
Bia Cusumano e la sua “ITACA EBBRA”

“Scrivere per me è come respirare. Inevitabile. Non so immaginarmi senza parole e senza la possibilità di donarle al mondo. Scrivere è una esigenza dell’anima e del corpo, perché senza versi mi sento monca, amputata. Credo anche che sia il dono più bello che abbia ricevuto dal Cielo o da Chiunque esista oltre noi.
Un dono che è scelta e responsabilità. Destino e destinazione. Appartenenza assoluta.
Ecco, io credo e sento di appartenere alle parole. Non sono stata io a scegliere loro ma loro a scegliere di abitarmi. Ed è esperienza mistica e terrena questo sentirsi posseduta dalla Poesia”.
È quanto affermatomi in un precedente “a tu per tu con…” da Bia Cusumano a proposito del suo rapporto con la poesia: riflessioni che oggi, dopo aver letto Itaca Ebbra, suo ultimo lavoro poetico, trovo ancora più attuali e convincenti.
Bia Cusumano vive a Castelvetrano e insegna Letteratura italiana e latina al Polo Liceale della sua città.
È stata ideatrice e direttore culturale del PalmosaFest, primo Festival di Arte e Letteratura della città di Castelvetrano.
Ha scritto due sillogi poetiche: De sideribus e Come la voce al canto ed ha esordito nella narrativa con un libro scritto a quattro mani con il filosofo Fabio Gabrielli, Sulla soglia del filo spinato. Storia di una bambina trasparente e di un bambino con un nome.
Sempre con il filosofo Fabio Gabrielli ha pubblicato per Ex Libris Edizioni, Lo stupore del quotidiano, Quattro incontri con Wislawa Szymborska.
Nel 2022 ha vinto il Premio Donna Siciliana.
Fa parte della Accademia di Sicilia per meriti letterari.
Pubblica recensioni e articoli di letteratura su diverse testate giornalistiche e attualmente ha una rubrica letteraria, “Faro di Posizione”, su un quotidiano della sua città.
Nel 2023 ha pubblicato Trame Tradite proseguendo sulla via della prosa senza mai smettere di comporre versi.
Oggi rieccola tra noi in veste di poetessa con Itaca Ebbra, versi che pongono ancor di più l’accento sulle parole di Paul Valéry: “La poesia non è fatta per comprendere, ma per essere compresa”.
Fiore – Vero, gentile Bia?
Cusumano – Caro Vincenzo, bello ritrovarti tra le parole. Diciamo che per me la poesia è atto di resistenza e spesso di ribellione all’angoscia del vivere, al suo peso e alle sue difficoltà di comprensione del quotidiano. Difficile per me capire il mondo senza la guida della poesia, del suo occhio vigile, della sua lente d’ingrandimento.
Difficile orientarmi in questo quotidiano complesso, mutevole, fluido. Difficile e arduo anche comprenderla la poesia, non me ne voglia Valéry, forse impossibile abbracciarla davvero questa Musa che ci sospinge per le vie, sempre esposti, fragili, nudi. Mi auguro però che i mei versi possano essere compresi, nel senso etimologico del termine, essere accolti, abbracciati dai miei lettori. La donna so che è difficile capirla, me ne sono fatta una ragione ma che possa esserla almeno la mia poesia è una speranza a cui non rinuncio.
Fiore – Ecco, quindi, il tuo verbo poetico, come afferma Daniele Ricardo Vaira, autore di una nota di lettura sul tuo Itaca Ebbra, farsi luogo di Epifania e di dannazione, voce che emerge da una ferita e si fa canto mistico, ossessione, viaggio…
Cusumano – Daniele, grande poeta e caro amico. mi ha fatto dono di una bellissima nota di lettura su Itaca Ebbra e gli sarò sempre grata.
Credo che abbia letto bene: in fondo i mei versi in Itaca Ebbra sono un viaggio non fisico ma dell’anima e non verso un luogo reale di appartenenza ma verso me stessa, nella ricomposizione di pezzi franti, parti da ricomporre, ferite alle quali era necessario attuare una operazione di sutura affinché l’anima non continuasse a sanguinare in perenne emorragia. La mia poesia è sempre canto mistico perché riconosco nella Musa il mio unico credo laico.
Fiore – Un modo, il tuo, per condurre il lettore verso il luogo dell’anima, verso il risveglio dell’essere e farlo immergere in acque meno procellose.
Cusumano – Non so dove il mio lettore approderà a fine lettura della mia esile silloge: spero giunga a sé stesso, per potersi guardare da diverse prospettive e possa anche perdonare e perdonarsi per gli inganni subiti, le colpe commesse, gli amori rinnegati o respinti, le menzogne perpetrate.
