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“a tu per tu con”…Giacomo Leopardi

il Giacomo Leopardi di Sandra Vita Guddo

Oggi   rieccomi   con   la   scrittrice   palermitana   Sandra   Vita   Guddo, sposata,   con   due   figli   e   sei   nipotini,   per   una   interrogazione   su Giacomo Leopardi.

Laureata nel 1973 in Filosofia ad indirizzo psico – pedagogico con il massimo dei voti e la pubblicazione della tesi di laurea in filosofia della   storia   su   Gaetano   Mosca,   vincitrice   di   concorsi   per l’insegnamento di Scienze Umane, docente di Italiano e Storia negli istituti superiori, abilitata in Materie Letterarie e Latino nella scuola media inferiore, ha insegnato dal 1974 fino al    pensionamento.

Dal   1991   al   2001   è   stata   componente   del   progetto   contro   la dispersione scolastica in qualità di operatore psico-pedagogico nei quartieri più a rischio della città di Palermo.

Al suo attivo diversi romanzi, raccolte poetiche e saggi critici.

Fiore – Cosa pensi di Giacomo Leopardi?

Guddo – Sin da quando ho incominciato a insegnare mi sono posta alcuni semplici interrogativi sulla figura di Giacomo Leopardi ad incominciare   dal   perché   l’insigne   poeta,   nato   a   Recanati   il   29 giugno 1798 e morto a Napoli 14 giugno 1834, ancora oggi trova molti proseliti tra i giovani, si presenta come uno tra i più avvincenti poeti e risulta, insieme a pochi altri, molto letto ed apprezzato?

Qual è il segreto del suo imperituro successo che sfida il tempo senza che questo scalfisca la bellezza del suo poetare?

Fiore – La risposta a tali interrogativi?

Guddo – La poesia di Giacomo Leopardi è eterna ed universale perché non ha mai interrotto il legame intrinseco con la Bellezza del Creato che è possibile rinvenire in qualsiasi aspetto della natura dal piccolo passero solitario all’ermo colle o alla foglia di rosa o di alloro o ancora alla beltà che “splendea” negli occhi ridenti e fuggitivi di Silvia o nella vita operosa di un borgo dopo la tempesta o prima del dì di festa.

Non ho statistiche strutturate che comprovino matematicamente quanti ragazzi apprezzino Leopardi ma so per certo che, quando entravo in classe per leggere le sue poesie, gli studenti ascoltavano rapiti in religioso silenzio così come il film a lui dedicato “Il giovane favoloso” per la regia di Mario Martone e la convincente interpretazione di Elio Germano nei panni di Giacomo, presentato al Festival di Venezia il 16 ottobre del 2014,   immediatamente si impose all’attenzione della critica e del pubblico, facendo registrare ai botteghini code e posti esauriti anche nei giorni feriali e non soltanto nei fine settimana.

“Il giovane favoloso” superò tutti i film usciti nello stesso periodo e batté perfino il film “I guardiani della galassia”,  il colossal americano costato migliaia di dollari, candidato al Premio Oscar e distribuito dalla Walt Disney Studios.

Come se ciò non bastasse arrivarono dagli istituti scolastici oltre 60 mila prenotazioni del film… e ancora qualcuno si ostina a dire che la cultura non paga.

Fiore – Hai assolutamente ragione…

Guddo -Di ciò si dichiarò molto convinto anche Carlo Degli Espositi, il produttore del film che testualmente dichiarò alla stampa < che la sfida per un’offerta alta di cinema è quanto gli italiani chiedono e si meritano >.

Fiore – … ma Carlo Degli Espositi di quali italiani parlava?

Guddo – Dei giovani ovviamente… perché il pubblico che ha visto il film è stato prevalentemente formato da costoro e ciò non perché obbligati dai programmi scolastici allo studio del poeta ma perché realmente Egli esercita su di loro un fascino che, a mio parere, scaturisce dalle vicende   personali di Giacomo che ovviamente ritroviamo nelle sue opere nelle quali riversa tutto il malessere esistenziale del suo vissuto.

Il nostro Leopardi, infatti, in tutta la sua vita ha ricercato sempre il piacere   in senso lato correndo sul binario della sua visione meccanicistica della realtà e del sensismo.

Fiore – Subì, però, anche l’influenza dell’illuminismo…

Guddo – Sì, ma di cui non ha mai condiviso l’ottimismo e la cieca fiducia nella ragione.

Egli, infatti, ben consapevole dei limiti della Ragione umana, rimane irretito in quella visione cosmica che oscilla tra il vago, l’indefinito e l’infinito.

E dall’incapacità di trovare risposte esaurienti al suo malessere scaturisce   in   gran   parte   il   suo   pessimismo   che,   com’è   noto, attraversa diverse fasi… dal pessimismo soggettivo a quello storico ed infine, come in una spirale tortuosa, al pessimismo cosmico.

