Il termine “ermeneutica” indicava in origine l’interpretazione critica di un testo perché potesse essere messo a confronto con altri.  Era usata soprattutto per l’esegesi di testi biblici e giuridici, con il tempo però è diventato un metodo interpretativo usato anche dai filosofi che lo intesero come un modo di lettura che stabiliva quasi un dialogo tra il lettore e il testo stesso, capace di rivelare qualcosa dell’autore.

Fu un teologo e filosofo tedesco, Friedrich Schleiermacher (1768 – 1834), ad usare l’ermeneutica come teoria generale del comprendere.

Qualche decennio più tardi un altro filosofo tedesco, Wilhelm Dilthey (1833 – 1911), sostenne che l’ermeneutica poteva essere utilizzata per le scienze dello spirito, quelle cioè che riguardano le produzioni culturali umane mentre non poteva essere utilizzata per le scienze della natura.

Le scienze naturali, infatti, si limitano a spiegare i fenomeni e conducono a leggi universali, le scienze dello spirito, invece, comprendono e interpretano non secondo dati meccanici e sempre uguali ma secondo dati forniti di senso e sempre diversi perché ogni uomo produttore o fruitore di un’opera dell’ingegno umano è diverso da ogni altro.

In Dilthey sembra quasi che si venga a creare un legame empatico nell’atto del comprendere tipico delle scienze dello spirito.

Fortemente influenzato da Dilthey è il filosofo tedesco Hans Georg Gadamer (1900 – 2002) che si avvicinò all’ermeneutica grazie ad Heidegger ma da Dilthey prese l’idea che lo portò a considerare l’ermeneutica non solo metodo di interpretazione dei testi ma anche e soprattutto relazione costitutiva di tutta quanta l’esperienza umana.

 Seguiamo il suo ragionare.

Gadamer è convinto che quando ci troviamo di fronte ad un testo scritto, ad un fatto storico, ad un’opera d’arte, non abbiamo bisogno di ricorrere all’ermeneutica per interpretare poiché noi siamo già dentro quello che egli definisce <<circolo ermeneutico>>.

Siamo già un linguaggio che usiamo, una storia che viviamo, una temperie culturale che ci avvolge e ci fa essere pieni di pre-concetti e pre-giudizi con i quali ci presentiamo di fronte a qualcosa o qualcuno che a sua volta esprimerà pre-concetti e pre-giudizi. Ognuno di noi, avvicinandosi alla conoscenza è in possesso di quella che Gadamer chiama <<pre-comprensione>>. Questo è il <<circolo ermeneutico>>.

L’insieme dei nostri pregiudizi costituisce la nostra tradizione, elemento fondamentale nella formazione di un individuo. Gadamer vive tutto il Novecento e di fronte che a coloro che in nome della modernità vorrebbero rinnegare la tradizione pensa che senza l’insieme di ciò che è stato il nostro passato non è possibile nessun dialogo.

Ribadisce che siamo ciò che il nostro passato è stato, il nostro presente che è ora, il futuro che verrà potrà anche cambiare i nostri pregiudizi e portarci a pensieri e concetti più adeguati, è questo un processo indefinito e aperto, sempre circolare.

Nessun momento della nostra vita rimane sempre uguale a se stesso, tende sempre verso l’altro e anche le interpretazioni e le convinzioni, nel tempo, possono cambiare.

In Verità e metodo, l’opera più importante di Gadamer, leggiamo che i campi in cui è più facile che si formino circoli ermeneutici sono la storia e l’arte, proprio in questi ambiti il filosofo sente più forte il peso e l’importanza della tradizione che diventa custode dei valori più intimi e autentici e solo rivolgendosi a questi l’uomo potrà difendersi dal nichilismo della modernità e della scienza.

Molte volte riflessioni di questo tipo portano ad una rivalutazione del sentimento religioso, non è così per Gadamer. Nonostante il suo maestro, Heidegger, avesse scritto di fronte ad un problema analogo che “solo un Dio ci può salvare”, Gadamer, che non ammette nulla di trascendente, ribadirà che la religione ha valore solo in quanto si è stratificata in quei fattori che hanno contribuito a costruire una tradizione.

Hans Gadamer, nella sua lunga esistenza e anche dopo, è stato molto studiato e talvolta criticato per il peso determinante che attribuisce al passato. Il passato è importante, ce lo portiamo dentro spesso senza pensarci ma accade che in un dialogo con l’altro esso riemerga a farci essere quello che siamo, siamo la nostra storia.

Gabriella Colistra

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