“a tu per tu con…” Mariatiziana Rutigliani

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LE BOSS

Quando la mafia è femmina

Se non avessi tra le mie amiche Claudia Chiapperini con certezza non avrei letto “LE BOSS: Quando la mafia è femmina”, non avrei conosciuto l’autrice Mariatiziana Rutigliani e non avrei approfondito un tema che mi è stato sempre a cuore: il ruolo della donna nelle organizzazioni mafiose.

Merito, quindi, a Claudia che, conoscendo la mia passione per la lettura, per la critica letteraria e per un segmento molto delicato della malavita italiana, mi ha ceduto per qualche giorno il lavoro letterario di Mariatiziana, mettendomi, tra l’altro, nelle condizioni di inserire nel catalogo della biblioteca dei libri letti un’opera che, a pieno titolo, va ad occupare un posto di rilievo nella bibliografia della mafia e di far scattare la tentazione di scrivere per ScrepMagazine un mio “a tu per tu con…”!

Ed eccomi oggi in compagnia di Mariatiziana Rutigliani che, alla proposta di dare vita a un “a tu per tu con…”, dichiara la sua pronta disponibilità.

Mariatiziana, avvocato e criminologa, nasce a Terlizzi in provincia di Bari     e vive a Ruvo di Puglia.

Appassionata di criminologia, inizia nel 2004 la sua carriera di avvocato occupandosi

prevalentemente di diritto di famiglia, violenza di genere e crimini informatici.

Opinionista di cronaca in diverse trasmissioni televisive a carattere nazionale, è conduttrice di “Luci ed Ombre”, rubrica di cronaca settimanale su Spazio TV.

Autrice di numerose pubblicazioni scientifiche sul tema delle dipendenze tecnologiche e della violenza di genere, è Presidente dell’Associazione Culturale RUVOLAB.

Mariatiziana si dedica anche alla formazione in ambito criminologico e all’attività di prevenzione e contrasto alle violenze e dipendenze digitali e ama partecipare a conferenze e dibattiti nonché alla vita politica dove ricopre ruoli anche istituzionali.

Fiore – C’è un evento o una causa scatenante che ha messo la locomotiva del tuo scrivere sul ruolo delle donne all’interno delle organizzazioni mafiose?

Rutigliani – Non c’è stato un singolo evento detonatore, ma una stratificazione di osservazioni empiriche e giudiziarie. Per anni, leggendo atti processuali, ordinanze di custodia cautelare, informative di polizia giudiziaria, emergeva una presenza femminile che non coincideva più con la narrazione tradizionale.

Le donne non erano “comparse”, bensì nodi funzionali del sistema. A un certo punto ho capito che quella discrepanza tra realtà e racconto pubblico meritava di essere indagata in modo sistematico.

Forse le numerose serie tv sul tema e la visione distorta che ne emergeva hanno accelerato il lavoro.

Fiore – Quando ti sei resa conto di aver scritto con “LE BOSS: Quando la mafia è femmina” un saggio destinato ad essere pietra miliare nella comprensione delle dinamiche e dei meccanismi di funzionamento della criminalità organizzata?

Rutigliani – Me ne sono resa conto solo a posteriori. Durante la scrittura non pensavo a un’opera “definitiva”, ma a un contributo necessario. Il riconoscimento di Le Boss come testo di riferimento è arrivato dal mondo accademico, investigativo e giornalistico, ed è stato il segnale che il tema non era più eludibile: la mafia non è solo maschile, lo è la sua rappresentazione.

Fiore – Ed ecco le donne da angeli del focolare ad angeli della morte, da presenza marginale a partecipazione operativa nelle organizzazioni criminali. Tutto dovuto ai cambiamenti storico-sociali e all’emancipazione femminile nella società?

Rutigliani – Non parlerei di un effetto diretto dell’emancipazione femminile in senso progressivo. Le organizzazioni mafiose non si “emancipano”, si adattano.

I mutamenti storico-sociali hanno creato spazi operativi nuovi e le mafie li hanno occupati utilizzando anche le donne, quando ciò risultava funzionale alla sopravvivenza del sistema.

