Cambiano i continenti, ma la “Dakar” resta una delle corse più pericolose al mondo.
Anche quest’anno, nell’edizione numero 42, il massacrante rally raid ha pagato il suo tributo di sangue.
Durante la settima tappa ha perso la vita Paulo Gonçalves, uno dei piloti motociclisti più esperti e conosciuti della “carovana”.
A portare via il portoghese è stata una terribile caduta al chilometro 276 di una prova speciale di 546 che da Riad, capitale dell’Arabia Saudita, portava a Wadi Al-Dawasir, 500 chilometri più a Sud.
In un tratto pianeggiante e quindi molto veloce, all’altezza di un piccolo dosso, il pilota ha perso il controllo della sua Hero, forse a causa di una pietra, ed è stato stato disarcionato dalla moto. Immediati, ma inutili i soccorsi.
Il pilota è stato immediatamente localizzato grazie ai mezzi tecnologici impiegati dagli organizzatori.
Il primo ad arrivare sul luogo della tragedia è stato però un altro pilota, Toby Price, in sella a una Ktm, che seguiva Gonçalves a poca distanza.
Il portoghese aveva evidenti ferite alla testa e, probabilmente, è morto sul colpo.
E così, a distanza di sei anni dall’ultima tragedia e a 15 dalla morte di Fabrizio Meoni, il pilota toscano vincitore di due edizioni della corsa, la Dakar piange un altro protagonista.
Con “Speedy” Gonçalves salgono a 21, in 40 anni di Dakar (nata come Parigi-Dakar), i motociclisti che hanno perso la vita.
Nel 1979 la stessa sventura era capitata a Patrice Dodin, disarcionato dalla Yamaha 500 prima della partenza di una tappa.
All’uscita dal bivacco, cadde e picchiò la testa contro una pietra.
Quando, dieci anni fa, gli organizzatori lasciarono l’Africa per il Sudamerica, a pagare con la vita fu il francese Pascal Terry, scomparso lungo il tragitto e ritrovato morto dalle squadre di soccorso due giorni e mezzo dopo.
Facendo un passo indietro, nel 1986 Giampaolo Marinoni cadde durante l’ultima tappa, a 40 chilometri dall’arrivo.
Il bergamasco risalì sulla sua Cagiva e completò il rally, ma dopo il traguardo si accasciò al suolo e morì due giorni dopo per gravi lesioni al fegato.
Oltre ai 21 concorrenti morti in moto, ne sono deceduti anche sei in auto e tre in camion.
Un’altra quarantina sono i decessi legati al raid non riguardanti gli iscritti: fra questi perfino l’ideatore della Dakar, Thierry Sabine, precipitato insieme con altre quattro persone non lontano in Mali nel 1986 a causa di una tempesta di sabbia.
