Gli effetti della crisi economica sono palesi e sotto gli occhi di tutti. Nonostante la lenta ripresa della crescita italiana – testimoniata da stime divulgate periodicamente – l’occupazione stenta a ritornare a livelli pre-crisi e molte famiglie versano ancora in situazione di pesante indigenza.
Si parla molto della crisi e degli avvenimenti di quel famoso biennio 2007-2008, a partire dal quale il destino di tante persone, aziende e persino Stati nazionali è cambiato.
Ma cosa è successo precisamente?
La questione è molto complessa e molti meccanismi che possono aver avuto un ruolo fondamentale nella propagazione della crisi sono ancora oggetto di studio; tuttavia molto può essere ricondotto a due tendenze fondamentali, verificatesi a partire dai primi anni del XXI secolo, che hanno cambiato repentinamente il “modo di funzionare” del settore bancario e finanziario.
La prima tendenza si è concretizzata nel cambiamento delle modalità delle banche di rifinanziare le proprie passività. Mentre in precedenza gli istituti bancari utilizzavano i fondi derivanti dai depositi dei correntisti per finanziare prestiti a lungo termine (in questo modo, le scadenze di attività e passività erano sostanzialmente paragonabili), intorno al 2000 le banche cominciano a fare sempre più affidamento su prestiti a brevissimo termine (spesso di un solo giorno) nel settore interbancario, in particolare modo su accordi chiamati “repurchase agreement“.
Questa tendenza accorciava di molto l’orizzonte temporale del rifinanziamento, poiché le istituzioni finanziarie dovevano rinnovare il proprio debito praticamente ogni giorno: questo “mismatch” tra scadenze di attività e passività esponeva le banche al cosiddetto rischio di liquidità.
Nel corso del biennio 2007-2008 fu proprio la difficoltà a reperire fondi di breve termine ad innescare una crisi di liquidità che portò poi al collasso del sistema finanziario mondiale.
Un’altro trend di questi anni fu la crescente cartolarizzazione dei titoli, ossia una procedura che mira a scomporre detti titoli (come mutui ed obbligazioni) con un certo rating ed assemblare altri titoli suddivisi in tranches con rischio differente.
Quella che avrebbe potuto essere un’innovazione finanziaria molto interessante si rivelò una delle componenti principali di questa crisi economica che mostrò tutta la sua potenza distruttrice in termini economici quando i prezzi delle abitazioni negli Stati Uniti calarono. A quel punto il valore di questi nuovi titoli arrivò praticamente a zero.
Un effetto a catena scaturito proprio dall’azzeramento del valore di questi titoli e dalla crescente crisi di liquidità delle istituzioni finanziarie portò al fallimento del colosso americano Lehman Brothers nel settembre 2008, uno degli avvenimenti più caratterizzanti di questa crisi economica.
Quale fu l’anello debole di questo meccanismo?
Proprio il procedimento di cartolarizzazione dei titoli, i quali, per come erano concepiti, racchiudevano un forte rischio al loro interno e che avrebbero richiesto conoscenze in termini di meccanismi economici precise da parte di banche ed investitori. Meccanismi che – inutile dirlo – furono sottovalutati dalle istituzioni finanziarie e dei quali molto spesso gli investitori non erano minimamente a conoscenza.
