È allarme etichette.
Nell’era post COVID la scuola Italiana vive un quotidiano incubo, una prassi costante di etichettatura del discente sistemica, superficiale e leggera.
Sedicenti esperti esterni alla scuola, o docenti interni in un’ottica di semplificazione contenutistica totale, analizzano senza competenze e conoscenze i ragazzi di oggi, in un abbondare di sigle e acronimi, elargiti con frequenza e leggerezza.
Dsa, Bes, H, ADHD, icf vari aggiornati al 2020.
L’ origine del fenomeno è antica, i primi segnali, si erano manifestati nel 2010 con la necessità di adeguare l’ insegnamento ai disturbi dell’apprendimento o bisogni educativi speciali, l’origine era rigorosamente nobile e dovuta.
La legge 170 del 2010 ha squarciato un velo di ipocrisia latente in quelli che a scuola si definivano svogliati e lenti nell’ apprendimento, per scoprire che la causa erano disturbi dell’ apprendimento, dislessia, discalculia, disortografia, disgrafia o ADHD comunemente definita iperattività, plus dotazione o alunni gifted, autismo, le cosiddette neurodivergenze.
La neurodivergenza non è una malattia, non è una disgrazia che cade dal cielo, non è una anomalia, non è una jattura moderna, la neurodivergenza è un diverso funzionamento dell’ area cerebrale, (rispetto la cosiddetta neurotipicitá), con punti di forza unici rispetto a pattern complessi con assimilazione di abilità uniche e particolari, specifiche, e talvolta carenze in altri punti di funzionamento.
Proprio per questo stabilire misure dispensative o compensative risulta obbligatorio e fondamentale pianificando una veste didattica individuale che NON deve esemplificare ma personalizzare.
La legge 170 del 2010, segna uno squarcio nell’ approssimazione e mancata conoscenza dei propri discenti, onde evitare dialogiche aberrazioni superficiali.
La Storia purtroppo ci insegna che il cattivo utilizzo di un qualcosa di buono
può divenire velenoso e fatale.
Nell’era post COVID, la scuola pubblica è in palese affanno, iper tecnologizzazione selvaggia, laddove le nuove tecnologie divengono fine e non mezzo educativo, carenze strutturali notevoli, con edifici fatiscenti e pericolanti, è una aggressione velata alla libertà di insegnamento, sancita dalla Nostra Costituzione come diritto fondamentale oltre che dovere, una visione troppo eurocentrica culturale ed evidenti carenze globali, con un calo inesorabile nei contenuti, in lezioni parcellizzate e atomizzate.
Una visione semplicistica del sapere con un calo nell’apprendimento e nei contenuti.
Una scuola allo sbando tra tradizione e progresso non programmato e selvaggio.
È una scuola che abusa delle etichette, creando un sistema scandaloso di marchiatura del fanciullo, consegnando al fanciullo una stampella, senza che egli sia veramente claudicante.
L’abitudine, infatti odierna è elargire, con la complicità di un sottobosco fin troppo sbrigativo e superficiale, una serie di etichette a vista, le quali il più delle volte si rivelano infondate, errate, superficiali, parziali e soprattutto troppo precoci.
Si assiste alla medicalizzazione dell’ infanzia, una scuola che diviene clinica ove l’infanzia è costantemente patologizzata.
Si odono echi dunque di standardizzazione educativa con punte di appiattimento dei contenuti, i quali, a fronte di numerosi piani didattici personalizzati divengono, non individuali, ma piani esemplificati di apprendimenti.
I programmi sono deceduti da un pezzo e gli argomenti scolastici tendono a ridursi a concetti base, forniti con mezzi tecnologici che divengono fine e che si sostituiscono al docente, con impoverimento dialettico, contenutistico.
I progressi di una pedagogia sana, che puntava all’ accrescimento del vocabolario del discente, al riscatto del discente dalla condizione di povertà e povertà culturale, alla esperienza del discente di poter fare da solo, si frantumano in abusi pedagogici costanti che mortificano discenti sani.
Anche la Garante dell’ Infanzia, Marina Terragni, ha palesato dubbi, rispetto a pellegrinaggi immotivati il più delle volte di genitori in neuropsichiatria infantile, con fanciulli patologizzati invano, abbattendo il muro di un buonismo velenoso che pervade una certa educazione “al rammendo” più che all’ascolto e cura.
La dottoressa Terragni, accogliendo le perplessità di docenti illuminati ha abbattuto quel muro che per i ragazzi può risultare invalicabile.
Così si scopre un certo sottobosco di sedicenti professionisti che non conoscono i propri pazienti, che non conoscono neanche i bambini che scrivono diagnosi in tre minuti di osservazione, in studi asettici e freddi.
Fornendo stampelle non utili perché i ragazzi deambulano benissimo.
L’insegnamento non può essere una medicalizzazione errata e superficiale.
L’insegnamento è ascolto, cura, amore per la conoscenza, accensione di spirito critico, è scontro dialettico tra Magister e discente, è capacità di riflessione, è amore per la difficoltà, processo per errori, dall’errore riscattarsi, è riscatto personale, sociale, ambientale, collettivo, è posizionarsi nella Società, è acquisire un’ individualità rispetto al collettivo, l’ insegnamento è anche difficoltà, dialogo con Onda, rialzarsi dopo una caduta, memoria,
saper, attenzione, futuro e passato.
L’insegnamento non è una medicalizzazione selvaggia, non è una clinica, non è appiattimento immotivato nei contenuti.
Prof.ssa Simona Bagnato
