“Canne al Vento” di Grazia Deledda

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«[…] solo le foglie delle canne, si muovono sopra il ciglione,
dritte rigide come spade
che si arrotolavano sul metallo del cielo»

Quest’estate io e la mia famiglia abbiamo passato le vacanze in Sardegna. Una terra a noi sconosciuta. Mio marito e mia figlia non vi avevano mai messo piede ed io l’avevo visitata solo una volta da adolescente, un’età nella quale si fa poca attenzione a cosa e a chi abbiamo intorno.

Qualche giorno prima di partire, avevo tirato fuori dalla mia biblioteca personale, una vecchia edizione, forse appartenuta a mia madre, di Canne al Vento di Grazia Deledda (1913).

Un libro letto al Liceo su volere della professoressa di Italiano, un donna speciale che incoraggiava sempre tutti noi ad entrare in intimità con le letture che ci proponeva, anzi direi che le assegnava con volitiva autorevolezza. A distanza di tempo, penso che lei conoscesse veramente i suoi allievi, voglio credere che ne vedesse le singole capacità e che scegliesse per ognuno di noi qualcosa utile per la nostra crescita. In verità, all’epoca ebbi solo un sentore di quello che volessero dirmi la trama, i personaggi, i paesaggi descritti dalla Deledda. Mi ricordo anche di aver pensato che la scrittitrice non si meritava il Nobel per la Letteratura (1926), mi fregiavo di avere una facoltà di giudizio superiore a chi l’aveva scelta. Non le riconoscevo qualità né narrative né introspetive tali da meritare l’insigne premio! Ma gli adolescenti, nascondendo le intime incertezze e debolezze, hanno spesso la presunzione di sapere e conoscere già la vita. A parte questa digressione personale, la ri-lettura di Canne al Vento mi ha fatto assaporare luoghi e territori in una maniera più intima e più interna.

Grazia Deledda nata a Nuoro nel 1871 da famiglia benestante, benché frequenti la scuola elementare fino alla quarta e poi venga seguita da un precettore privato che le impartisce lezioni di italiano, latino e francese, si forma culturalmente in maniera quasi del tutto autonoma, da autodidatta, spinta da un notevole spirito di ricerca. A 19 anni rimane orfana di padre, a 28 si trasferisce a Roma dove sposa Palmiro Modesani funzionario del Ministero delle Finanze e dove muore a causa di un tumore al seno nel 1936.

Canne al Vento è un romanzo della maturità della scrittrice, nel quale ella riesce a fondere la conoscenza delle pieghe della sua terra nativa – la Sardegna -, ricca di usanze sacre miste a credenze profane, con l’introspezione psicologica dei personaggi, fatti di luce e oscurità, tutti alla ricerca di una Redenzione divina, consapevoli della loro fragilità e caducità, consapevoli di una forza superiore che muove ogni vita, nei confronti della quale non hanno nessun potere, in quanto tutto è demandato al destino, alla volontà divina:

«Perché la sorte ci stronca così, come canne?»

«Sì» egli disse allora «siamo proprio come canne al vento, donna Ester mia.
Ecco perché! Siamo canne, e la sorte è il vento»

«Si va bene, ma perché questa sorte?»

«E il vento, perché? Dio solo lo sa»

La trama è semplice: una famiglia nobile, padre, madre, quattro figlie in un paese dell’interno. Il padre, Don Zame, autoritario e tiranno tiene le figlie segregate, una – Lia – scappa, e così facendo disonora le altre tre: Ruth, Ester, Noemi. Don Zame impazzisce e viene improvvisamente assassinato, l’intera famiglia cade in disgrazia e pian piano consumerà ogni avere. Anche Lia muore, suo figlio Giacinto cerca di rientrare in seno alla famiglia. Il protagonista è il servo Efix che tenta ti proteggere le sue padrone e di riunirle al nipote, convinto che il rientro di un uomo nella casa sia la soluzione ad ogni loro problema. Tuttavia Giacinto si dimostra un giovane dissoluto ma alla ricerca di un cambiamento che troverà in Grixenda, ragazza di umili origini.

Quasi tutti i personaggi hanno un loro segreto, un loro personale peccato da espiare, un’ombra che si trainano dietro come un macigno.

Ogni vicenda s’intreccia tra passato e presente, dove dominano sentimenti d’amore potenti e possessivi, intrisi di peccato e senso di colpa. Amori incastonati in descrizioni di paesaggi sardi con le montagne, campi solitari (forse sinonimo di vite solitarie), villaggi di pastori e pascoli spogli.

Canne al Vento è un romanzo avvincente, per certi versi avventuroso, nel quale ho potuto notare l’assenza di giudizio da perte della Deledda. La scrittrice lascia al lettore la responsabilità di esprimersi nei confronti dei personaggi, lei narra le vicende e descrive le ambientazioni, al resto ci pensa la sensibilità di ognuno di noi. E’ un’opera, a mio modesto parere, capace di evocare emozioni di grande intensità.

Lucia Simona Pacchierotti

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