Fiore – Siamo al luogo comune, che vuole la donna di mafia messa solo e soltanto nell’angolo della crescita dei figli, a messaggera tra il carcere in cui è detenuto il famigliare e gli affiliati o a prestanome per affari in odore di mafia, messo ormai ai margini anche perché sono decenni che le carte delle procure italiane sono ricche di donne con ruoli sempre più funzionali alla gestione dei negozi delle cosche.

Rutigliani –  Quel luogo comune è ormai smentito dalle carte giudiziarie. Le donne sono state e sono gestori di cassa, decisori, intermediari finanziari, garanti di alleanze. Continuare a leggerle solo come madri o messaggere significa rimanere prigionieri di una lente patriarcale che ha favorito, per anni, la sottovalutazione investigativa.

Fiore – Del resto sull’emancipazione della donna nella circonferenza della mafia come dimenticare l’operazione “Penelope” del gennaio 2017  che portò all’arresto di ben 30 persone accusate, a vario titolo, di associazione mafiosa, traffico di sostanze stupefacenti, estorsione e intestazione fittizia di beni? Come dimenticare che Maria Rosa Campagna, definita come «una donna con le palle» da uno degli affiliati intercettato dalla Squadra mobile di Catania, novella regina della mitologia greca che, in assenza di Ulisse, si fa carico degli affari di “Itaca” in attesa del ritorno del marito Salvatore Cappello, detenuto in regime di 41 bis nel carcere di Santa Maria Capua Vetere?

Rutigliani – L’operazione “Penelope” è paradigmatica perché dimostra come, in assenza degli uomini detenuti, le donne non “tengano il posto”, ma governino. Maria Rosa Campagna non è un’eccezione mitologica: è l’espressione di una razionalità criminale che affida il potere a chi può esercitarlo con maggiore efficacia in quel contesto storico. 

Fiore – Si è insomma di fronte al ruolo di emancipazione della donna in continua espansione come provato da un’indagine del 2019 di Transcrime, il centro interuniversitario dell’Università Cattolica di Milano, che dimostra che un terzo degli azionisti di società confiscate alle mafie è donna: quasi il doppio della media delle aziende italiane nell’economia legale. Siamo, quindi, sempre più di fronte al dato che nell’universo mafioso le donne sono utilizzate come prestanome di aziende legate alla mafia che ha spostato sulle figure femminile molte delle attività economiche per tutelarsi dalle confische e per nascondere i reali beneficiari. Un’evoluzione del ruolo giustamente “dettata da circostanze contingenti e da un pragmatismo strategico”.

Rutigliani – I dati di Transcrime confermano ciò che emerge sul campo: le donne vengono utilizzate come schermo giuridico ed economico. Non è un riconoscimento simbolico, ma un investimento strategico. La mafia ha compreso prima dello Stato che il genere può essere un fattore di mimetizzazione.

Fiore – In ogni caso è indubbio che le trasformazioni storico-culturali della società e soprattutto le lotte per l’emancipazione femminile hanno reso più evidente e meno mascherato il contributo criminoso delle donne e hanno costretto le organizzazioni maschili a non tenere più ai margini il “sesso debole”!

Rutigliani – Le trasformazioni culturali hanno reso visibile ciò che prima era nascosto, ma non hanno scardinato il patriarcato mafioso. Hanno solo reso più costoso ignorare il contributo femminile. Le donne entrano in gioco quando servono, non quando viene loro “concesso” spazio.

Fiore – L’affidamento temporaneo di ruoli importanti alle donne significa reale riconoscimento del loro ruolo nella gerarchia mafiosa?

Rutigliani – L’affidamento temporaneo di ruoli apicali non equivale a una reale parità gerarchica. È una delega condizionata, revocabile, che raramente si traduce in un avanzamento strutturale del ruolo femminile all’interno dell’organizzazione.

