Alfonso Metello Francesco Andretta

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Il nuovo Amministratore Unico di Acquedotto Lucano Spa è Alfonso Metello Francesco Andretta, Docente a contratto nell’Università di Modena e Reggio Emilia, classe 1961, potentino di nascita, Presidente di Labelab (https://www.labelab.it/dfgh987/).

L’acqua è un elemento essenziale per la vita umana, animale e vegetale, nonché per l’economia.

L’esigenza di proteggere e gestire al meglio le risorse idriche supera ogni confine, regionale e nazionale.

Esistono varie direttive europee sulle acque che definiscono un quadro giuridico volto alla tutela delle acque pulite e alle modalità di ripristino della loro qualità nonché per garantire il loro utilizzo sostenibile e a lungo termine.

Tali direttive sono integrate da norme più specifiche, quali la direttiva sull’acqua potabile e la direttiva sulle acque di balneazione, la direttiva sulle alluvioni e la direttiva quadro sulla strategia per l’ambiente marino, nonché da vari accordi internazionali.

L’acqua, infatti non è “un prodotto commerciale”, bensì un bene comune e una risorsa limitata che deve essere protetta e utilizzata in maniera sostenibile, in termini sia di qualità che di quantità. Tuttavia, il suo utilizzo in un’ampia gamma di settori quali l’agricoltura, il turismo, i trasporti e l’energia, genera forti pressioni su tale risorsa anche a causa dei cambiamenti climatici.

La domanda di acqua è costantemente in crescita.

L’agricoltura da sola è responsabile del 70% del suo consumo globale e del 92% dell’impronta idrica complessiva, considerando anche le risorse idriche utilizzate per la lavorazione e la produzione di beni e servizi.

In Italia, il consumo di acqua potabile si attesta sui 6.300 litri per persona, superiore del 30% rispetto alla Francia e del 20% rispetto agli Usa…ci sarà un motivo?

A livello globale ci sono 3,2 miliardi di persone colpite dalla scarsità d’acqua, di cui 1,2 miliardi in maniera estrema.

È una risorsa sempre più scarsa e preziosa.

Basti pensare che il 97,5% dell’acqua del nostro pianeta è salata e che i due terzi della parte rimanente è costituito da ghiaccio.

Ne rimane quindi una percentuale molto bassa nei fiumi, nei laghi, nelle falde acquifere e nell’atmosfera…e non va sprecata!

Peraltro si stima che il consumo mondiale di acqua crescerà del 30% entro la metà del secolo e ciò creerà notevoli disagi per quei Paesi che, già oggi, affrontano situazioni di stress idrico.

In Italia, a seguito dell’istituzione delle Regioni, negli anni ’70, molte delle competenze sulle infrastrutture idriche dallo Stato vennero trasferite ad esse, avviando un processo che sarebbe stato completato nei decenni successivi dalle leggi Bassanini prima e dalla riforma del titolo V° della Costituzione poi.

Molte gestioni locali presentavano comunque sistematicamente chiusure di bilancio negative, puntualmente ripianate da trasferimenti statali con il criterio del rimborso a piè di lista, mentre la tariffazione del servizio agli utenti avveniva a prezzi sociali e forfettari, cioè senza misurazione del consumo effettivo tramite contatori, ma con pagamento in base al numero di persone residenti o di rubinetti dichiarati.

Soltanto con la legge 142/90, di ordinamento delle autonomie locali, furono ammesse modalità di gestione più adeguate per tutti quei servizi pubblici locali con fini sociali e rilevanza economica: ferma restando la gestione in economia per i servizi di entità modesta, si stabiliva la separazione giuridica e contabile tra l’ente locale e l’ente strumentale adibito alla gestione, quest’ultimo nella forma di istituzione o in quella di azienda speciale, in entrambi i casi di diritto pubblico; l’ente locale avrebbe avuto la funzione di indirizzo e controllo a fini di tutela dell’interesse generale, mentre l’ente strumentale avrebbe avuto l’obiettivo del pareggio di bilancio sotto i vincoli imposti dall’ente locale.

Un riassetto complessivo della normativa del settore arriva con la legge “Galli” n.36 del 5 gennaio 1994.

In pratica, si affidava alle Autorità di Bacino il compito di stabilire le quantità di acqua che potevano essere sottratte all’ambiente, nel rispetto del vincolo ambientale, per soddisfare i diversi usi, in primo luogo quello idropotabile.

Un aspetto particolarmente innovativo della legge fu la disposizione dell’unicità della gestione del servizio idrico integrato, ovvero la gestione unica ed integrata sia degli aspetti di approvvigionamento, potabilizzazione, adduzione e distribuzione della risorsa idropotabile, sia di quelli legati alla raccolta delle acque reflue, sia ancora la loro depurazione e restituzione all’ambiente.

L’obiettivo era superare l’eccessiva frammentazione delle gestioni e realizzare maggiori economie di scala.

