Dici Motomondiale e pensi a Carlo Pernat, il più famoso e autorevole dei manager.

Carletto è una vera e propria istituzione nel mondo delle due ruote: ha scoperto decine di campioni (tra cui Valentino Rossi e Max Biaggi), ha lavorato per la Gilera e per l’Aprilia, ha vinto 20 titoli mondiali, ha fatto il giro del mondo almeno 250 volte (parole sue), ha messo insieme budget miliardari rendendo possibile progetti altrimenti irrealizzabili.

Classe 1948, Pernat ha vissuto almeno due o tre vite, “frenando il giusto e tenendo il gas sempre aperto”.

Tra le sue passioni, il Genoa, le belle ragazze e la grappa.

Nell’autobiografia “Belìn, che paddock, storie di corse, piloti e altre pazzie della mia vita”, scritta con il giornalista Massimo Calandri, Carletto ha aperto il baule della sua vita ed estratto centinaia di storie, una più divertente dell’altra.

Ne ho scelte otto, le più belle. Ve le racconto in due puntate.

LA BAMBOLINA DA PRIMA PAGINA

Era il ’97. I giornali cominciarono a pubblicare delle fotografie di Biaggi con Naomi Campbell. Paginate sulla relazione tra il pilota romano e la modella. La cosa faceva impazzire Valentino, ma non per invidia: è che lui voleva assolutamente provocare Max per poi “ucciderlo” sportivamente, schiacciandolo prima ancora dal punto di vista psicologico. È andata così, che a un certo punto mi chiama: “Carletto, conosci Naomi Campbell?”. “Sì che la conosco. È una modella famosa. Dicono si sia messa con Biaggi”. “Ecco. E chi è l’altra modella più famosa in questo momento?”. “Claudia Schiffer”. “Esatto. Per favore, Carletto: me la porti Claudia Schiffer a Barcellona?”. Vado a parlarne con Ivano Beggio, gran capo dell’Aprilia. Gli dico che possiamo ingaggiare la ragazza per un fine settimana e che ne varrà la pena, perché il ragazzino è sulla cresta dell’onda. Beggio approva. Riesco a rintracciare la manager della Schiffer: mi dice che la modella è disponibile ad accompagnare Valentino a Barcellona, e che il prezzo è di 50 milioni di lire più aereo privato, truccatrice, assistente, spese di alloggio e roba simile. Torno da Beggio, mi dice: “Sei scemo, niente da fare”. E adesso? Torno da Valentino, gli spiego. “Certo che 50 milioni per una bambolina così sono veramente troppi”. “Cosa hai detto?”. “Certo che 50 milioni…”. “No, no: cosa hai detto?”. “Ho detto: bambolina”. “Ecco”. La bambola gonfiabile la compra lui, gli costa 20.000 lire. Il 14 settembre, Rossi vince a Barcellona. E fa un giro d’onore caricandosi in sella la bambola. Max rosica. Lo scherzo si trasforma in un trionfo mediatico. E invece di 50 milioni, sono bastate 20.000 lire.

IL RAGAZZO DI TOLONE

Jean-Philippe Ruggia è sereno, determinato, felice. Semplice e buono. Fino a quando in squadra non è arrivato Max Biaggi. All’inizio del ’94 andiamo in Malesia per i primi test della stagione. Il primo giorno di prove, Jean-Philippe becca un secondo e mezzo dal Corsaro. Il giorno dopo, un altro secondo e mezzo di paga. Biaggi lo strapazza in pista e fuori. Prepotente, arrogante. Gomitate quando lo affianca sui dritti, sorrisini sprezzanti nel box. Si rifiuta pure di parlargli. Il solito Max, insopportabile. Due anni prima aveva già dichiarato “guerra” agli altri piloti Aprilia. È fatto così, non sopporta che qualcuno gli possa fare ombra. Ruggia crolla psicologicamente. Biaggi esordisce in campionato con due successi consecutivi. Alla fine i gran premi vinti dal romano saranno cinque, più cinque podi. Il francese all’inizio prova a resistere, dopo essere arrivato due volte quarto, vince a Jerez: ma dentro di sé si è già arreso. E, lentamente, si spegne. Nei tre anni successivi nessuna vittoria, neppure un podio. Ucciso psicologicamente da Max. Che infilerà tre vittorie mondiali consecutive. Prima di incrociare uno che gli farà fare la stessa fine che ha riservato lui a Jean-Philippe.

GRAZIE, MARISA

È una domenica di m…, ma è la “Domenica Sportiva”: una settimana dopo il trionfo di Kyalami, Gramigni e l’Aprilia monopolizzano la seconda parte della trasmissione dopo il calcio. Ci siamo tutti. E ci sono Sandro Ciotti con una Simona Ventura che è bellissima. Finiamo la trasmissione intorno all’una e andiamo a dormire in un albergo milanese di corso Sempione. Mi sto mettendo a letto quando qualcuno bussa alla porta: “Sono Marisa, Carletto: apri!”. Marisa? È una bruna molto alta, veramente carina. Sarà che mi ricorda la Ventura. La ragazza chiede di entrare. Dice che mi ha visto in televisione, che mi segue sempre perché sa che sono un pezzo grosso del motomondiale. C’è qualcosa che non mi convince del tutto nel suo racconto, ma chi se ne frega. Le offro qualcosa dal minibar, lei mi bacia sulla bocca. Ma… lo sapevo, l’istinto di Carletto non tradisce mai. L’avevo detto che c’era qualcosa che non andava! “Marisa, o come c… ti chiami: grazie, te ne puoi anche andare”. Spalanco la porta, e in corridoio trovo un gruppo di imbecilli che si rotola per terra dalle risate. Marisa, il travestito che mi hanno mandato in camera, se ne va sculettando insulti. Chissà se stasera riuscirò ancora a prendere sonno.

ARE YOU CICCIO RAPPER?

Hospitality della Suzuki, 2009. Il giorno prima avevo fatto bisboccia con uno completamente fuori di testa, che alla seconda damigiana di grappa alle pere mi aveva raccontato di essere il cantante di una band inglese molto famosa. Biondino, coperto di tatuaggi, troppo punk: Keith Charles Flint, ex ballerino e poi vocalist dei Prodigy, mi aveva fatto una testa come un dirigibile a furia di parlarmi del suo complesso. Dopo un po’ di fortuna ci eravamo messi a discutere di calcio. Il giorno dopo, ancora mezzi rincoglioniti, ci incrociamo alla tavola dell’hospitality Suzuki: “Hi, Carletto, how are you?”. L’inglese si era già fatto un paio di birre. Non mi faccio sfuggire l’occasione: “Belin Keith, ma lo sai che qui c’è un grande cantante italiano? È quel barbone laggiù: si chiama Ciccio Rapper, è il numero uno! Anche lui Disco d’oro!”. E gli indico un giornalista. Keith ondeggia tra i tavoli e lo raggiunge, gli rutta in faccia un birroso “Are you Ciccio Rapper?”. Il giornalista vede il bestione tatuato e non capisce, poi s’incazza. Quello voleva cantare insieme a lui. È finita che abbiamo tirato fuori la grappa alle pere, e si è calmato…

(1 – continua)

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