dancefloor, pronte a sfidare le leggi della fisica.
La pista diventa un campo di battaglia:
tacchi che cedono, borse che volano,
amiche che si perdono e si ritrovano come in un film d’avventura, coreografie improvvisate che neanche a “Ballando con le Stelle”.
E quando parte una canzone anni ’90, la situazione degenera: tutte urlano il testo come se fosse l’inno nazionale.
La foto di gruppo è un rituale sacro.
Si fanno almeno 40 tentativi.
In ognuno c’è sempre:
una che chiude gli occhi,
una che guarda altrove,
una che fa una posa incomprensibile,
una che dice “Aspetta, rifacciamola che non mi piace il mio braccio”.
Alla fine, la foto scelta è quella più sfocata.
Ma “siamo venute benissimo”.
A un certo punto, una prende il telefono e lo usa come microfono.
Parte una canzone.
Le altre la seguono.
La città intera ascolta, volente o nolente.
È un concerto gratuito, senza biglietto e senza talento, ma con tanta passione.
Verso le 2:00 scatta la fame chimica.
Si va in cerca di cibo come esploratrici nella giungla.
Panini, patatine, pizza al taglio: tutto è accettabile.
Ed è lì, davanti a un cartoccio di fritto, che partono le conversazioni profonde:
“Io ti voglio bene, lo sai?”
“Dobbiamo vederci più spesso”.
“La vita è strana”.
“Perché ho i piedi che mi fanno male?”
Domande esistenziali che meriterebbero un premio.
Il taxi diventa una sorta di confessionale.
Una dorme, una ride, una parla con l’autista come se fosse un vecchio amico.
L’autista, pover’uomo, osserva in silenzio, con lo sguardo di chi ha visto troppe cose.
Arrivate a casa, c’è sempre l’ultima frase della serata:
“È stata una serata tranquilla”. Scherzi a parte, l’8 marzo è una giornata importante.
Che alcune la vivano con riflessione, altre con festa, altre ancora con un po’ di sano delirio… fa parte della bellezza della varietà umana. E se una notte all’anno si concedono di esagerare, ridere, ballare e dimenticare per qualche ora le responsabilità quotidiane, forse è proprio questo il senso: celebrare la libertà, anche quando è un po’ rumorosa.

✍️ Angela Amendola

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