Facebook da un anno ha pubblicato le sue nuove linee guida sulla censura. Nel documento, composto da decine di pagine è descritto ciò che è permesso pubblicare all’interno di FB e quello che non si può.

In linea di massima si può dire che i contenuti a rischio censura possano essere catalogati in 5 grandi tipologie correlate a:

Violenza e comportamenti criminali
Contenuti deplorevoli
Sicurezza
Integrità e autenticità
Rispetto della proprietà intellettuale.

Ma qualcuno si è chiesto come funziona la censura di Facebook?

Chi c’è dietro la nuova Inquisizione?

Gli iscritti a Facebook sono quasi un miliardo, e pubblicano di tutto ogni giorno.

Questi contenuti spesso “urtano” (???) la sensibilità di migliaia di utenti che segnalano.

Facebook deve verificare se le segnalazioni degli utenti sono giuste.

Chi decide cosa è osceno per FB?

Esiste una commissione interna?

O Zuckerberg davanti ad uno schermo alza il pollice in su o in giù?

Il primo a essere censurato da Facebook è stato Jerry Saltz, il critico d’arte del New York Magazine.

Aveva pubblicato il dettaglio di un affresco di Pompei di duemila anni fa di una coppia…

Saltz ha ricevuto un avviso da Facebook che lo informava che l’accesso al suo account era stato sospeso.

E cosa era successo?

Era entrato in azione l’algoritmo di Mark Zuckerberg che, con insistenza maniacale, da mesi sta censurando la grande arte scambiandola per “pornografia”.

Gli “standard comunitari” di Facebook vietano la pornografia e limitano la visualizzazione della nudità equindi vieta la visione anche delle opere d’arte “di nudo” non riconoscendola.

Così ha rimosso l’immagine di una donna nuda di Gerhard Richter dalla pagina del museo parigino del Centre Pompidou.

Il fotografo tedesco Peter Kaaden ha fatto visita al Louvre e ha poi pubblicato la foto di una scultura nuda.

Anche quella è stata rimossa.

A Parigi, Facebook è stato a processo per aver sospeso un insegnante che aveva pubblicato il celebre dipinto di Gustave Courbet, “L’Origine du Monde”.

Poi anche una fotografia della Sirenetta di Copenaghen, il simbolo della capitale danese fotografato da milioni di turisti ogni anno, è stata censurata da Facebook.

Ora è il nostro turno, dell’Italia.

Anche l’Angelo incarnato di Leonardo da Vinci è stato censurato da Facebook: il social network avrebbe preteso il taglio dell’opera, poiché la figura intera appare nuda e quindi contro il divieto di Facebook di pubblicare “immagini con contenuti caratterizzati da posizionamenti sessualmente suggestivi che mostrano molta nudità”.

Il disegno rappresenta un adolescente ermafrodita con una capigliatura femminile e il membro maschile eretto.

L’immagine era stata pubblicata da Silvano Vinceti, ricercatore che da anni si dedica ad enigmi legati a Leonardo da Vinci e alla Gioconda, sulla pagina Facebook “l’invisibile nell’arte” .

Si ritiene che il ragazzo rappresentato sia Gian Giacomo Caprotti, detto Salai, allievo e forse (???) anche amante di Leonardo.

L’opera, è stata automaticamente decapitata della sua parte inferiore grazie all’algoritmo di cui il social si serve per eliminare subito ogni forma di nudità e pornografia.

Ma per Silvano Vinceti, ideatore e curatore del progetto “L’invisibile nell’arte” finalizzato a scoprire e documentare una serie di misteri legati a Leonardo e alla sua produzione artistica, non ci sta.

“È un fatto gravissimo che calpesta brutalmente e violentemente la piena libertà di espressione artistica e il diritto degli utenti di Facebook d’approfondire la conoscenza dei dipinti di Leonardo”.

Nell’Ottocento, il disegno apparteneva alle raccolte reali di Windsor, dove veniva custodito insieme ad altri undici, di Leonardo, tutti a sfondo erotico.

Come ricorda Brian Sewell, critico d’arte britannico, un giorno arrivò a Windsor un noto studioso tedesco, “un uomo imponente con mantellina alla Sherlock Holmes”, che si mise ad esaminare questi fogli. Tempo dopo, gli stessi scomparvero, con evidente sollievo generale, cosa che fa pensare ad un tacito consenso della Regina Vittoria, ben lieta di sbarazzarsi di soggetti a dir poco imbarazzanti.

Il gruppo di opere licenziose finì dunque in Germania.

Nel 1991, finalmente, ha potuto tornare alla luce con presentazioni  in più occasioni in prestigiose mostre in varie parti del Mondo.

Angela Amendola

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome qui