Fiore – Quale quid può aver determinato tanto scoramento e tale sofferenza?

Guddo – Una prima risposta ci viene data dal difficile rapporto che Giacomo ebbe con la madre, la contessa Adelaide Antici.

Il rapporto con la madre è decisivo per la costruzione del Sé, come sostiene con convinzione la psicoanalista infantile Melanie Klain nella sua opera “Invidia e Gratitudine”.

La relazione con la madre è determinante per lo sviluppo psichico del bambino e quindi dell’adulto; ciò in quanto senza la presenza di una madre “Buona” che si prende cura del figlio, il suo sviluppo fisico ed emotivo sarà gravemente compromesso per sempre.

La madre rappresenta per il bambino l’oggetto primario del desiderio: desiderio di essere amati, coccolati, attenzionati.

A Giacomo mancarono da bambino proprio queste fondamentali manifestazioni d’affetto essendo la contessa Adelaide Antici una donna   sostanzialmente  anaffettiva,   bigotta,   gretta   e   meschina, preoccupata soltanto di far quadrare i conti.

Questo aspetto della vita di Giacomo, mediaticamente ben evidenziato nel film di cui sopra, attira la simpatia dei giovani alcuni dei quali ritrovano nella vicenda del poeta la propria esperienza personale di innocenti   vittime di madri che   non   hanno   saputo accogliere i propri figli come un dono divino. Non è poi così scontato che una madre sia protettiva nei confronti del proprio figlio, anzi, la cronaca di questi ultimi anni è piena purtroppo di storie maledette di madri che maltrattano i loro figli fino ad arrivare al gesto estremo dell’infanticidio.

Fiore   –   Possiamo   quindi   dire   di   trovarci   all’interno   del conflitto generazionale che caratterizza la maggior parte dei rapporti genitori – figli nell’età adolescenziale…

Guddo – Assolutamente! La relazione tra i giovani e i padri spesso si concretizza nel desiderio di contrapporsi a loro con atti più o meno palesi di contestazione e nel bisogno di allontanarsi, perfino fuggire lontano   dall’odiato borgo natio come esplicitamente Giacomo scrive in una lettera del 1817 “Qui tutto è morto, tutto è insensatezza e stupidità. Letteratura è un vocabolo inudito”.

Allontanarsi per andare a vivere in una grande città: Roma, per esempio,   per   sperimentare   l’ebbrezza   di   una   vita   autonoma provando a sé stessi che si è capaci di farcela da soli senza il sostegno dei genitori. Chi tra noi, chi tra i giovani non ha mai provato tale desiderio?

Londra, Parigi, Berlino, New York, Sydney sono le mete preferite dai nostri giovani!

Finalmente nel 1819, Giacomo tenta la fuga da Recanati ma scoperto dal padre, il conte Monaldo, con il quale tuttavia aveva un rapporto costruttivo, è costretto a rimanere.

Soltanto a 25 anni gli sarà consentito andare nella città eterna da cui rimane profondamente deluso e se ne allontana per recarsi a Milano,   Bologna, Firenze, Pisa ed infine a Napoli dove morirà confortato dall’amico Ranieri.

Dunque, per molti versi, Giacomo è una figura con la quale è possibile identificarsi, magari per piangersi un po’ addosso.

La formazione del Sé, come coscienza autocritica che ognuno di noi attraversa più o meno consapevolmente segnando il passaggio dall’adolescenza alla maturità, in Giacomo avviene   in   modo traumatico in quanto Egli, dotato di particolare sensibilità, prende coscienza, lentamente ma con crescente convinzione, dell’inganno che la Natura ha perpetrato ai suoi danni e ai danni dell’umanità intera svelando il suo vero volto: non Madre benigna ed amorosa, come non lo fu per lui sua madre Adelaide Antici, ma Matrigna malvagia che illude e disillude non rendendo poi “quel che promette allor”.

Ma è la narrazione del primo amore giovanile ad affascinare i giovani che proprio a questa età sperimentano le prime esperienze amorose e i turbamenti legati alla fase dell’innamoramento.

Silvia diviene così il simbolo dell’amore giovanile fatto di sguardi “ridenti e fuggitivi” mentre la sua amata “lieta e pensosa il limitar di gioventù” saliva.

La poesia composta tra il 18 ed il 20 aprile del 1828 segna tra l’altro il   passaggio dalla fase erudita della produzione letteraria di Giacomo alla sua attenzione per il Bello.

 “Quando beltà splendea negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi”.

Una poesia etichettata come una testimonianza pregnante del Romanticismo che caratterizzò la prima metà dell’800.

In verità la sua è una poesia eterna che soltanto per comodità viene incasellata nel quadro letterario di riferimento, noto appunto come Romanticismo Lirico – Soggettivo, in contrapposizione  al Romanticismo di Alessandro Manzoni che viene definito Storico – Oggettivo.

