Corrado Coccia

L’allegro malinconico

 Aeroporto Milano Linate, in attesa del volo delle 19,10 per Bari e di Corrado Coccia, il “cantante surreale”, incrociato “lumacando tra le amicizie” di Maria Teresa Tedde, Patrizia Varnier e Izabella Teresa Kostka.

Ecco Corrado, con La Gazzetta del Mezzogiorno e il Corriere della Sera in mano come segno di riconoscimento.

CC._ Ciao, sono Corrado, scusami per il ritardo!

VF._Tranquillo! Sei pronto per …

CC._ Prontissimo per essere sottoposto al fuoco delle tue domande.

VF._ E allora raccontami un po’ della tua vita…

CC._ Nasco il 27 maggio 1971 a Milano, amo i bambini, i maghi e le fate, buona parte dei cantautori italiani, la musica classica e soprattutto il musicista tedesco naturalizzato statunitense Kurt Weill.

Muovo i primi passi nel campo musicale con lezioni private di pianoforte e proseguo gli studi presso il conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano.

All’età di 12 anni compongo il mio primo brano.

Un azzardo: non conosco  la musica  né tanto meno il corretto italiano.

VF._ Ma intuisci che quella è la strada da seguire…

CC._ …già, molto vero!

Dopo le prime esperienze di palco, tra cui il secondo posto al concorso “Milano Canta” al Teatro

Nazionale di Milano, incontro Susanna Parigi, la rappresentante del cosiddetto “pop letterario”,  che diverrà la mia insegnante di canto e composizione e “decisiva maestra di pensiero”.

Altro incontro che cambia la mia vita artistica e personale è quello con il Circo Sterza, il circo più piccolo del mondo, che darà una svolta anche al mio modo di intendere la musica d’autore.

Da questa esperienza nasce “Il circo di Mastrillo“, che, più che un lavoro discografico, è uno spaccato bisbigliato… un piccolo ricordo…. una piccola lacrimuccia che scende per la nostalgia di una luna che campeggia grande in cielo sopra il tendone del piccolo circo a strisce bianche e rosse…

Una cosa diversa, insomma!

E giunge la mia vittoria al Festival di Castrocaro Terme nel 2009, nella sezione musica inedita, con il brano “Geronimo Mastrillo“, a cui segue la convocazione nella Nazionale cantanti.

VF._ Ho letto anche di altri lavori discografici…

CC._ Sì, avrai letto del mio secondo lavoro discografico, intitolato “Corrado Coccia“, del 2013, co-prodotto con Danilo Minotti, chitarrista di Claudio Baglioni, e registrato con l’Orchestra Sinfonica di Roma al Forum Music Village.

Sempre nel 2013, in occasione del Santo Natale, esce il singolo dal titolo “Le Attese“, anch’esso con Danilo Minotti, con la partecipazione della elegante e raffinata pianista Sonia Vettorato e del clarinettista Marcello Noia.

VF._ L’ultimo tuo lavoro discografico?

CC._ “CHIAROSCURO”, prodotto dalla Pachamama di Roberto Arzuffi.

Questo lavoro discografico e questo fortunato abbraccio con il Maestro Arzuffi decretano a livello compositivo un radicale cambiamento in me.

Decido di mettere all’angolo, nei miei motivi, il Circo che mi aveva procurato l’appellativo di “cantautore circense” o “cantastorie” e di scrivere canzoni da vero cantautore!

Ogni brano di Chiaroscuro è preceduto da piccoli momenti poetici scritti da me e interpretati da Daniele Arzuffi, con una ospitata anche della poetessa Anna Bruna Gigliotti.

VF._ Chissà perché mi stai nascondendo di aver scritto il romanzo “Micol e altre storie”. Me ne vuoi parlare?

CC._ Micol è una studentessa parigina del liceo artistico con le sue incertezze, le sue amicizie e le sue difficoltà della vita.

VF._ E lo fai con una penna sensibile, ricca di riferimenti poetici e musicali e una prosa piacevole, scorrevole,  densa e riflessiva.

