Sono sempre stata una perfetta commensale, una di quelle che, trovandosi in parecchie occasioni a condividere i piaceri della tavola con parenti ed amici, raramente si è sottratta alle lusinghiere proposte avanzate dal piatto. Non è quasi mai capitato, a tal proposito, che un ospitale padrone di casa avesse ragione di mettere spiacevolmente in discussione, a causa mia, le proprie valenti attitudini culinarie: io, infatti, ho l’abitudine di far piazza pulita di qualunque sostanza commestibile mi venga presentata innanzi. Sono capace di rendere le mie scodelle talmente vacanti da insinuare addirittura il sospetto, in chi mi osserva, che abbia fugacemente abbandonato il mio posto a sedere, nell’intento di recarmi a lavare la mia stoviglia.

Ciononostante, non molto tempo fa, mostrai una certa diffidenza nell’accettare la proposta di alcuni carissimi amici. Fui invitata, con molto entusiasmo,  a valutare sapori differenti rispetto a quelli che ero abituata a gustare di norma, accettando, seppur di mala voglia, di seguirli  all’interno di un ristorante giapponese.

I miei più grandi timori erano legati alle scorrette informazioni che mi erano state propinate nel corso degli anni.

Era tanta la paura di dover mandar giù degli esserini inimmaginabili ed improponibili e non nego affatto che, una volta che mi fui accomodata all’interno del locale, cominciai ad avvertire delle sgradevolissime impellenze di fuga.

Ma decisi di rimanere saldamente incollata al mio posto, non foss’altro che per mostrare piena fedeltà alla mia “gloriosa” fama di ottima forchetta. Ordinarono per me. Io non avrei avuto la minima idea di cosa fosse stato più congeniale per il mio palato.

Ben presto cominciarono a giungere a tavola le pietanze più disparate: i miei occhi incuriositi furono immediatamente catturati dall’eleganza che caratterizzava la presentazione dei piatti. Non avevo mai fatto uso delle tipiche bacchette in legno, ma per fortuna mi fu possibile cenare con delle tradizionali posate. Ebbi modo di comprendere, in seguito all’assaggio delle primissime specialità, che il destino di quel cibo prelibato sarebbe stato analogo a quello delle leccornie che consumo d’abitudine: tutto dritto nello stomaco, in pochi, pieni e grandi bocconi.

Scoprii che la cucina giapponese si caratterizza, essenzialmente, per la preparazione di un’ingente quantità di riso, proposta nelle modalità più fantasiose e colorate. Nella fattispecie è possibile gustare degli squisiti “uramaki”, piccole rondelle di riso ripiene, in linea di massima, di ottimo pesce crudo, abbinato con della frutta.

I “futumaki”, di contro, si distinguono dagli “uramaki” per la presenza di un’alga esterna.
Altra simile specialità prende il nome di “nigiri”. In tal caso ci troviamo di fronte a del riso che assume la forma di una sorta di goccia, sulla quale viene adagiata una piccola porzione di pesce, servito, come avviene per le precedenti portate, rigorosamente crudo.

I “gunkan”, i “temaki” e gli “hosomaki” sono, anche questa volta, specialità a base di riso ma che si differenziano per forma e per dimensione.

L’abbinamento delle suddette specialità costituisce l’insieme di quello che viene comunemente definito “sushi misto”.

A mio personale parere, l’apoteosi del piacere relativo alla degustazione, viene raggiunto in seguito al consumo del “sashimi”.

Si tratta di una tenerissima e soffice tagliata di salmone o di tonno, da assaporare rigorosamente a crudo.

Appresi che i giapponesi non fanno assolutamente uso di sale e che insaporiscono il loro cibo, principalmente, con della salsa di soia.

Ottimi, nondimeno, gli spaghetti a base di soia o di riso, conditi con verdure, uova e gamberi.

Tempura di gamberi, pollo fritto, salmone scottato e grigliato, sono specialità da proporre ai palati più esigenti, per ciò che concerne l’intensità del gusto.

Sarebbe possibile citare un’infinità di squisitezze tipiche, ma il mio intento è quello di suscitare, in prima istanza, la birichina curiosità di chi legge. Una sorta di invito, il mio, ad inoltrarsi con fiducia nei ” succulenti  meandri dell’estremo oriente.”

La stragrande maggioranza dei ristoranti giapponesi consente al cliente di consumare i pasti seguendo una modalità denominata  “all you can eat “. E’ possibile, in questo caso, ordinare tutte le portate proposte dal menù, per tutte le volte lo si desideri, pagando una cifra prestabilita, e di certo ragionevole, a singolo commensale.

Unico inconveniente? Qualora una portata non dovesse essere di proprio gradimento e di conseguenza non fosse possibile consumarla, la stessa verrebbe pagata a prezzo pieno, così come previsto dalla lista delle pietanze.

Questa particolare interpretazione, relativa al rapporto equilibrato tra consumo e costi, è improntata essenzialmente su un tipo di cultura antispreco.

Sono diventata un’assidua frequentatrice dei più rinomati ristoranti giapponesi. Adoro le calde ed accoglienti atmosfere degli interni, l’allegria degli occhi a mandorla che dispensano sorrisi, i simpaticissimi alterchi tra i cuochi, che preparano il sushi in bella vista, ed il personale italiano, composto da camerieri che non comprendono una sola parola di quella lingua, tanto astrusa quanto divertente. Alla fine di ogni cena viene offerto in regalo il “biscotto della fortuna”. Si tratta di un dolcetto croccante, all’intero del quale si trova un bigliettino con su scritta una frase di buon auspicio. Circa una settimana fa, a me toccò la seguente e rassicurante dicitura: “tante belle soddisfazione ti attendono sulla soglia”.

Credo proprio che, il mio caro biscotto della fortuna, avesse pienamente ragione.

                                                                                                                                               Cristina Adragna

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Maria Cristina Adragna
Siciliana, nasco a Palermo e risiedo ad Alcamo. Nel 2002 conseguo la Maturità Classica e nel 2007 mi laureo in Psicologia presso l'Università di Palermo. Lavoro per diverso tempo presso centri per minori a rischio in qualità di componente dell'equipe psicopedagogica e sperimento l'insegnamento presso istituti di formazione per operatori di comunità. Da sempre mi dedico alla scrittura, imprescindibile esigenza di tutta una vita. Nel 2018 pubblico la mia prima raccolta di liriche dal titolo "Aliti inversi" e nel 2019 offro un contributo all'interno del volume "Donna sacra di Sicilia", con una poesia dal titolo "La Baronessa di Carini" e un articolo, scritti interamente in lingua siciliana. Amo anche la recitazione. Mi piace definire la poesia come "summa imprescindibile ed inscindibile di vissuti significativi e di emozioni graffianti, scaturente da un processo di attenta ricerca e di introspezione". Sono Socia di Accademia Edizioni ed Eventi e Blogger di SCREPmagazine.

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