C’era una volta la vendemmia

Il luogo dell’anima

 

La vendemmia, anche se oggi spesso meccanizzata, suscita effetti sensoriali profondi sin da quando di buon mattino il terreno scricchiola sotto i piedi dei vignaioli e il verde brillante delle foglie del vigneto apre il cuore alla certezza di aver finalmente a portata di forbici il frutto del lavoro di una intera stagione lavorativa.

E torna alla memoria, nel mentre il sole incomincia a intiepidire l’aria, il passato che non c’è più, quando la raccolta dell’uva era un vero e proprio cerimoniale, fatto di uomini, di donne, di bambini, di gesti e rituali che sono le radici della pianta-vendemmia.

I Sumeri sono stati i primi a viverla: 6.000 anni fa utilizzavano la vite per riferirsi simbolicamente all’esistenza umana e alle sue fasi.

I Greci consideravano il vino un dono degli dei.

Tutte le attività ad esso collegate rappresentavano la porta d’accesso a rituali che mescolavano la dimensione profana dell’uomo e quella sacra della natura delle cose.

Il nettare-vino era il varco per l’allegria, lo stordimento, il desiderio, la sensualità.

Il dio greco era Dioniso, figlio illegittimo di Zeus, nella tradizione romana Bacco con le sue baccanti.

A Roma gli abitanti del Lazio celebravano la vendemmia  con festeggiamenti solenni il 19 agosto, quando si tenevano le Vinalia rustica o altera.

Varrone racconta che, sulle porte di Tusculum, era annunciato il divieto di portare in città il vino colto nella vendemmia, se non dopo aver proclamato i Vinalia.

In quell’occasione il flamen dialis sacrificava un agnello a Giove per propiziare l’abbondanza della vendemmia.

Le Vinalia urbana o priora venivano celebrate il 23 aprile in onore del raccolto d’uva dell’anno precedente.

Si assaggiava il vino nuovo e venivano offerte libagioni a Giove.

In entrambi i casi alla figura di Giove era affiancata quella di Venere.

Con l’avvento del Cristianesimo il vino entra nel mistero dell’Eucarestia e la vite elevata a simbolo di speranza per i perseguitati cristiani.

La vendemmia, quindi, un momento di festa e, legandosi al vino, un rito che metteva la condizione umana in contatto con il divino.

Una festa quindi, più che un lavoro, con la sua forte valenza socializzante e gioiosa.

Erano i giorni in cui si riunivano le generazioni di una famiglia, che si chiamavano tutti a raccolta il giorno prima, con un porta a porta di voci annuncianti che era arrivato il momento.

Un forte ed esaltante valore antropologico e culturale, irrobustito con l’odore e dal profumo del mosto, che avvinghiavano i tagliatori di uva con le narici piene della fragranza dell’erba calpestata e le orecchie intasate dal ronzio delle vespe, delle mosche e dei moscerini.

Ci si difendeva dalle punture delle vespe strofinandosi dell’aglio o facendo scivolare sui morsi delle gocce di latte di fico.   

Un modus operandi diverso da quello di oggi, ma importante segnalarlo per comprendere lo spirito delle antiche e vecchie comunità agricole legate al lavoro della vite.

Tradizioni, usi, costumi, rituali che favorivano la socialità e lo stare insieme, che guardavano al duro lavoro della vendemmia, come ad un momento per godere della compagnia della famiglia e degli amici, i cui sorrisi si intrecciavano, in segno di gioia e felicità, con chi direttamente aveva curato l’uva.

C’era il desiderio di stare insieme, nonostante la fatica, anche a fine giornata che si sapeva quando iniziava, con le prime luci dell’alba, intorno alle 6,00, mi racconta Francesco Iuso di Mariotto, in provincia di Bari, ma non quando finiva.

Anche perché non solo toccava vendemmiare, ma anche caricare l’uva sui camion, prelevandola dalle piazzole di cemento, dove, nel corso della giornata, era stata ammucchiata. C’era pure il rischio di trascorrere la notte a fare la guardia per il mancato arrivo del camion che doveva trasportarla in cantina per la vinificazione. Ed è successo.

Così come il non trovarla più per improvvise piogge torrenziali.

Fatti ed eventi che quando li racconto sembrano inverosimili e quasi inventati.

E il pranzo in cosa consisteva?

In un tozzo di pane arricchito dalla conserva piccante, anche perché in quel periodo, siamo nel 1958, il cibo, che tra l’altro era poco, veniva sostituito dal volersi bene un po’ di più, rispetto ad oggi.   

Gli fa eco Salvatore Cipriani, sempre di Mariotto:

E la giornata lavorativa costava 350 lire, un quintale d’uva tra le 3500 lire e le 4000, garanzie sindacali meno di zero. Dovevi lavorare e produrre, altrimenti “il padrone” ti mandava a casa. Raggiungevo la campagna con il traino e questo mi costringeva a fare levatacce, costringendomi ad andare presto a letto”.

Qualche ricordo particolare?

Mia madre Giuseppina mi raccontava che già all’età di quattro anni frequentavo la campagna”.

Frequentavi la campagna?

Sì, non avendo nessuno di famiglia cui lasciarmi mi portava con lei.

Mi adagiava ben coperto sul terreno, sotto una vite, e lei vendemmiava.

Ogni dieci, quindici viti vendemmiate mi prendeva e mi avvicinava a lei…

Cose assurde per oggi, ma che ci fanno comprendere i sacrifici che si facevano per “campare”.

Queste sono storie che in ogni caso riempiono il cuore…

Sono d’accordo.

