Via Sparano, Bari, tappa obbligata per chi ama lo shopping nella moderna Bari.

Una via che parte dalla Stazione ferroviaria e attraversa il centro cittadino fino a corso Vittorio Emanuele II con un’alta concentrazione di negozi, bar, turisti e studenti universitari del vicino Ateneo ”Aldo Moro”.

Oggi, però, almeno per me, Via Sparano è tappa per incontrare l’amico e professore Antonio Brusa e rubargli qualche riflessione sullo stato di salute della storia e della didattica.  

Ed eccoci, uno di fronte all’altro, nel vocio di cittadini baresi e non alle prese con la scelta dei regali natalizi ma soprattutto con la decisione di quanto spendere, viste le ristrettezze economiche in cui ci si dimena, e da tanto.

 Antonio Brusa, classe 1945, si è formato come “medievista”.

Al principio degli anni ’80 ha preso a occuparsi di didattica della storia.

Ha fondato riviste, come “I viaggi di Erodoto” e “Mundus”, scritto libri, manuali e articoli.  

Soprattutto ha lavorato nelle scuole con centinaia di docenti.

Oggi si divide fra questo compito e il nuovo, quello di raccontare storie ai due nipotini.

 

VF_ In un periodo come questo, dove i giovani compiono percorsi di studio dettati dalla possibilità di trovare un lavoro, dove collochi  lo studio della storia? 

AB_ Supponi di essere un cacciatore che ti aggiri in una foresta. Il tuo interesse è quello di catturare animali.

Sai come farlo, perché conosci perfettamente come si usa il fucile.

Ma ti servirebbe sapere cos’è la foresta e come ci si muove.

É questo che ti insegnerebbe la storia.

Il cacciatore intelligente lo sa.

VF_ Quale potrebbe essere la via per rendere la storia interessante e fruibile anche a chi non si immerge per professione?

AB_ Non perdersi in chiacchiere e in tradizioni ma consegnare ai ragazzi   le mappe per vivere in una società complessa, e insegnare a usarle.

VF_ La professionalità dello storico sta nella capacità di trasmettere il senso genuino della fonte, rendendola, contemporaneamente, decifrabile da parte del profano. Avviene? Dove?

AB_ Se nella scuola o nell’Università, no.

A meno che uno non faccia un percorso privilegiato di formazione storica.

Normalmente si esce dalla scuola senza sapere cos’è una fonte.

Se nel mondo, questo straborda di sedicenti “fonti”, da ammannire a un pubblico che non sa nemmeno cos’è una fonte.

VF_ Cos’è un documento, come si lavora sul documento, cosa vuol dire ricostruzione storica?

AB_ É un lavoro delicato, fatto di scienza (anche di scienza dura) e di esperienza sul campo.

É un po’ come il calcio: ci sono le regole e i fondamentali, ma poi devi essere bravo a trattare il pallone.

Ora, nel calcio, accade che tutti immaginano di saper giocare, tanto non calcheranno mai un rettangolo di gioco, e tutta la loro cultura si esaurirà nelle imprecazioni di fronte a uno schermo televisivo. 

Lo   stesso   vale per una ricostruzione storica.  

Non “sapendo giocare”, non la si sa valutare.

E, conseguentemente, non si sa distinguere una ricostruzione storica   professionale dalle idee balzane di questo e di quello.

Si saprà solo fare il tifo.

VF_ Le ore dedicate alla storia sono sufficienti?

AB_ Saranno sempre insufficienti,   fino   a   che   i   professori   non verranno formati adeguatamente.

VF_ Pare che non si voglia fare i conti con il nostro passato.

AB_ Per la precisione: tutti vogliono che “gli altri” facciano i conti con il loro passato.

Per quanto riguarda il nostro, noi siamo sempre “brava gente”, vittime della sopraffazione altrui (e non solo gli italiani).

VF_ Oggi sembra esserci una stretta interdipendenza tra storia e fiction, al punto che la storia sembrerebbe farsi sempre più fiction. Che ne dici?

AB_ Che la fiction saccheggi la storia è un dato incoraggiante. Vuol dire che la storia continua ad essere viva, piena di racconti e di situazioni affascinanti.

Il punto è negli spettatori: sono in grado di distinguere una ricostruzione storica professionale da una ricostruzione cinematografica?

VF_ L’insegnamento della storia oggi…

AB_ É ovunque in crisi. La storia serviva un tempo per animare i cittadini di sentimenti eroici.