CC._ Che dire? Quando cominciai a scrivere musica e parole, non avrei mai immaginato di scrivere un romanzo. Ho sempre pensato che le mie parole in musica fossero sufficienti per meglio mettermi a nudo dinnanzi a chi volesse conoscermi intimamente.

Invece il tempo mi ha smentito, ha sentenziato un diverso epilogo.

Ed ecco “Micol e altre storie “.

Un pugno di fotografie e di piccole storie che hanno protagonista Micol, come ti dicevo prima.

Un progetto letterario che ho dedicato ai miei due genitori che spero possano averlo letto da lassù.

VF._ La tua vita lavorativa?

CC._ La scuola non era il mio forte.

Mamma e papà mi dicevano: “se non vuoi studiare, devi lavorare “…

E così fu!

Inizio a lavorare “molto giovanetto”, come “galoppino“, presso una finanziaria dedita agli affari in borsa.

Successivamente “galoppai“ per uno studio notarile.

Attualmente sono impiegato in uno studio.

Non si può vivere di musica in questo Paese, rischi di morire di fame.

VF:_ Come sei entrato in contatto con l’arte?

CC._ L’arte è sempre stata insita in me.

Da bambino preferivo concerti e mostre.

Non sono stato un gran consumatore di televisione, anche se nessuno doveva togliermi i disegni animati dei robot giapponesi o la simpatica pastorella Heidi.

Assistendo ai concerti, mi immaginavo sul palcoscenico.

E solo la fantasia di esserci, con la gente in platea, mi procurava le farfalle nello stomaco.

Un po’ come succede a chi si innamora.

Sin da bambino non volevo essere seduto in platea, ma guardare la stessa dall’alto verso il basso.

VF._ Senza nessun compromesso?

CC._ Essere dietro le quinte a stretto contatto con gli artisti o agli addetti ai lavori.

VF._ Quasi un esibizionista…

CC._ …già! Mi piaceva esserci e catturare l’attenzione.

Sono felice di ammetterlo!

Molti la pensano come me, ma ipocritamente fingono il contrario…

VF:_ So della tua passione per la canzone dialettale milanese…

CC._ Accidentaccio, mi hai fatto lo screening prima di conoscermi…

Il mio trasporto per la canzone dialettale fu dovuto all’incontro e alla conoscenza con il grande cantautore milanese, poco conosciuto, o comunque meno di quanto avrebbe meritato, Nino Rossi.

Era, tra l’altro, uno dei pochi, forse l’unico, a meritarsi davvero l’appellativo di cantautore di osteria, dato che passava il tempo al tavolo dei locali sui Navigli e fuori porta, su tutte la famosa Briosca, giocando a carte con un buon bicchiere di vino e componendo canzoni – che poi eseguiva alla chitarra – sui personaggi stravaganti che vedeva, sui riti e i luoghi della sua Milano.

Tutto rigorosamente in dialetto, 

Grazie a Nino Rossi, iniziai a pensare di diventare un musicista.

Anche mia sorella Orietta fu una spinta notevole per me.

Grazie a lei mi innamorai di Claudio Baglioni e feci a me stesso la promessa di scrivere canzoni belle come le sue.

VF._ Il tuo primo amore?

CC._ Il primo amore? Ero davvero piccolo.

Mi trovavo in vacanza in Trentino Alto Adige, a Coredo, con mamma, papà e mia sorella.   

Conosco una bambina, Lara, bellissima e biondissima. Avevo cinque anni.

Per tutta l’estate ci tenemmo mano nella mano su un muretto…

Eravamo quelli del muretto.

Mi ero fidanzato con lei, ma lei non lo sapeva.  

VF._ Che carino!

CC._ La mia prima fidanzata fu Marcella di Padova.

E fu vero amore…

Ero adolescente, non esistevano i cellulari, e per stare insieme bisognava fare i salti mortali: in questo caso si doveva aspettare l’estate per ritrovarsi a Lido di Spina in provincia di Ferrara.

Con Marcella ho assaporato la gioia del primo bacio… fu lei a prendere l’iniziativa.

Ci siamo rivisti di recente tornando con un flashback alla nostra adolescenza e versando qualche lacrimuccia per l’emozione.

VF._ Cos’ è la felicità per te?

CC._ Non saprei risponderti.