Ancora oggi, come in questo momento, mentre taglio la tua uva, il mio cuore si rallegra. Ecco perché mi piace la vendemmia, mi fa tornare in vita mia madre, avverto le sue mani calde, profumate della fragranza dell’uva appena raccolta, mentre mi sollevano da terra per avvicinarmi a lei e trasmettere tutto il suo amore per me.

“Le giornate della vendemmia –continua Francesco, Ciccillo per gli amici– erano le più attese dai contadini perché il momento per tirare le somme di un’intera annata di lavoro e di fatiche non sempre ripagate a causa di improvvise grandinate, di inverni troppo rigidi o della siccità, come quella di quest’anno”.

Il lavoro nella vigna è un lavoro complicato e complesso, che parte con la potatura, la legatura e piegatura dei tralci, passa attraverso  le arature e zappature e si sviluppa con i vari trattamenti settimanali o bisettimanali, a seconda del clima, a base di verderame per difenderla dalla peronospora e di zolfo per assicurarsi che l’oidio non attacchi gli acini.

La vendemmia di quest’anno, come da sperimentazione diretta, avrà una riduzione del 18% rispetto a quella dello scorso anno, ma una gradazione zuccherina molto alta.

La gradazione zuccherina delle mie uve precoci, per esempio, è di 22.20, rispetto ai 17.50 della scorsa annata.

Avremo, pertanto, una produzione nazionale di vino di circa 45 milioni di ettolitri rispetto ai 55 sfiorati lo scorso anno.

Nonostante una vendemmia meno generosa, del resto anche le viti hanno bisogno di riposarsi, l’Italia dovrebbe mantenere, anche per quest’anno, la leadership mondiale, perché né la Francia con i suoi 43,4 milioni di ettolitri, né la Spagna, con i suoi 40 milioni, sembrerebbero in grado di superarla.

L’alta gradazione zuccherina dell’uva in questi giorni mi ha “costretto” a essere in piacevole contatto con profumi e odori soffici e penetranti, dolci e aspri nello stesso tempo, che costituiscono l’essenza della fermentazione dell’uva ormai matura, che si propaga nell’aria e che, a mio avviso, non è simile a nessun altro odore al mondo.

Sì, al mondo, e non è una esagerazione.

Odori e profumi, che saranno la qualità e il carattere del vino ricco anche della bontà della raccolta manuale, che rappresenta la storia, la cultura e la tradizione della storia della nostra viticoltura.

Una bella soddisfazione che mi ripaga degli sforzi che metto in atto per portare avanti la passione e l’amore per i campi trasmessimi da mio padre, Domenico.

Indimenticabili anche le parole dettemi dall’Ammiraglio Conte Franco Rogadeo, Senatore della Repubblica:

 “Solo la vendemmia manuale può e potrà proteggere la qualità del nostro raccolto ed ottenere vini con dei profili sensoriali importanti. Solo così, i nostri vini possono essere il ritratto della nostra terra…”.

Franco Rogadeo, scomparso nel 1985, ultimo sia di una delle più prestigiose famiglie del Mezzogiorno d’Italia che del glorioso corpo feudale della Signoria di Torrequadra, distante pochi chilometri da Mariotto e che tanta occupazione e tanto sviluppo dette alle locali generazioni, grazie al comparto della vitivinicoltura, fiore all’occhiello della Tenuta Rogadeo, importante per le distese dei suoi vigneti, per il suo stabilimento vitivinicolo, per le botti di cristallo fatte arrivare dall’Ungheria, del pregiato e delicato Rosato Torrequadra, conosciuto e apprezzato persino dalla Regina d’Inghilterra e dal Presidente della Repubblica Italiana, Giuseppe Saragat.

Un vate!

Ha avuto e continua ad avere ragione.

Questo, forse, è il vero significato del Premio riconosciutogli in occasione della 1^ Sagra dell’Uva da Vino di Mariotto, svoltasi il 26 settembre1971, quando il Comitato Pro Mariotto organizzatore della Sagra e da me presieduto,  gli assegnò la medaglia d’oro del Ministro del Turismo e  dello Spettacolo, Matteo Matteotti, figlio di Giacomo Matteotti.

Infatti, se la raccolta meccanica delle uve è vantaggiosa in termini di costi e tempistiche, comporta però la presenza di materiali estranei, come foglie, tralci e piccoli pezzi di corteccia nel mosto che contribuiscono ad alterare i profili sensoriali dei vini ottenuti.

Durante la vendemmia meccanica si ha una maggiore fuoriuscita di mosto dagli acini, in seguito al loro distacco dal raspo e agli schiacciamenti subiti.

Il mosto formatosi si espone a fenomeni ossidativi, responsabili del decremento del potenziale polifenolico.

Inoltre un ammostamento precoce, soprattutto in presenza di alte temperature, può favorire la crescita di flora fungina spontanea non sempre gradita per la possibilità di conferire al vino difetti organolettici.

E qui mi torna alla memoria Adriano Celentano che, in una scena da antologia del film “Il Bisbetico domato”, si esibisce nella pigiatura dell’uva, in una sfida a un macchinario che rappresentava il simbolo dell’invasione di una tecnologia disumanizzante, che ormai ha sostituito quasi del tutto il romanticismo della vendemmia e della vinificazione.

Ma io, Salvatore, Vincenzo e Salvatore junior, imperterriti e armati di forbici, di guanti e di conche appese al collo, ci sforziamo di essere gli ultimi romantici della vendemmia, con l’unica variante che il pane con la conserva piccante è diventato il cornetto del bar accompagnato dal buon caffè della moka di casa.

La vendemmia è ancora un luogo dell’anima.

Vincenzo Fiore

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Vincenzo Fiore
Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

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