Ciò accade ancora nei paesi che hanno una visione bellicistica del mondo (per esempio in Europa orientale).

Ma nel mondo occidentale, e soprattutto in Europa, i settant’anni di pace che abbiamo alle spalle hanno posto il problema del nuovo significato che la storia dovrebbe avere per i cittadini.

E i vari governi, questo problema cercano di non affrontarlo.  

Sembra si attardino ancora alle vecchie, e ammuffite, abitudini.

VF_ Se dovessi scrivere un romanzo storico quanto di verità storica lasceresti a vantaggio della trama e della scorrevolezza della lettura?

AB_ Mi divertono i romanzi storici nei quali i dettagli sono accurati.

Mi piacciono quelli nei quali si respira l’atmosfera dei tempi. Ma, soprattutto, amo leggere i  romanzi  storici   scritti   bene.

Altrimenti, sempre meglio Edward Gibbon.

VF_ Quando muovi il mouse o la penna per scrivere di storia e viaggi sui suoi territori quanto della sua modernità lasci sul campo?

AB_ La scrittura della storia deve essere sempre moderna.

Non lo diceva soltanto Croce.

Marc Bloch sosteneva che la storia è scienza dei vivi, non dei morti.

VF_ La tua è una formazione da medievista: ti sei laureato in Storia medievale presso l’Università di Bari, hai conseguito una borsa di studio sempre in Storia medievale, un contratto di ricerca e infine il ruolo come ricercatore confermato.

Sino al 1979 hai svolto esclusivamente attività di ricerca in Storia medievale, collaborando, in qualità di cofondatore e redattore ai primi cinque anni di vita di “Quaderni medievali”.

Cosa ti affascinava del Medioevo?

AB_ Al principio, studiando le eresie medievali, mi sembravano una buona metafora delle ribellioni che in quel momento stavamo vivendo (ah, il ’68!).

Poi scopro in uno scaffale dell’Università dei fascicoli piuttosto malconci.

Si intitolavano “Les Annales”.

Erano i primi numeri, quelli dell’anteguerra, nemmeno rilegati. Quelle pagine   sono   state   le   mie   maestre.  

Hanno trasformato il Medioevo in un territorio sconosciuto, del quale potevo essere l’esploratore.

Io, come i miei studenti. Pura emozione.

VF_ Dopo il 1979 hai iniziato a occuparti sempre più specificatamente di Didattica della Storia, disciplina che hai insegnato presso la stessa Università di Bari e presso la Scuola di Specializzazione di Pavia.

Come mai questo passaggio?

AB_ Mia moglie, Luciana, aveva preso l’abitudine di consultarmi per le sue lezioni di storia.

Un giorno decisi di farla finita.

Le proposi di lavorare insieme per un anno intero, in modo da risolvere una volta per tutte la faccenda.

E poi, le dissi, mi avrebbe lasciato in pace.  

Cosa   che   non  avvenne,  perché   le   colleghe   di   Luciana vollero pure loro partecipare a quell’esperimento. E così la didattica cominciò ad appassionarmi.

Mi colpì soprattutto una cosa. Quando scrivi un articolo scientifico, forse dopo qualche anno qualcuno ti dirà di averlo letto.

Quando lavori con un insegnante, il riscontro lo hai il giorno dopo.

É una condizione entusiasmante, per un ricercatore. Ma anche per gli insegnanti.

Sono loro che, con la loro passione. mi hanno convinto a mettere in subordine la ricerca storica, e iniziare quella storico-didattica.

VF_ Lezione di storia e laboratorio: due forme complementari di trasmissione del sapere storico per scatenare l’interesse dello studente?

Abbiamo in Italia istituti scolastici con questa metodica?

AB_ Certamente!  

L’interesse   e il   profitto   degli   studenti aumentano quando si usano metodiche combinate.

In questo caso: lezione e laboratorio.

In Italia ci sono professori (e qualche volta istituti) che adottano questo approccio.

Quanti sono? E chi lo sa. Secondo alcuni studiosi, il 20% dei docenti italiani è di eccellenza europea. Quindi è presumibile che adoperino sistemi accurati di insegnamento.

Ma che ne è del restante 80%?

VF_ Da qualche parte ho letto che tu “hai imparato che il passato è il nostro più grande contenitore di storie, e lo sfrutta.”