Potrei dirti, però, che, da ragazzo, la mia felicità era essere in famiglia con i miei genitori, alzarmi presto la domenica, osservare la mia mamma alle prese con il ferro da stiro con il suo sguardo verso le trasmissioni televisive di aste, ascoltare il brontolio del mio papà impegnato in cucina con il brodo di carne e fare colazione con l’odore del bollito sotto il naso.

Per non parlare di quello che combinavo con Giovanni e Danilo durante i canti religiosi della Santa Messa della domenica.

Tutti e tre, autentici ragazzini impertinenti, quando partivano i canti ci atteggiavamo a calciatori, imitavamo i rumori dello stadio e saltellavamo per riscaldare i muscoli creando non poco imbarazzo tra i fedeli.

Questa era la mia felicità, smarrita con la scomparsa dei miei.

VF._ E ora?

CC._ Cerco di ritrovarla ricordandoli… ma non basta.

VF._ Oggi come vivi l’amore?

CC._ Lo vivo accanto a una persona che mi sta vicino e che con la sua generosità e bellezza è riuscita ad allontanare i fantasmi che mi hanno reso uomo difficile da comprendere.

In me nel corso della vita c’è stata una sorta di mutazione, uno spartiacque tra la felicità e l’infelicità.

VF:_ Hai un ricordo di tutto questo?

CC._ Certo!

 Ero andato con mamma a fare gli esami del sangue. Usciamo dal laboratorio e mamma mi dice:  

“Corrado, hai perso il sorriso… che ti è successo?”

Non so cosa sia successo quella mattina, ma da quel momento non sorrisi più come prima.

Ora cerco di procurarmi i sorrisi. Ma procurarseli è un po’ come il piacere della sigaretta. Dopo l’ultima boccata, la butti e resti in attesa di una nuova nuvola di fumo.

Ti ho intristito vero? Scusami ma cerco di mettermi a nudo sperando nel ritorno del sorriso.

VF._ Nell’arte musicale sei tu o sei quasi una cover?

CC._ Per mia scelta scrivo di me, delle mie vicende di sognatore, di uomo e di cialtrone. E mi interpreto.

Cerco di tradurre in parole e note le mie emozioni con la speranza che possano giungere e fare breccia nel cuore di questa società sempre più martoriata e, per certi aspetti, crudele.

VF._ Che messaggio trasmette la tua arte musicale?

CC._ I messaggi del cuore! Infatti cerco di essere me stesso scrivendo ciò che mi suggerisce il cuore. 

VF._ La droga! Cosa ne pensi?

CC._ Rispondo volentieri a questa domanda perché io stesso, da oltre venticinque anni, “mi drogo” quotidianamente con un medicinale per evitare di cadere per terra e rischiare di non svegliarmi mai più.

So cosa vuol dire dipendere da una sostanza.

Non comprendo o comprendo poco invece l’uso di certe droghe per cercare una risposta agli interrogativi dell’intimo o per non pensare, perché questo mondo non piace e si cerca un qualcosa a misura di noi, dove  non c’è sofferenza ma solo gioia.

E’ necessario prendere coscienza che questo mondo non esiste e assumere la consapevolezza di apprezzare quello che si ha, dalle piccole cose alle grandi e senza pretendere tutto e subito.

VF._ I social?

CC._ I social sono una grande scoperta per tenerci “vicini e stretti” anche da lontano.

Dio benedica chi riuscì ad annullare le distanze con un click, anche se  tutto questo  ha portato la gran parte della società ad incominciare dai bambini a vivere in un display ricco di virtualità e molto povero di realtà!

Siamo tutti santoni o bellocci salvo essere diavoli e bruttoni nella realtà!

VF._ La tua prima fatica discografica è stata “Il Circo di Mastrillo”. Hai qualche aneddoto al riguardo?

CC._ Sì!

 Aver conquistato la Sicilia grazie a una professoressa di pianoforte che lavorava presso una emittente radiofonica di Noto.

Mi pesca in rete e mi chiede di poter lanciare le mie canzoni sulla sua radio…

Ho un sussulto di gioia e di orgoglio e le dico subito sì!