Aggiungo che oggi nessuno vuole più essere considerato romantico e   sentimentale: la giungla pietrificata nella quale ormai siamo costretti a vivere, dove vige il relativismo etico più incontrollato, impone di essere dei “duri “per non soccombere alla violenza delle nostre città e dove sembra essere in atto una perpetua guerra di tutti contro tutti o come   affermava   Thomas   Hobbes  “Bellum omnium contra omnes”.

Resto   tuttavia   convinta   che   siamo   tutti   in   errore   perché   il Sentimento come già aveva affermato Emanuele Kant nella sua “Critica   del   Giudizio”   ha   la   stessa   dignità   della   Ragione   e dell’Intelletto; il Sentimento non è la loro sorella minore, non è un’attività prelogica di secondaria importanza ma ha un valore di conoscenza immediata che ci può guidare, se soltanto le diamo ascolto, ad essere più umani, più solidali con gli altri, dotati di pietas verso chi soffre, impedendoci di compiere atti infami contro i deboli e gli indifesi.

Fiore – È  il caso di dire che non vanno soffocati i sentimenti per paura di essere giudicati dei rammolliti…

Guddo – Vero, ma oggi, purtroppo, i nostri ragazzi vogliono apparire spregiudicati e pronti a tutto pur di essere accettati dal loro gruppo di   riferimento che li spinge, se non altro per emulazione, a compiere atti di bullismo.

L’educazione sentimentale è fondamentale per non dimenticare che siamo “res cogitans” oltre che “res extensa” e che, come tali, dobbiamo ricordarci che l’uomo ha origini divine, è creatura che anela all’infinito perché consapevole di essere soltanto una piccola parte dell’universo senza confini nel cui pensiero è facile perdersi e “naufragar”.

Giacomo Leopardi sa parlare ai giovani con il linguaggio poetico che è un linguaggio universale dove emerge il bisogno di entrare in contatto con quella parte divina che è in ciascuno di noi.

Giacomo Leopardi piace tanto ai giovani perché Egli è l’antieroe per eccellenza per la sua avanzata miopia, per il suo fisico malaticcio e la sua gobba, per il suo temperamento di introverso e solitario spesso sconfortato, per non dire disperato, senza il conforto della Fede.

Eppure, la sua statura umana e poetica è immensa e tutto ciò non sfugge ai giovani e li fa sperare che ce la possono fare nonostante i loro limiti.

Giacomo viene così percepito come un eroe che, nonostante tutti i suoi problemi di salute, familiari e relazionali, sociali ed economici, non ha mai accettato compromessi né ha ceduto alla volontà di chi voleva per lui un destino diverso… ricordiamoci che il padre voleva per lui la carriera ecclesiastica.

Un eroe, dunque, per i giovani che lo hanno preferito ai moderni eroi di latta che combattono con spade infuocate perché Giacomo può insegnare a tutti noi che è giusto coltivare i propri sogni e lottare per la loro realizzazione.

Egli ha preferito combattere la sua battaglia con la parola vincendo così la sfida contro il tempo.

Concordiamo con quanto ha affermato la poetessa americana Emily Dickinson che scriveva “non conosco nulla al mondo che abbia tanto potere quanto la parola. A volte ne scrivo una, e la guardo, fino a quando non comincia a splendere”.

Fiore – Consentimi un’ultima domanda…

Guddo – Prego…

Fiore – Cosa pensi della fiction trasmessa recentemente da Rai 1  Leopardi – Il poeta dell’infinito  con la regia di Sergio Rubini?

Guddo – Come ho apprezzato il film “Il giovane favoloso” per la regia di Mario Martone così non ho apprezzato la fiction trasmessa dalla Rai.

Infatti, ci è stato proposto un Giacomo quasi totalmente succube dell’amico Antonio Ranieri con cui, anziché una solida amicizia, serpeggia, subdola, la possibilità che tra i due sia nata una morbosa e ambigua relazione amorosa.

Del tutto fuorviante appare il sentimento che Leopardi nutrì per la bella Fanny, a cui viene dedicata quasi interamente la seconda parte della fiction con notevoli appesantimenti arbitrari e romanzati che hanno   avuto, a mio parere, il solo scopo di rendere più attraente la fiction e   favorire l’audience a scapito della verità storica.

E   potrei   continuare   concentrandomi   sulla   personalità   del poeta     che, nello sceneggiato, appare senza gobba e piuttosto belloccio ma poco combattivo anche per il fatto che parla quasi sempre sottovoce, quasi biascicando…

Viene così compromessa l’enorme vitalità del poeta anticonformista e ribelle, perennemente impegnato nella spasmodica ricerca della felicità.  

Ricerca filosofica ed esistenziale che lo porterà a comporre le sue meravigliose poesie che hanno resistito alla prova del tempo e hanno fatto di Lui un poeta universale!

 

Vincenzo Fiore

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