Fiore – Comunque le donne vengono ancora individuate come strumenti utili alla causa ma non indispensabili, come strumenti per sfuggire alle sempre più moderne e stringenti tecniche investigative…

Rutigliani – Esattamente. Le donne restano strumenti altamente sofisticati, ma raramente considerate insostituibili. Questa ambiguità è uno dei punti di fragilità del sistema mafioso.

Fiore – Quale il fondamento su cui la mafia pugliese, e in particolare la ‘ndrangheta, ha costruito la propria coesione e il proprio potere esterno?

Rutigliani – Nel caso della mafia pugliese e della ’ndrangheta, la coesione si fonda sul vincolo familiare e sul sangue. È lì che si costruisce il potere, prima ancora che sul territorio o sull’economia.

Fiore – L’onore e l’omertà costituiscono cardini centrali dell’educazione nelle famiglie in odore di mafia. Quanta importanza hanno le donne nel non far deragliare il treno delle nuove generazioni dai predetti binari?

Rutigliani – Le donne sono centrali nella trasmissione dei codici culturali: onore, omertà, appartenenza. Sono loro a normalizzare la devianza e a renderla “educazione”.

Fiore – Un fatto è certo, però…

Rutigliani – Quale? 

Fiore – … che nonostante l’emancipazione della donna nell’agorà della mafia le fondamenta patriarcali sono dure a essere demolite!

Rutigliani – Esatto. Le fondamenta patriarcali resistono perché garantiscono ordine, controllo e riproduzione del potere. L’apparente emancipazione non intacca la struttura profonda.

Fiore – Quanto è importante nelle organizzazioni mafiose, come la ‘ndrangheta e la mafia pugliese, il mantenimento dell’ordine familiare?

Rutigliani – Il mantenimento dell’ordine familiare è essenziale: la famiglia è la prima cellula mafiosa. Senza quella disciplina interna, l’organizzazione perde stabilità.

Fiore – Possiamo, pertanto, dedurre che il ruolo delle donne nella conservazione dei riti mafiosi è centrale e di fondamentale importanza per conservarne l’identità e consolidare l’appartenenza dei membri alla setta…

Rutigliani – Sì. I riti, le narrazioni, le pratiche simboliche vengono conservate e trasmesse soprattutto dalle donne. È una funzione identitaria fondamentale.

Fiore –  Tutto questo, insomma, è la prova, ove ce ne fosse bisogno, del ruolo strategico e resiliente delle donne nelle organizzazioni mafiose nonostante le nuove sfide poste dall’interno e dall’esterno e dimostra la loro netta e caparbia capacità di influire notevolmente sul mantenimento dell’ordine e della lealtà al clan.

Rutigliani – Assolutamente. La resilienza mafiosa passa anche dalla capacità femminile di adattamento e mediazione.

Fiore – Altri strumenti per garantire gerarchie e reti di alleanze sono i matrimoni strategici…

Rutigliani – I matrimoni strategici restano uno strumento centrale di alleanza e pacificazione tra clan.

Fiore – Le donne nella mafia pugliese come si differenziano, se si differenziano, dalle donne delle altre mafie?

Rutigliani – Le donne pugliesi mostrano una maggiore esposizione operativa diretta rispetto ad altre realtà, anche per la struttura più fluida delle organizzazioni locali.

Fiore – Possiamo, quindi, affermare che le donne mafiose pugliesi hanno avuto o hanno ruoli primari nell’organizzazione mafiosa e hanno contribuito o contribuiscono in modo essenziale alla sostenibilità finanziaria del clan, al mantenimento del controllo e stabilità dello stesso.

Rutigliani – Sì, hanno contribuito in modo essenziale alla sostenibilità economica e alla continuità del clan, soprattutto nelle fasi di crisi.

Fiore – Donne, quindi, manipolatrici delle relazioni sociali e capaci di esercitare non poca influenza tanto da guadagnarsi la stima e l’amicizia di leader, istituzioni e comunità…

Rutigliani – Sono spesso mediatrici sociali, capaci di costruire reti di consenso e relazioni esterne che rafforzano il potere criminale.

Fiore – Tutto questo, però, non significa parità di genere… le donne sono il più delle volte strumentali all’operatività del maschio!