Me ne vuoi parlare?

AB_ Tempo fa venne   a   Bari   Giorgio   Albertazzi.  

Il Comune (o la Regione, non ricordo) gli aveva affidato l’incarico di allestire uno spettacolo su Federico II.  

Lui volle incontrare noi di storia medievale, e parlarci dei suoi progetti.

Ci spiegò che voleva tratteggiare un imperatore diverso dal solito.

Per esempio – disse – un imperatore che parlava con Francesco d’Assisi, che amava più la scienza che la guerra e altre storie che gli parevano inedite.

Io, fresco dei miei studi, gli feci osservare che non era affatto

nuovo quello che diceva, e che tutto ciò si trovava nelle fonti e

nell’immensa letteratura sul sovrano, dove, però, c’erano tante

altre storie – queste sì inedite – che avrebbe potuto scoprire.

Ovviamente, lui continuò con le sue, che gli sembravano invenzioni geniali.

Quell’episodio mi confermò che, per inventare qualcosa di nuovo, devi conoscere bene la storia.

E che, di rimando, se conosci bene la storia, questa ti sorprenderà sempre con le sue novità.

VF_ Il saper raccontare fa la differenza con uno storico che sa solo scrivere?

AB_ Se sai raccontare bene, saprai anche scrivere bene.

La storia – nel suo pieno significato di “scienza sociale”, cioè di scienza della società, fruibile da chi fa parte di questa società – non può che avvantaggiarsi di una buona scrittura.

VF_ Hai scritto tanti libri, di questi tanti il libro di cui vai più fiero è ancora “L’Atlante delle storie”?

E perché?

AB_ Un manuale moderno è paragonabile a un film, con un regista e tanti che ci lavorano.

L’autore è solo uno di questi.

In “L’atlante delle   storie” ebbi   la   possibilità   di   seguire   per   intero la produzione del libro, dal progetto grafico alle immagini, alla parte didattica.

Cercai di condensare in quell’opera tutto ciò che avevo studiato: che la storia dovesse essere scritta in modo facile e piacevole, che dovesse essere aggiornata all’ultimo saggio, che dovesse essere concepita per un ragazzo di oggi e, perciò, dovesse avere sempre un afflato mondiale.  

Ci sono riuscito tanto da aver creato un libro molto distante dai modelli consueti a scuola.

Fiero per questo risultato, un po’ meno per il suo scarso successo.

VF_ Sei tra i promotori di Historia Ludens, associazione che si occupa di ricerca e gestione di laboratori che utilizzano didatticamente il gioco.

Ne vuoi parlare ai lettori di SCREPMagazine?

AB_ Oggi tutti fanno giochi.

É una giochisteria continua, anche in didattica.

Ma quali sono i giochi utili, buoni e giocabili a scuola?

C’è una platea di insegnanti in grado di scegliere oculatamente?

Di   questo   si   occupava   Historia   Ludens,   un’associazione   che riprende a lavorare in questi giorni, anche con il suo sito (che diventerà   rivista,   ne   sono   certo).  

La   didattica   ludica   è   uno strumento potentissimo di apprendimento. Serve sia nei casi disperati, certo, ma soprattutto è fantastica – con i ragazzi bravi e meno bravi – perché li spinge a sviluppare le capacità di pensiero superiori (fare ipotesi, costruire strategie ecc.).

VF_ Hai fatto parte delle commissioni Brocca, De Mauro e Ceruti per la riforma dei programmi di storia per la scuola di base e superiore.

Quanto di quel lavoro vive ancora?

AB_ Uno dei programmi ancora vivo è quello della scuola di base.

Tremo al pensiero che qualcuno ci metta mano, perché ho visto

come funzionano queste commissioni.

Ci sono storici (che sanno la storia ma non conoscono nulla di didattica), funzionari dell’Amministrazione, che non conoscono né storia né didattica, ma solo pedagogia e direttive ministeriali, qualche volta degli insegnanti, che cercano disperatamente di rappresentare “la realtà della scuola”, ma non sanno per niente come si fa un programma.

In commissione Brocca ascoltai sorpreso un collega che confessò di non conoscere i programmi precedenti, quelli che avremmo dovuto sostituire.

Non era il solo.

Non abbiamo, in Italia, centri studi di didattica della storia, né questa è riconosciuta come una disciplina della quale tenere conto.

Di “vivissimo”, oggi, ho solo la paura che qualcuno si metta a scrivere dei nuovi programmi.

