Gli antichi avevano una concezione del linguaggio molto suggestiva ed affascinante, secondo la quale conoscere il nome di una cosa o di una persona creava un rapporto di vicinanza, o addirittura di possesso con essa. Attribuire un nome, dunque, non era una operazione semplicemente convenzionale: conoscere il nome di una cosa significa possederne l’essenza. Per la tradizione di pensiero che unisce Parmenide, Platone e Aristotele, essere e parola sono in rapporto di perfetta equivalenza. Il linguaggio esprime l’essere, lo rispecchia. Perciò ha un valere “demiurgico”, creativo: dare un nome significa far venire alla luce, far nascere. Pensiamo all’uso delle parole nelle formule religiose o nelle formule magiche: l’uomo ha sempre cercato di possedere e manipolare l’essenza della realtà.

Si capisce allora che la questione di poter nominare Dio non è un problema qualsiasi, bensì un problema cruciale perché nominare Dio equivarrebbe a possederlo.

Ma si può possedere ciò che è infinito e dunque impossibile da circoscrivere?

La nostra mente finita è in grado di abbracciare completamente l’infinito per possederlo e dunque poterlo nominare?

Qui si scava il solco incolmabile che separa la magia, la superstizione dalla religione: Dio non si può possedere, l’uomo non ne ha il controllo. I maghi, gli idolatri sono soltanto dei ciarlatani.

C’è una straordinaria convergenza tra le Enneadi di Plotino e la Bibbia a tal proposito.

Per Plotino, Dio è l’Uno-Bene che è al di sopra dell’essere: è totalmente trascendete e nella sua infinita perfezione è inafferrabile e dunque incomprensibile ed indicibile. L’anima del mistico di fronte all’ineffabilità di Dio resta in silenzio e si affida ad un’esperienza che supera la razionalità (estasi significa “uscire fuori da”).

Per la Bibbia l’uomo non ha diritto di pronunciare il sacro tetragramma YHWH e può parlare di Dio solo ricorrendo a delle circonlocuzioni, come Elohim e Adonai. L’assoluta trascendenza e inafferrabilità di Dio è espressa nell’episodio del roveto ardente: Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». Poi disse: «Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi» (Esodo 3,14).

Il trattato Dei nomi divini di Dionigi Areopagita (il Mistico) rappresenta uno snodo cruciale nell’elaborazione teologica della questione della possibilità di nominare adeguatamente Dio, unendo in una visione profonda ed originale la concezione plotiniana con quella biblica.

Si aprono prospettive importanti sul problema dei nomi che l’uomo può attribuire a Dio: se è vero che l’uomo dà il nome alle cose solo dopo averle conosciute, e che Dio nessuno l’ha mai visto, come fa l’uomo a nominarlo?

Grazie alla sua speculazione, la teologia di Dionigi tende ad assumere lo stesso punto di vista di Dio e può dunque dirsi anagogica o sub specie aeternitatis.

A rigore, infatti, solo Dio può parlare adeguatamente di sé stesso. In un certo senso, Dio lo ha fatto perché ha parlato agli uomini attraverso le Sacre Scritture. Perciò, i nomi che nella Bibbia sono usati per parlare di Dio sono il punto di partenza ed il mezzo che ci permettono di capire qualcosa di lui. Questi nomi ci parlano del bene, della bellezza, della bontà di Dio, della sua amicizia con l’uomo, perché la seconda persona divina si è incarnata per salvarci, unendo in Gesù la sostanza divina e la sostanza umana.

Si possono dunque applicare a Dio tutti i nomi presenti nella Scrittura: teologia affermativa.

Ma questi nomi sono comunque soltanto nomi adatti alla nostra condizione finita, mentre l’essenza di Dio è e resta inconoscibile, per cui dalla teologia affermativa occorre passare alla teologia negativa, negando tutti i nomi in precedenza affermati: se avevamo detto che Dio «è bene» (teologia affermativa), ora dobbiamo dire che «Dio non è bene» (teologia negativa).

Nel trattato La Teologia Mistica, che avrà un’influenza profonda nella spiritualità medievale, Dionigi mostra in modo mirabile tutto ciò attraverso una catena di negazioni e di negazioni di queste negazioni: se Dio non è luce, non è nemmeno tenebra e quindi non è né luce, né tenebra, perché Dio in quanto Causa inaccessibile degli esseri, trascende contemporaneamente la loro affermazione e la loro negazione.

La teologia affermativa e la teologia negativa confluiscono e si conciliano in una terza prospettiva, la teologia superlativa che sottolinea come i nomi divini possano essere attribuiti a Dio in un senso inconcepibile per la ragione umana perché la sorpassa e dunque si può dire che Dio è un «iper-essere», una «iper-bontà», una «iper-vita» e così via.

Nel XIX secolo, il filosofo tedesco Hegel (temuto dagli studenti di tutte le latitudini) elaborerà una logica dialettica in cui la sintesi è il superamento della tesi e dell’antitesi, nel senso dinamico di annullamento delle unilateralità delle due posizioni opposte. Non siamo poi così lontani dalla strada speculativa aperta dalla riflessione teologica di Dionigi.

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