La legge delegava alle Regioni la definizione degli ambiti territoriali ottimali, per ciascuno dei quali si sarebbe dovuta istituire l’Autorità di Ambito Territoriale Ottimale (ATO), mediante la riunione in consorzio obbligatorio dei Comuni ricadenti nell’ATO.

L’Autorità d’Ambito (AATO) è il gestore amministrativo dell’ATO, che ha il compito, in via preliminare, di fare una ricognizione della rete e degli impianti esistenti nel territorio, individuare gli interventi da effettuare, stabilire un piano finanziario degli investimenti e determinare la tariffa unica in base all’equilibrio con i costi di gestione e di investimento.

Dopo la fase ricognitiva, l’AATO deve predisporre l’affidamento alla società di gestione, stabilendo il regime giuridico tra quelli previsti dalla L. 142/90 e i termini della convenzione (come la durata, il livello di servizio da garantire, lo stato di conservazione delle opere da assicurare, le modalità di valutazione del rispetto della convenzione, le sanzioni in caso di inadempimenti, le regole di adeguamento delle tariffe, le condizioni di risoluzione della convenzione), e deve poi, per tutta la durata della convenzione, controllare e monitorare il rispetto dei vincoli da parte della società di gestione.

Il Testo unico in materia ambientale (D.Lgs 152/2006), ha infine recepito la direttiva quadro sulle acque 2000/60/CE, abrogando le leggi del settore, la L. 36/94 e la L. 183/89 ma conservando le Autorità d’Ambito per la gestione del servizio idrico integrato, così come le Autorità di Bacino per la tutela dei corpi idrici.

A differenza di altri beni di primaria importanza, come il petrolio, il rame o il grano, l’acqua non è sostituibile nella maggior parte dei suoi impieghi.

Peraltro non è economicamente conveniente il suo trasporto a distanze superiori a qualche centinaio di chilometri in un contesto in cui, a causa della crescita delle attività umane, la disponibilità di acqua potabile per persona sta lentamente ma inesorabilmente diminuendo.

Il problema della diminuzione delle riserve acquifere e della loro “democratica distribuzione” ha almeno 4 soluzioni praticabili:

  1. un deciso aumento della produzione;
  2. una migliore distribuzione;
  3. una riduzione dei costi energetici
  4. un minore spreco.

Già … un minor spreco e purtroppo molto spesso nel nostro Paese il termine “spreco” va a braccetto con “la spartizione politica delle poltrone”.

La rete idrica italiana disperde buona parte dell’acqua potabile immessa e la Basilicata detiene un “triste primato”: è in testa alla graduatoria delle Regioni con la percentuale più alta di perdite (56,30%) seguita da Sardegna e Lazio.

A livello di province le meno virtuose sono Frosinone e Latina le cui reti idriche disperdono più del 70% di acqua, invece le due province lucane Potenza e Matera hanno rispettivamente il 56,4% e il 56,2% di perdite.

Senza contare i costi energetici esorbitanti come, ad esempio, quelli per portare da valle l’acqua potabile nelle case del paesino a 900 metri di altezza (impianti di sollevamento).

Ma nonostante tutto, costi di sollevamento compresi, la regione più virtuosa è la Valle d’Aosta con il 18,7%…

… quindi “si può fare”!

Nella maggior parte delle città italiane l’infrastruttura idrica è soggetta ad un forte invecchiamento e deterioramento, in parte legate all’estensione della rete ma anche per criticità di vario ordine: rotture nelle condotte, vetustà degli impianti, consumi non autorizzati, prelievi abusivi dalla rete, errori di misura dei contatori.

Da un lato quindi un contesto normativo che seppure definito nei soggetti, ruoli e compiti, a mio parere appare molto complesso, dall’altro lato un “settore” quello idrico, in grave sofferenza.

Al centro di tutto l’ingerenza della politica che sempre più spesso colloca “presunti manager” al governo delle Aziende che dovrebbero occuparsi della EFFICACE GESTIONE dei servizi loro affidati (Alitalia insegna).

Il problema manageriale è quindi centrale per affrontare vecchie e nuove sfide anche se in un “contesto normativo” strutturato e regolamentato “in modo barocco e complicato”, con innumerevoli soggetti coinvolti, può non essere sufficiente.

E’ questa la sfida che tocca ad Alfonso Metello Francesco Andretta il nuovo Amministratore Unico di Acquedotto Lucano Spa.

Docente a contratto nell’Università di Modena e Reggio Emilia, 60 anni, potentino di nascita, residente a Bologna.  Laureato in ingegneria mineraria – indirizzo ambiente e territorio – ha svolto diversi incarichi professionali per aziende private e per enti pubblici. Ha uno studio privato di ingegnere libero professionista.

Una scelta “distante” dalle logiche politiche che di certo porta al vertice di Acquedotto Lucano un tecnico, un esperto che da tempo si occupa di tematiche legate all’ambiente… buon lavoro ingegnere! 

Clicca sul link qui sotto per leggere il mio articolo precedente:

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