VF_ “Perché dovrei studiare il passato se io vivrò nel futuro?”

Una domanda banale ma forse il motivo per cui oltre il 97% dei ragazzi non sceglie la traccia storica all’esame di maturità?

AB_ La storia è una scienza sociale.

Ti spiega come funziona il contesto nel quale vivi.

Ti sarà utile, se vuoi viverlo consapevolmente e se vuoi orizzontarti nel mondo.

Non ti servirà se, per un motivo qualsiasi, non senti il bisogno di capire dove vivi.

Ma non ti servirà nemmeno se la storia che ti hanno spiegato a scuola non è “quella scienza sociale”, ma una sequenza di racconti che si tramandano per costruire l’identità nazionale, per conservare la nostra civiltà e per altre amenità del genere.

Se si insegna male la storia, per quale motivo i ragazzi dovrebbero sceglierla agli esami?

VF_ La Storia con la S maiuscola dagli anni Ottanta sembra essersi trasformata in un oggetto polveroso anche perché i genitori dell’ultimo trentennio non considerano più la narrazione storica come terreno utile per l’educazione dei figli.

Cosa ne pensi?

AB_ Gli anni ’80 sono stati un momento d’oro dell’insegnamento della storia.

Convegni con migliaia di partecipanti, un numero impressionante di esperienze, spesso oggetto di pubblicazioni “grigie”, una buona quantità di associazioni che attraevano e guidavano migliaia di docenti, enti locali che aprivano sedi per gli insegnanti anche in località periferiche.

Se tutto ciò è finito, non dipende dai genitori.

Dipende dagli enti locali che hanno smesso di crederci e finanziare la didattica storica.

Dipende da una ministra, Letizia Moratti, che tolse i comandi alle associazioni professionali, lasciandole morire d’inedia.

Dipende da un’amministrazione che non ha saputo (e in fin dei conti nemmeno voluto) attivare un serio piano di formazione dei docenti.  

Dipende dalle Facoltà di Lettere che hanno ostinatamente combattuto qualsiasi accenno di didattica storica (e non solo). Per ultimo, dipende dall’andata in pensione di una generazione   di professori che, formatasi  nella lotta politica, aveva trovato nell’impegno didattico una ragione di vita, ma che non è riuscita a formare una nuova leva di formatori “volontari sul campo”, che continuassero a supplire alla latitanza delle istituzioni.

VF_ Siamo al paradosso ma sembra che pochi si pongano queste domande: cosa saremmo senza passato? E senza ricordi? Come sarebbe vivere una vita senza la nostra storia personale o familiare? 

Il tutto è dovuto al fatto che il mondo reale viene confuso col tecnologico, col virtuale che sembra girare più veloce e voltare pagina diventa semplice con un click?

AB_ La   tecnologia   è   l’ultimo   colpevole   che   il   senso   comune   ha individuato, per darsi una ragione delle défaillances culturali di massa.

Prima c’erano i fumetti, i film, la gioventù ribelle, la barbara modernità…

Ogni epoca ha il suo capro espiatorio.

Per quanto riguarda la tecnologia, come tutti sanno e ripetono, essa non è che uno strumento.

Un potentissimo amplificatore. Se insegni bene, ti aiuterà.

Se insegni male non farà altro che rendere peggiore il tuo già cattivo lavoro.

VF_ Per ridare dignità all’insegnamento della storia nella scuola italiana, umiliato da tante cose ma non certo dalla non-scomparsa della traccia di storia alla maturità, cosa si dovrebbe fare?

AB_ Di umiliante trovo “Repubblica” e gli storici che sbandierano la vittoria dell’esame di storia, e non si chiedono perché i ragazzi rifiutino   la   prova   di   storia   al   termine   del   loro   percorso formativo.

Di umiliante trovo le proposte didattiche che questi colleghi non hanno vergogna di rendere pubbliche: sciocchezze come la predella sulla quale l’insegnante dovrebbe salire, la storia   del   vissuto   da   fare   nelle   medie   al   posto   della   storia europea o mondiale, o (questo lo ha scritto Carlo Scognamiglio sul “Sole24 ore”) che ai ragazzi svantaggiati bisogna limitarsi a insegnare i fatti, mentre ai bravi e fortunati si può insegnare a ragionare storicamente.

 

Vincenzo Fiore

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Vincenzo Fiore
Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

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