È cambiata la nostra vita in tutti gli aspetti da più di un mese.

Non usciamo più, non abbiamo più nessun contatto umano tranne con chi vive a casa con noi.

È successo prima nelle Regioni del Nord e di riflesso ora da 24 giorni al Sud.

Abbiamo paura dell’altro che vediamo per strada, le pochissime volte che usciamo a fare la spesa, siamo diffidenti e sospettosi di chi è in fila come noi, per entrare nei supermercati.

Finirà, non finirà, cambierà in meglio o in peggio la nostra vita quando la riprenderemo in mano e saremo liberi di fare ciò che facevamo prima?

Credo che molti avranno bisogno di supporti psicologici.In questi giorni sul coronavirus è stato scritto di tutto e di più, ma poco è stato detto riguardo alle pesanti ripercussioni emotive che ciò che stiamo vivendo in questi giorni può avere.

Non parlo dell’incremento delle paure ossessive di contaminazione o dello stato di confusione, incertezza, sgomento, preoccupazione che tutti noi stiamo vivendo, chi più chi meno.

Mi riferisco alle conseguenze dei drastici cambiamenti nello stile di vita e nella libertà individuale.
Da un giorno all’altro ci ritroviamo a non poter godere della presenza dei nostri amati, a rinunciare alle relazioni con gli altri che sono di conforto.

Fidanzati che non possono abbracciarsi, genitori e nonni che non possono incontrare i propri figli o nipoti, e viceversa, anziani che vivono in residenze sanitarie assistite o case di riposo che non posso ricevere visite.

La convivenza forzata è peggiore dell’isolamento a casa, dove ci sono situazioni complesse e non serene.

Per tutte queste persone recarsi ogni giorno al lavoro, a prendere un aperitivo o a fare shopping con l’amico o l’amica, ritagliarsi del tempo per fuggire dai propri parenti, amati o amanti, sono attività che garantiscono l’equilibrio psicologico.

Non poterle fare rischia seriamente di far saltare l’equilibrio, magari già precario.

Abbiamo anche libri, televisione, internet, cartoni animati e serie TV.

Ma è difficile che questi possano riempire il vuoto.

I bambini usciranno da questa situazione in malo modo, avranno forti ripercussioni.

Guarderanno il loro amichetto o compagno di scuola con diffidenza, non vivranno con serenità.

Seguono lezioni scolastiche online, supportati da genitori o nonni, ma manca loro il contatto umano.

Alcuni di loro hanno avuto perdite in famiglia per questo virus. I docenti e i dirigenti, specie quelli delle scuole del Nord, fanno di tutto per non far perdere ai bambini e ai ragazzi un giorno di lezione.

Mia figlia insegna in una scuola media della città più colpita d’Italia: Bergamo.

Insegna online come tutti i suoi colleghi in queste settimane drammatiche, e giorni fa ha ricevuto dal suo Dirigente una email che dimostra come anche loro non sanno quando e come potranno riprendere le lezioni normalmente negli istituti. Ecco la mail…

Gentili docenti,

un evento di rottura è accaduto. Stupore e incredulità hanno inaugurato un seguito di giornate strane a attività frenetica. I giorni sembrano comprimersi mentre la normalità di solo due settimane fa appare passato remoto.
La “chiusura della scuola” difatto così è percepita da famiglie e studenti ha prodotto un potenziale distruttivo: l’elenco delle attività didattiche, la gita d’istruzione – il gemellaggio – delle riunioni e incontri travolti.
Voglio sottolineare ancora che non si tratta solo di ore e giorni di lezioni perse. Ma del venire meno di un punto di riferimento, la scuola, per famiglie e alunni che ne hanno pochi, se non nessuno. Il pericolo disgregativo di questa esperienza, il rischio nell’attraversare questo deserto è altissimo per tutti. Non sappiamo se arriveremo dall’altra parte migliori o peggiori.

Vi prego di considerare senza alcuna retorica, che il virus non passa solo dagli ospedali, ma anche dalla scuola, dalla nostra e dalle altre.
Come in molti momenti drammatici della sua storia, il Paese ha bisogno di persone che
lottino con i mezzi della razionalità, della solidarietà e dell’impegno civile.

Chi le cerca dovrà trovarle anche in questa scuola.
In questi giorni avete sperimentato quegli spazi di libertà e possibilità nuovi che la crisi ha
aperto. Avete sperimentato successi nel raggiungere anche i bambini isolati. Mi sento di dire che siamo stati al nostro posto, come si doveva.
La necessità di attivare forme di “didattica a distanza” un’accelerazione evidenti nelle pratiche di utilizzo delle tecnologie della comunicazione e dell’informazione nella didattica: mi riferisco ad un uso molto più attivo del registro elettronico e di sfruttamento delle sue potenzialità;
suite per gli alunni; dell’uso di video lezioni; competenza e creatività; dell’attivazione anche di forme adatte alla scuola primaria. L’investimento di energie crea un patrimonio.

Come in ogni salto e accelerazione bruschi, però, ci sono lacerazioni da curare. A prescindere  al fatto che l’educazione è anche presenza, incontro di corpi – sguardi, gesti, contatti – la  tecnologia amplia e potenzia il campo delle possibilità ma rischia di alzare un altro muro di esclusione. Mi riferisco a quegli alunni che non hanno ancora acquisito una conoscenza sufficiente della lingua italiana, agli alunni con bisogni educativi speciali, alle famiglie che per motivi economici o di altro tipo non hanno i prerequisiti per accedervi. E’ un punto delicatissimo che va affrontato, da subito, con grande equilibrio.
Ma la sospensione delle lezioni potrebbe essere ancora prorogata. Ne deriva che le modalità con cui stiamo facendo scuola potrebbero diventare “normali” per un tempo lungo.

Il venire meno della scuola come punto di riferimento per famiglie, i rischi in termini di equilibrio individuale e coesione sociale connessi a questa lunga traversata.
E’ ormai chiaro a tutti che non si tratta di un’emergenza, ma di una nuova normalità e che
le esperienze maturate in questo periodo, saranno patrimonio per il futuro. Per questo è importante fare tentativi, spingere, forzare perchè la crisi ci lasci con nuovi e migliori equilibri, di cui forse non ci saremmo ritenuti capaci.
“Tutti, non uno di meno” è  difficilissimo. Coinvolgere tutti al più alto livello, anche coloro che possono e sono in grado di sfruttare le occasioni e le potenzialità delle tecnologie; non lasciare indietro neanche un solo alunno, chi non ha nessun accesso, o molto limitato, al mondo del web. In questo caso, qualunque mezzo dovrà essere adottato per raggiungere i nostri alunni e le nostre alunne.

Dopo queste parole non serve aggiungere altro, ci resta solo la speranza di riprendere in mano la nostra vita anche per loro che sono il nostro futuro. La scuola è vita, condivisione e affetti.

Angela Amendola

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