E i miei motivi inondano la Trinacria, tanto che qualche anno fa, mentre facevo il bagno al lido di Noto, da un bar vicino, la mia voce in musica mi giunge all’improvviso dandomi dei brividi di felicità e godimento.

Quel disco fu pensato e registrato  presso  il  mio  piccolo  studio  di casa!

VF._ Veniamo al presente.

CC._ Ho un album in lavorazione di quattordici brani più uno che nasce per colpa di qualche bicchiere di troppo consumato in una casa dell’Oltrepò pavese.

Viene l’idea di parlare di Santi, di raccontare la loro vita al servizio del Signore ma con un taglio umano e non religioso.

Decido altresì di scegliere dei Santi poco conosciuti e snobbati, tranne qualcuno ben noto.

VF._ Ti scatta insomma la voglia di farli diventare popolari…

CC._ Sì! Affido al Maestro Compositore e Direttore d’Orchestra, Roberto de Mattia, l’incarico di scrivere sette musiche di natura classica valorizzatrici, insieme ai miei testi, del messaggio di santità in contrapposizione ai successivi sette brani più uno, di cui sono l’autore delle musiche e dei testi, che fanno riferimento ai mali delle storie della vita.

VF._ Metti quindi in relazione la serenità e tranquillità dell’animo con la cattiveria, l’angoscia, la sofferenza? Il bene in contrapposizione con il male, quasi un tornare alle pulsioni originarie teorizzate da Freud: Eros e Thanatos, amore e odio, vita e morte?

CC._ Assolutamente sì, aggiungendo e sottolineando che il male è ignoranza, assenza cioè di principi etici, mentre il bene è conoscenza, cultura, sapienza. 

VF._ Mi vuoi dire altro di questo lavoro ancora top secret?

CC._ Mi piace anticiparti che queste tracce saranno abitate da musicisti di grido tra cui Giovanna Famulari, violoncellista, pianista, cantante e attrice triestina, che ha suonato con importanti orchestre quali Orchestra Opera Giocosa del Friuli Venezia Giulia, Orchestra dell’Opera di Barga, Orchestra internazionale d’Italia, Orchestra del Rossini opera festival, Orchestra Nuova Scarlatti di Napoli.

VF._ Non è tutto, però! C’è qualcosa di importante che è successo lo scorso anno…

CC._ Sì, l’essere entrato nella famiglia di “Verseggiando sotto gli astri di Milano”, la rassegna poetica di Izabella Teresa Kostka, l’aver dato vita con la poetessa sarda Maria Teresa Tedde, la mia “fatina”, al progetto poetico “Poemus Musipò”.

VF._ Altro?

CC._ Un progetto con la poetessa Patrizia Varnier e la fotografa Cosetta Frosi collegato alla mia ultima produzione discografica di cui abbiamo parlato prima. 

VF._ L’angolo della tua concentrazione

CC._ I posti dove mi concentro e scrivo sono i più disparati.

C’è un posto che più mi aiuta a scrivere… non per niente ci siamo incontrati qui.

Amo stare nei luoghi delle partenze: porti, aeroporti, fermate dei bus.

Spesso siedo qui in questo bar per cercare suggestioni.

Ho la sensazione di viaggiare stando fermo.

Un po’ come i circensi… cerco di girare intorno al mondo per non essere sopraffatto dal suo moto perpetuo. La sola differenza è che io sto fermo.

VF._ E’ tardi, devo andare…

CC._ Prima di salutarti, visto che il tuo gate sta per chiudere e rischi di perdere l’aereo, voglio ringraziarti tanto e confessarti che, anni fa, per il tramite di un ufficio stampa, ho rilasciato altre interviste ma mai con domande così mirate e intelligenti…

Grazie, ancora, e buon viaggio, caro Vincenzo…

VF._ Ciao, caro Corrado, e tanto buon futuro…

CC._ Ascolta, tu e SCREPmagazine meritate una primizia!

Il mio lavoro discografico in uscita a dicembre avrà uno strascico editoriale…un libro!

E per la seconda volta mi sono smentito!!!

https://www.youtube.com/watch?v=OXAsBCaC4Xo

Vincenzo Fiore

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Vincenzo Fiore
Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

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