Edouard Manet (parte prima)
“Il bar delle Folies-Bergere”
Olio su tela 130 x 96 cm.
Courtauld Gallery, Londra.
Manet nasce a Parigi nel 1832 da una famiglia benestante.
Sin da giovane Ėdouard intraprende la carriera artistica che gli viene però negata dal padre.
Il severo genitore lo iscrive prima al Collège Saint Rolin nel 1839 e poi nella Marina militare imbarcandolo diciassettenne nella nave “Le Havre et Guadalupe” con destinazione il Brasile.
Manet torna a Parigi dopo questo viaggio e riesce a convincere il padre a lasciarlo libero di diventare un artista.
Nel 1850 entra nell’atelier del ritrattista francese Thomas Couture dove rimarrà per sei anni a lavorare.
Manet dopo l’esperienza da Couture viaggerà molto, visitando l’Olanda, l’Italia, l’Austria, la Germania e studiando le opere di grandi maestri come Tiziano e Giorgione.
Dal 1856 studia presso l’Accademie, sotto la guida di Léon Bonnat.
Tra il 1862 e il 1865 realizza due delle sue opere più famose: “Le déjeuner sur l’herbe” e “Olympia”, dipinti che vengono esposti al Salon, generando giudizi molto negativi da pubblico e critica.
Manet nonostante il suo esplicito distacco verso l’impressionismo (non partecipò mai ad alcuna esposizione impressionista) è considerato uno degli artisti che ha maggiormente contribuito alla nascita del movimento.
Nel 1879 l’artista è colpito nelle sue capacità motorie.
Una malattia che lo accompagnerà sino alla morte, giunta nel 1883 all’eta di 51 anni .
“IL BAR DELLE FOLIES-BERGERE”
Il bar delle Folies-Bergère è la celebrazione della vita parigina e la più famosa tra le sale per concerto ottocentesche.
Manet è un assiduo frequentatore di questo caffè-concerto e ritrae Suzan, protagonista della tela, mentre attende l’ordine di un cliente.
La donna rivolge lo sguardo allo spettatore, mentre uno specchio dietro di lei riflette la sala e gli avventori delle Folies-Bergère.
Suzan è una vera barista e non una modella professionista.
Ha i capelli biondi raccolti, il volto enigmatico e malinconico, lo sguardo perso nei suoi pensieri, il busto stretto in un abito nero dall’ampia scollatura.
Manet ne indaga le emozioni con grande sottigliezza psicologica.
Suzan infatti potrebbe assomigliare ad una dama del bel mondo parigino, ma la ragazza non sembra affatto contenta del lavoro che si trova costretta a svolgere.
Sul bancone scorgiamo una natura morta, un genere molto amato dall’artista, descritta con colori brillanti e una luce vivida.
Sul marmo corrono alcune bottiglie di champagne e, tra gli oggetti, una fruttiera di cristallo piena di arance e un calice.
In alto a sinistra scorgiamo un acrobata in equilibrio sul trapezio. Sotto, un borghese con il cilindro dialoga con una donna. A destra della cameriera un uomo distinto si intrattiene con una ragazza.
Manet da anche un certo rilievo all’illuminazione elettrica del locale (tanto cara anche a Hopper, come abbiamo già visto e raccontato precedentemente nei “Nottambuli”).
Riguardando attentamente il dipinto, a prima vista la struttura della composizione genera confusione poichè gran parte del quadro è il riflesso del grande specchio alle spalle di Suzan.
Qui Manet ricorre a una licenza artistica spostando il riflesso della donna sulla destra e inclinandolo appena, per rendere l’immagine più avvincente.
Manet, infine, pone la sua firma sull’etichetta della bottiglia più a sinistra.
CONCLUDENDO:
Gli impressionisti francesi ritraevano spesso gente che si divertiva e molte delle loro scene più note erano ambientate in bar, caffè e sale da ballo.
Non molto tempo dopo il capolavoro, l’artista moriva tra atroci sofferenze.
Alla sua sepoltura Proust coniò un epitaffio in latino: “Manet et manebit” ovvero “rimane e rimarrà”.
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