Rutigliani – Sì, non parità. Il sistema resta maschile e utilizza il femminile in modo strumentale.

Fiore – Non si può comunque negare che l’asticella del potere femminile nelle organizzazioni mafiose pugliesi è sempre più alta tanto, per esempio, da spingersi a tessere rapporti strategici con altre organizzazioni delinquenziali e criminali con il traffico di esseri umani…

Rutigliani – È vero. In alcuni casi hanno gestito relazioni criminali complesse, incluso il traffico di esseri umani, dimostrando elevate capacità organizzative.

Fiore – Dicevamo in apertura di questo “a tu per tu con…” che la trasmissione dei valori mafiosi, come l’onore e l’omertà, è il pilastro per il non decadimento delle strutture delle organizzazioni criminali. Guardie severe per il non decadimento sono le donne che hanno il duro compito di garantire la non infiltrazione di ideologie alternative. Siamo al distacco completo di strati della società dallo Stato e dalle Istituzioni riconosciute?

Rutigliani – Siamo di fronte a un parziale distacco dallo Stato. Le donne agiscono come custodi ideologiche, ma proprio per questo diventano oggi un punto di vulnerabilità.

Fiore – La lettura del tuo libro, con la disamina dell’evoluzione del ruolo femminile nelle mafie pugliesi, nel mettere in evidenza la centralità delle donne nell’operatività criminale rafforzando la gestione economica dell’organizzazione e rendendola più resiliente e adattabile, mi ha costruito un dubbio.

Rutigliani – Quale?

Fiore – Il dubbio che oggi sono proprio le donne l’anello debole per la disgregazione dei clan perché, quando scelgono di collaborare con la giustizia o semplicemente di sottrarsi all’influenza familiare mafiosa, esse infliggono colpi durissimi alla struttura criminale, rompendo legami di sangue che erano alla base dell’omertà e dell’onore. Tutto questo perché sono state avviate nuove tecniche investigative e nuovi progetti per allontanare le donne e i loro figli dall’ambiente criminale, anche al di fuori delle procedure formali di collaborazione giudiziaria. Siamo a “la fimmina è una mezza fontana” di Cosa Nostra?

Rutigliani – Sì. Quando le donne si sottraggono, il danno è strutturale. Rompono legami di sangue, narrazioni identitarie, catene educative. In questo senso, diventano davvero “mezze fontane”.

Fiore – Un fatto comunque è certo: se non ci fossero state nuove tecniche investigative e nuovi approfondimenti come il tuo sul ruolo criminale della femmina avremmo avuto ancora la sottovalutazione istituzionale del ruolo criminale femminile, una sottovalutazione radicata nei pregiudizi di genere e nel  paternalismo giudiziario che vigeva nelle aule giudiziarie e che riteneva le donne di mafia incapaci di avere ruoli di primo piano negli affari criminali.

Rutigliani – La sottovalutazione istituzionale è stata un errore grave, figlio di stereotipi di genere. Il mio lavoro nasce anche per colmare quel vuoto analitico. Le donne sono chiave di volta del sistema mafioso: nel mantenerlo e nel distruggerlo.

Le Boss vuole essere uno strumento di conoscenza, perché solo comprendendo fino in fondo il ruolo femminile è possibile scardinare davvero le organizzazioni mafiose.

Fiore – Conclusioni: la femmina, protagonista nel bene e nel male dell’organizzazione mafiosa, la femmina, chiave per aprire dall’interno le porte della mafia e scardinarle con i nuovi metodi scientifici… Il tuo libro? Elemento essenziale per contribuire a scardinare porte e segreti della mafia. Grazie, gentilissima Mariatiziana, per avermi dato l’opportunità anche con il mio “a tu per tu con…” di approfondire l’argomento e per il tempo dedicatomi.

Anche i lettori di ScrepMagazine te ne sono grati.

Rutigliani – Grazie anche a te e a ScrepMagazine per l’opportunità concessami!   

                                                                                                    Vincenzo Fiore

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Vincenzo Fiore
Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

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