Così come chiedo assoluzione io attraverso la Musa: inconsciamente è come se volessi assolvere ogni mio lettore dal male inevitabile con cui ha dovuto fare i conti lungo i suoi giorni o che ha saputo o voluto compiere sugli altri.
Una poesia a cui chiedo risarcimento e riscatto dal male di vivere. Un canto che si fa preghiera.
Fiore – E tu, cara Bia, con l’intensità dei tuoi versi e il loro farli vibrare sul bianco della carta prendi per mano i tuoi tre lettori e li accompagni dove “la parola è respiro, è carne, è memoria di un amore che ferisce e salva” per far riassaporare il gusto del bello e del piacere in questo mondo attraversato sempre più da tempeste di sangue e di lotte all’interno dei vari strati della società.
Cusumano – La poesia vorrei non solo ci salvasse dall’orrore del mondo in cui viviamo ma soprattutto da quello che siamo in grado in maniera spesso banale e superficiale di compiere.
La Poesia è sempre un gesto etico, uno stare al mondo con la schiena dritta, un non compiacere e assecondare il sangue, le lotte, l’inferno.
Se vuoi, caro Vincenzo, la poesia per me è scegliere da che parte stare.
Perché esistono soltanto due vere categorie umane, nel mondo: gli oppressori e gli oppressi.
La poesia appartiene non a chi opprime ma a chi resiste all’oppressore e difende l’oppresso, l’ultimo, il moribondo, il perseguitato.
Fiore – I tuoi versi sono la stella cometa che indica la strada e inchioda il lettore tra le tempeste del desiderio e della memoria.
Cusumano – La mia poesia è intrisa di desiderio e di passione, di ricordi che giungono a fiotti dal sottosuolo della memoria.
E’ un modo di resistere alla dissolvenza, alla frivolezza di in mondo che scorda con estrema facilità il bene ricevuto e che non sa custodirlo con riconoscenza e gratitudine.
Invece dovremmo tutti ripartire da due semplici parole: “Grazie e Perdono”.
Ma non esiste perdono senza la capacità di ricordare chi siamo stati e chi siamo diventati e non esiste grazie senza la consapevolezza del bene ricevuto che è sempre dono e mai atto dovuto. Ecco perché la poesia è memoria che custodisce e salva e desiderio insopprimibile di vita.

Fiore – Con Itaca Ebbra si è di fronte a un viaggio, dove l’amore è via, è rotta, è naufragio, è approdo ma anche chimera…
Cusumano – L’amore è e sarà sempre la mia bussola nel mondo ma ho la consapevolezza da donna ormai adulta che sia molto più semplice cantarlo, scriverlo, narrarlo che viverlo.
Da poetessa è e resta uno dei grandi fili rossi dei mei versi ma non è mai un amore querulo e lamentoso, è sempre un amore consapevole della parte oscura che in esso alberga, del lato capovolto della medaglia.
A volte, l’odio è l’ultima frontiera dell’amore.
Sembra paradossale ma non è per nulla semplice custodire perfino le macerie dei grandi sentimenti e dei grandi amori nella vita.
Ho deciso così di farlo almeno nella poesia e grazie alla poesia.
Fiore – Com’è nato tutto questo?
Cusumano – Itaca Ebbra è nata da un giro e da un incastro di vite.
Difficile da spiegarlo. Posso dirti che molto devo al colloquio e all’amicizia con la poetessa Anna Segre, alla mia conoscenza e stima profonda nei confronti di Andrea Cati, il mio editore ma soprattutto uomo profondo e fine intellettuale contemporaneo.
Ovviamente devo questa raccolta al mio incessante bisogno di scrivere confrontandomi con tanti amici poeti, da Mauro Liggi, a Daniele Ricardo Vaira, a Giovanna Cristina Vivinetto, a Franca Alaimo, Anna Maria Bonfiglio, Tiziano Broggiati, Ivan Fedeli e potrei continuare.
La lista è lunga.
Da questo continuo ed incessante dialogo con loro sono nate tante poesie, alcune delle quali hanno delle dediche precise proprio ad alcuni di loro.
Il progetto era però da anni nella mia testa: cantare l’amore in maniera autentica, appassionata e profonda come appartenenza e sigillo ma anche come consapevolezza dei propri limiti, errori, ferite inferte e ricevute.
Un amore – viaggio che non poteva che attingere al mito eterno dei due sommi amanti per me: Ulisse e Penelope… ma questo vorrei che lo scoprissero i mei lettori, nutrendo il piacere e assumendosi il rischio di leggermi.
Fiore – La poesia di Itaca Ebbra è una brava esploratrice dell’amore. Me ne parli?
Cusumano – L’amore è l’unica lente di ingrandimento che abbiamo a disposizione per conoscerci e conoscere prima di tutto noi stessi e poi gli altri e gli altri nel mondo. Ti ripeto non conosco altra forza così forte, prepotente, salvifica come l’amore.
