Riflessi: talvolta scrutati fugacemente,
in altre occasioni ricercati per una specifica esigenza, volutamente evitati per presunta sgradevolezza, addirittura idolatrati.

Non abbiamo contezza di alcun elemento che concerne il nostro volto che non sia stato severamente sottoposto al giudizio incontestabile di uno specchio.

Ma a dire il vero, quell’inerme e spesso temuto “pezzo di vetro” non è un giudice, men che mai una dispotica e severa entità dotata di cinismo.

A tal proposito è importante evidenziare in che modo, i meccanismi che regolano la percezione del sé non si esauriscano in una sterile ed effimera successione di immagini proposte ma si collocano, parimenti, all’interno di un variegato universo di sensazioni contrastanti.

Noi non siamo esclusivamente quel che percepiamo visivamente.

Siamo, in larga parte, ciò che avvertiamo nel profondo di noi stessi.

In virtù, dunque, di una tale e rinnovata presa di coscienza, la ricerca di saldi equilibri personali si rivela prioritaria.

Ma l’astruso ed antitetico binomio, che vede come grandi protagonisti dissidio” ed “accettazione”, non consente vita facile alla relazione tra i sensi e le emozioni negative.

L’inquietudine che deriva da un disagio dilagante tenderà, nella maggior parte dei casi, a distorcere la nostra facoltà percettiva e ad alterare la relativa capacità di giudizio.

Quel che ne consegue è la pessima risultante
di ciò che lo specchio riflette di noi, sensazione visiva tutt’altro che attendibile.

L’ esigenza di “piacersi” non è accostabile al mero concetto di vanità ma si configura come
bisogno sociale.

Il rapporto conflittuale con la propria immagine, infatti, se non opportunamente incanalato entro dimensioni risolutive, rischia di degenerare, tra l’altro, in manifestazioni depressive.

Da non sottovalutare, a proposito della degenerazione della mancata accettazione di sé in manifestazioni di natura psicopatologica, le due maggiori espressioni di un disagio esistente: anoressia e bulimia.

L’anoressia (dal greco ἀνορεξία anorexía, comp. di an- priv. e órexis ‘appetito’) si configura come un disturbo in cui la persona coinvolta si rifiuta di nutrirsi per diverse motivazioni.

Comunemente il termine è spesso utilizzato come sinonimo di anoressia nervosa (dove il rifiuto è dovuto alla paura di accumulare peso e di apparire grasso, o “imperfetto”), ma in realtà esistono parecchie possibili cause che conducono ad una significativa diminuzione dell’appetito, alcune delle quali potrebbero risultare innocue, mentre altre sono indicative di una grave condizione clinica e comportano un rischio non indifferente.

Il termine bulimia (dal greco βουλιμία, boulimía, propriamente “fame da bue”, composto di βοῦς, bôus, “bue”, e λιμός, limós, “fame”) indica, nel linguaggio medico, una voracità assolutamente eccessiva associata a malattie di diversa natura e gravità (diabete, oligofrenia, eccetera).

La bulimia nervosa è, insieme all’anoressia nervosa, uno dei più conosciuti disturbi del comportamento alimentare, detti anche Disturbi Alimentari Psicogeni.

Il soggetto interessato vomita volutamente dopo aver consumato i pasti, utilizza dei lassativi, digiuna e pratica un’ intensa e spasmodica attività fisica.

La maggior parte delle persone che soffre di bulimia presenta un peso corporeo del tutto normale.

La bulimia è associata ad altri disturbi mentali come la depressione e l’ansia, e a problemi come la tossicodipendenza o l’alcolismo.

Si riscontra anche un forte e marcato rischio di suicidio e di pratiche autolesionistiche.

In sostanza: Sappiamo essere i carnefici più spietati di noi stessi ma, al contempo, gli unici artefici della nostra salvezza.

Ti direi che conti più del tuo stesso giudizio, delle parole altrui, dell’opinione soggettiva ed ininfluente, della vigliacca maldicenza.

Ti direi che sei più forte di ciascun dolore, della stanchezza, della frenesia quotidiana che ti paralizza, anche dell’impedimento e della rabbia.

Ti direi che quello specchio non sta riflettendo il tuo volto, bensì il tuo intimo mondo.

Dunque, se quel che vedi non ti piace troppo, non badare più di tanto a quella nuova ruga d’espressione.

Abbi cura di aiutare la tua anima a guarire.

Domani, bambina,
contando i tuoi anni,
provando a vestirti
di questi miei panni,
saprai, tuo malgrado,
che non son più venti
e di quei momenti
avrai nostalgia.

Così, stella mia,
scrutando lo specchio,
col fare dimesso
di un uomo ormai vecchio,
scoprendo che il tempo
non ha vie di fuga,
vedrai in quella ruga
un’imposizione.

Avevi ragione,
me l’hai preannunciato,
la vita asseconda
il volere del fato,
per quanto sia stata
caparbia e ribelle,
i giorni hanno inciso
il mio cuore e la pelle.

Ho un solco tra gli occhi,
somiglia a una riga
che argina lacrime
in seno a una diga,
e lui mi ricorda,
ai danni del viso,
che forse, finora,
ben poco ho sorriso.

Maria Cristina Adragna

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