Lo dice la mia vita, lo dicono i mei versi. L’amore è strumento privilegiato per trivellare l’anima e il suo sottosuolo
Fiore – Quindi l’amore è passione e abbandono, desiderio e distanza, legame e perdita ma anche oblio e punto di ripartenza?
Cusumano – Dall’amore consunto e consumato bisogna sempre ripartire con coraggio e dedizione alla vita.
L’amore non può essere simulacro di ciò che non vi è più. Deve rimetterci in circolo nuove pulsioni, desideri, progetti, ambizioni perfino.
L’amore vero nutre non abbuffa e non schiaccia ma dona ali per andare oltre.
L’amore è umano come sentimento per cui non è infinito ed eterno ma la voglia di amare o il desiderio di farlo sì. Bisogna coltivare il desiderio, non il rimpianto.

Fiore – Viviamo un’epoca dominata dalle futilità e dalle distrazioni di massa. Quanto la tua poesia può contribuire a migliorare la qualità della nostra società?
Cusumano – Valerio Magrelli sosteneva che la poesia è come uno scoiattolo, forse inutile ma ci fa bene al cuore, ci fa sorridere, ci piace. Sono d’accordo con lui, per quanto in un bosco uno scoiattolo possa apparire un piccolo esserino inutile, in realtà io non saprei immaginarmi un bosco senza lo stupore e la meraviglia di imbattermi in uno scoiattolo con quella sua coda spavalda e gli occhietti furbi e la sua fuga tra il fogliame.
Ecco la poesia non so se possa contribuire a salvare questo mondo trafitto dal dolore, dalla sopraffazione, da guerre, da esasperato egoismo e cattiveria sadica… ma io non so immaginarmelo un mondo senza poesia e senza lo stupore e la meraviglia che riesce a creare nelle nostre fragili e precarie vite. Che sia inutile e non porti il pane, che non sia un bene di consumo e non crei profitto ma sia un bene immateriale che squarci il vuoto ripetitivo delle nostre vite ormai assuefatte a tutto, la poesia è e resta un bene irrinunciabile come lo scoiattolo nei boschi.
Fiore – Cosa rappresenta per te Itaca visto che al polso hai anche un tatuaggio con la parola Itaca?
Cusumano – Hai ragione, Itaca è un tatuaggio al polso che feci diversi anni fa prima che nascesse la silloge.
Rappresenta l’appartenenza a sé stessi. Non sono e non sarò mai in vendita, mai merce di scambio, mai proprietà altrui.
Nessuno potrà mai far tacere la mia voce nonostante gli abusi, gli inganni, i rinnegamenti subiti.
Itaca è la Poesia. L’unica madre che riconosco di avere.
L’unica terra di appartenenza. Il mio credo laico. La mia postura nel mondo.
Fiore – Possiamo quindi affermare che “Itaca Ebbra” è il canto di un’anima che ha vissuto le vertigini della bellezza ma ha anche il baratro della perdita.
Cusumano – Sì, ho vissuto vertici e abissi, slanci profondi e vuoti incolmabili, amori e tradimenti, rinnegamenti e mani tese, come tutti del resto.
L’esperienza umana non è avulsa o al riparo dal dolore, dalla caduta, dalla ferita. Se guardi i bambini con attenzione, loro custodiscono il segreto del “saper vivere” in maniera autentica.
Gli adulti spesso lo dimenticano, lo rinnegano.
Quale sia il segreto?
Cadere, farsi male, piangere e rialzarsi per tornare a camminare, esplorare il mondo, toccare gli altri e le cose della vita, senza la paura paralizzante della caduta o l’angoscia della ferita.
Non ho mai visto un bimbo che solo perché cada e si sbucci le ginocchia, rinunci ad imparare a camminare, correre e scoprire il mondo. Ecco dovremmo ricordarcelo.
Non esiste la vita perfetta, l’amore perfetto, la famiglia perfetta, la carriera perfetta.
Siamo come funamboli in equilibrio tra la vertigine di precipitare e l’ebbrezza di sfiorare il cielo.
Apparteniamo sia agli abissi che alle vette.
Il dolore è madre sapiente se ne sai fare buon uso, non può diventare la botola oscura in cui vivere rannicchiati per paura di soffrire.
Fiore – Grazie e al prossimo tuo lavoro!
Cusumano – Grazie Vincenzo, è staro un grande piacere dialogare con te e ancora una volta farmi ascoltare da chi ha la generosa pazienza di farlo senza nulla chiedere se non esserci nel suo “a tu per tu con…”.
Sarà un onore ritrovarti con uno dei miei possibili futuri lavoro…
Vincenzo Fiore
https://www.facebook.com/fabiana.cusumano






